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L’uomo ostrica è un essere umano inibito, bloccato. Anche se magari bolle dentro, trasuda, ha tic e ogni sorta di ansietà, non si muove, perché si è creato un guscio troppo duro, che inizialmente poteva funzionare come difesa – dinamica intrinseca alla sopravvivenza – ma poi ha finito per immobilizzarlo. Dove si sviluppa sull’epidermide una parte callosa? In una zona particolarmente sottoposta a sollecitazione. Bene, esistono anche i calli mentali; un callo mentale permette di difendere parti caratteriali emotive fragili, più esposte a sollecitazione, o a violenza. Dal momento che questo è un processo naturale, che sul piano emotivo si manifesta in particolare fra gli umani, va compreso come un meccanismo della Natura grazie alla quale si protegge la sopravvivenza della specie. Tuttavia, se questa callosità viene esageratamente alimentata, diventa un problema, perché ottunde la sensibilità. Da qui l’incapacità di comunicare emotivamente con gli altri, che all’estremo genera la personalità “ostrica”, chiusa in sé stessa perché inibita, non più capace di stabilire un’azione creativa, progettuale nell’ambiente in cui vive. Rompere il guscio è qualcosa da fare con cautela, pena uno shock, una paralisi ancora più grande. Oggi va di moda il self-made man, ma dietro alla maschera di uomo forte che si è fatto da solo si nascondono aree di tremenda debolezza, di dolore, di solitudine e di senso di fallimento personale. L’uomo ostrica è un uomo fallito. Le ostriche comunque si possono anche aprire e trasformare in qualcos’altro. La vita è uno strumento meraviglioso; noi possiamo creare la nostra realtà interiore e la realtà dell’ambiente in cui viviamo. Un evento di per sé ha la sua oggettività; non possiamo negare l’evento, altrimenti sarebbe un’altra forma di alienazione. Dobbiamo piuttosto governarlo. Ma l’uomo ostrica non lo governa, si chiude di fronte ad esso; non interagisce e dopo un po’ pensa che tutto, all’esterno di lui, sia ostile. Ecco che cosa genera la solitudine. Poiché l’atteggiamento che un individuo ha verso gli altri produce lo stesso atteggiamento degli altri verso di lui, chi vede ostilità riceve ostilità, chi vede amicizia riceve amicizia, chi vede apertura e benevolenza riceve altrettanto. Il primo 50% di un’impresa viene deciso dall’atteggiamento che si ha nel momento in cui ci si pone di fronte ad una scelta. Una persona eccessivamente critica, che anche quando dice la cosa giusta la dice male, perché negative sono le sue motivazioni (collera, invidia, bassezze di carattere), inquina gli altri e l’ambiente, ma ancor di più sé stessa. Questo genere di attitudine isola, rende possibile quel fenomeno tutt’altro che piacevole e positivo per lo sviluppo dell’essere umano noto come solitudine. Anche una risposta eccessivamente negativa può produrre inibizione nel nostro interlocutore; se reagiamo in maniera eccessiva ad un’offesa, ad un’ostilità, ad un’antipatia, ad un’apparente o reale minaccia, ciò crea inibizione. Non sono le azioni degli altri a ferire, a procurare ferite emotive, ad offendere, sono piuttosto le nostre reazioni che producono tutto ciò. Una reazione eccessiva indica una instabile e scadente fiducia in sé stessi; poiché la reazione è sopra le righe e quel che produce è un rafforzamento del pericolo, magari erroneamente percepito. Perfino il codice penale condanna la difesa eccessiva rispetto ad un’offesa o ad una minaccia. Il primo problema è quello della conoscenza, il secondo è quello della condotta, il terzo quello del governo o gestione delle risorse. Per prima cosa dobbiamo chiederci a cosa serve vivere e subito dopo: chi sono? Se conosciamo il senso della vita, se conosciamo profondamente noi stessi e capiamo il contesto socio-cosmico in cui siamo inseriti, allora qualsiasi cosa avvenga, piacevole o spiacevole, non avrà su di noi un effetto travolgente, ma sarà uno stimolo per la nostra evoluzione. Finché le funzioni estrovertite e quelle introvertite non si armonizzano, avremo sempre un uomo scisso. Come trasformare una situazione di disgrazia in una benedizione? Attraverso la scienza della coscienza. Quella callosità, quel guscio di cui parlavamo poco fa, in sanscrito avarana, rende l’uomo rigido, chiuso, insensibile, impedendogli lo sviluppo di qualità ontologicamente sue, che deve semplicemente risvegliare. Questo non è possibile finché i condizionamenti schiacciano il soggetto nella sua natura inferiore. In questo mondo, infatti, l’essere è sottoposto, suo malgrado, a vari condizionamenti, barriere che la ancorano ad esperienze di sofferenza e dolore, a frustrazioni e limitazioni, all’incapacità di raggiungere quello cui interiormente aspira.

Tratto da ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’.

Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all’individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un’aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi. La risoluzione dei conflitti deve operare su due piani: quello più semplice ed immediato è verso l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri. Mentre i problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi, che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi richiede un lavoro interiore serio ed una disciplina da seguire; chi non ha voglia di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella propria personalità, è, suo malgrado, costretto a subire le spinte dell’inconscio e le conseguenze, per lo più ignote, dei propri samskara o dei desideri latenti. Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. È necessario avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è molto rischiosa. Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza; occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire. È assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società, attività, qualsiasi cosa senza averne la conoscenza necessaria. Ci sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino fallimentari. Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono. Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti, paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, diviene anche l’oggetto del conflitto. Affinché la relazione funzioni senza conflittualità è necessario che i due soggetti siano teocentrici. I conflitti si destrutturano in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo si trasformi da solo.

(1) Per approfondire lo studio relativo alle funzioni psichiche secondo la Psicologia dello Yoga si consiglia la lettura del libro Pensiero, Azione e Destino di Marco Ferrini.

Tratto da ‘Affinità Karmiche e Relazioni Familiari’ di Marco Ferrini.

Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato. La tendenza dell’uomo occidentale medio è proiettarsi fuori di sé per identificarsi con l’oggetto, cercando di valorizzarsi in esso. In questa proiezione verso l’esterno l’individuo si è smarrito, per cui, con grande difficoltà e spesso con sofferenza, si chiede: “Ma io, chi sono? Qual è la mia natura? Qual è il senso della vita? Da dove vengo? È questa la mia prima nascita? Cosa mi accadrà dopo la morte?”. La filosofia delle Upanishad risponde a domande come queste. Nel saggio “Vita, Morte ed Immortalità”, rifacendomi a vari passi della letteratura vedica, ho spiegato tutte le dinamiche che precedono e che seguono la morte fisica. Nel Rigveda, nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Bhagavad-gita e nelle antiche narrazioni note come Purana, sono contenute dettagliate informazioni volte a spiegare quali sono le dinamiche che governano e guidano l’essere nei drammatici momenti in cui fuoriesce dal corpo. Il grande affresco cosmologico e cosmogonico dipinto dai Purana dà la possibilità, a qualsiasi ricercatore sincero, di approfondire la propria esperienza e conoscenza, per contestualizzarsi secondo le proprie coordinate di guna(1) e karma(2), sapendo da dove proviene, dov’è e dove sta andando. Dall’acquisizione di questi dati, gran parte della tensione che attanaglia l’uomo si depotenzia e la serenità insita nella natura umana, sorge di nuovo; dalla serenità sgorga la letizia e dalla letizia la beatitudine, che costituisce la natura ontologica dell’essere vivente. L’esatto contrario accade quando l’essere si identifica con le varie “etichette” o personalità storiche nascita dopo nascita: “Sono una donna. Sono giovane e bella. Sono anziana. Sono vecchia e malata”. In quest’ultimo caso il dolore viene vissuto come esperienza di funzioni che vengono meno, di disadattamento rispetto allo stile di vita precedente; ne consegue una depressione, che porta con sé una profonda sofferenza psichica. Generalmente le persone concludono il loro segmento di vita, angosciate, impaurite, sofferenti, il che certamente non proietta verso una bella prospettiva. Non è mia intenzione spaventare nessuno, ma qualsiasi individuo con una visione aperta, sensibile a tali tematiche, si sarà già reso conto dell’esistenza di questi problemi e dell’importanza di trovare una soluzione. Il punto dolente sta nel fatto che la società non vuole pensare a tutto questo e lo rimuove. Le persone preferiscono distrarsi, stordirsi, e nel peggiore dei casi ubriacarsi o drogarsi, nel tentativo di sfuggire alla triste realtà, perché non sanno come affrontarla. L’uomo è un essere difettoso, ma nella sua imperfezione ha una potenzialità: condivide la natura del Supremamente Perfetto, per cui lo si può considerare almeno potenzialmente perfetto. Una volta intuita la strada, l’essere umano ha la capacità di cambiare e, da paradosso qual è, pieno di conflitti, diventare una persona serena, riducendo gradualmente gli strati che lo ottundono, fino a vedere la Realtà. Questa Realtà è stata annunciata da grandi saggi anche all’Occidente. Molti di loro appartenevano a tradizioni mistiche, religiose; altri si erano elevati attraverso l’esperienza personale, anche laica, ma è certo che tutti hanno parlato di una dimensione costituita da immortalità, consapevolezza e beatitudine.

(1) Le tre energie che determinano il condizionamento degli esseri incarnati. Sono: Tamas (ignoranza); Rajas (passione) e Sattva (virtù).
(2) Legge di causa-effetto su cui si regge l’universo fenomenico, per la quale ad ogni azione positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

Tratto dal libro ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’ di Marco Ferrini.

Il nostro stare in questo pianeta deve essere caratterizzato da una grande attenzione per le forze della natura che da sempre era stata venerata dai nostri antenati. Allora si sapeva benissimo che il corpo, l’anima e l’ambiente sono intrinsecamente connessi. Cosa che noi ora abbiamo dimenticato. Del resto, i nostri antenati e anche i nostri nonni hanno sempre reso onore alla natura e curato sé stessi con erbe antiche, oli da fiori, radici frantumate e con altri metodi originali per una guarigione naturale tramandata di generazione in  generazione. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo riaccendere la fiducia che i nostri antenati avevano nella cura e nei poteri mistici della natura. Quei poteri che sono profondamente radicati nella Filosofia Orientale Classica, che riconosce come interdipendenti fra loro il benessere fisico mentale e spirituale. Per rispettare il Pianeta dobbiamo cessare di mangiare carne i cui allevamenti consumano risorse enormi che vanno scarseggiando. Inoltre esiste un problema di rispetto per questi esseri che possono essere uccisi per divenire cibo solo in casi di assoluta mancanza di alternative. Ma oggi abbiamo tutto senza bisogno di uccidere gli animali. E poi la carne della grande distribuzione fa male per i mezzi artificiali usati per una produzione più grande e veloce.
…Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante(1).

Questa seconda citazione dantesca ci fa capire come l’opera di Francesco abbia finito per trasformare radicalmente la cultura e la società dell’epoca e come abbia saputo mantenersi e rinnovarsi fino ai nostri giorni, non molto diversamente da quanto abbia fatto il messaggio del suo grandissimo ed eterno Maestro, Gesù di Nazareth, che incarnò questi stessi principi di Amore, fino al limite estremo del proprio stesso sacrificio sulla croce, con lo scopo di trasmettere questo eterno e universale messaggio di compassione e misericordia sconfinate. Questo stesso spirito di sacrificio è condiviso, se pure in misura diversa, sia da S. Francesco, sia da Giotto. Le scene che descrivono le intense attività politiche e sociali di S. Francesco dimostrano che egli non solo dedicò ogni respiro della sua vita al servizio di tutte le creature, ma che lo fece anche impegnandosi intensamente per offrire strumenti concreti affinché tutti potessero prendere parte a questo suo cammino di autorealizzazione. Non solo definì la regola che, attraverso le sue norme, permette di superare gli ostacoli straordinari dei condizionamenti e degli attaccamenti, ma si prodigò affinché questo suo progetto prendesse corpo,  nonostante le grandissime difficoltà che la sua epoca presentava, con strutture di potere pronte a soffocare nelle persecuzioni e nei roghi ogni visione che differisse dai canoni ufficialmente riconosciuti. Innocenzo III, che acconsentì alla richiesta di Francesco, fu il papa che, non solo promosse e sostenne numerose crociate, ma che legalizzò la tortura. La disponibilità di Francesco a confrontarsi con la società nel suo complesso è riflessa nella scena della “Morte del cavalier Celano”, che non solo rimanda al ruolo che questa rilevante personalità ebbe nel sostenere il movimento francescano, ma che evidenzia il tema, di straordinario rilievo sul piano psicologico e spirituale, dell’assistenza in punto di morte da parte di chi può modificare radicalmente le nostre sorti future. In tutte le tradizioni religiose il livello di coscienza conseguito al momento della morte stabilisce la nostra destinazione futura(2). Una terza scena ci fa riflettere sui rischi personali che S. Francesco assunse cercando di interporsi tra le poderose forze che con sanguinose battaglie si contendevano la Terra Santa e le ricchezze materiali e spirituali che questa custodiva. Descrive il viaggio di Francesco a Damietta, in Egitto, al cospetto del nipote del Sultano, il quale guidava le forze “saracene” nella guerra difensiva che le vedeva impegnate contro le legioni dei crociati. Francesco, avendo trasceso gli impulsi che travolsero tante altre personalità religiose dell’epoca, non si lasciò irretire dal fanatismo religioso e determinatamente decise di far prevalere il dialogo, sottoponendosi al rischio del martirio. Accompagnato da un discepolo si imbarcò in quella che può essere considerata la prima e la più autentica missione di pace che, pur non avendo prodotto nessun risultato concreto, permise un sincero confronto col nipote del Sultano, che dovette arrestarsi solo di fronte alle violente resistenze dei teologi dell’Islam, niente affatto disposti ad accettare l’universalità del discorso di S. Francesco, che pure, nei suoi contenuti, rispecchiava in pieno il più autentico e puro messaggio del Corano e dei mistici sufi, che meglio di chiunque altro ne incarnano lo spirito. Nella vita del santo, il senso della responsabilità personale si esprime al massimo livello, non solo nello sforzo di offrire un modello di purezza, ma anche nel desiderio di manifestare la propria devozione con ogni strumento che la divina provvidenza ha voluto concedergli, intelligenza e senso pratico compresi. Giotto stesso si lasciò ispirare profondamente da questo modello e decise di dedicare la propria vita alla trasmissione di questi valori, attraverso tutti gli strumenti che con duro lavoro, determinazione e perseveranza, affiancati da un’intelligente pianificazione, era riuscito a rendere disponibili alla propria arte. La sua dedizione si esprime attraverso la perfezione con cui seppe realizzare le sue opere. Giotto aspira a diventare servitore della sua arte ed impara a sviluppare queste eccellenti qualità umane e spirituali, servendo nella bottega del suo maestro, Cimabue. È lì che impara a gestire le complesse dinamiche della bottega d’arte, con la piena consapevolezza che nasce da una umile disponibilità ad impegnarsi in qualsiasi attività: dalla cottura della fetida cola di pesce, alle spedizioni alla ricerche delle migliori pietre e metalli da cui ricavare i migliori colori, fino alle approfondite pulizie necessarie al buon funzionamento del laboratorio. È attraverso questo processo, che mette alla prova la sua sincera dedizione e la sua autentica vocazione, che l’artista impara a diventare strumento al servizio della sua arte e dei soggetti che questa è chiamata a rappresentare. L’arte è sotto ogni aspetto un sentiero di realizzazione spiritale, un mezzo con il quale è possibile attraversare il “Gran mar dell’essere” e giungere alle sponde del mondo spirituale. Solo l’ignoranza può farci sottovalutare il peso e l’impegno, concettuale e organizzativo, ma anche fisico, che la realizzazione di grandi cicli di affreschi e di altre grandi opere comporta, e il livello di concentrazione sovrumano, che una tecnica come quella dell’affresco implica, per la sua impossibilità a rimediare al più piccolo errore. Solo l’autentico sentimento della bhakti permette di sopportare i disagi che immancabilmente si presentano nella realizzazione di queste grandi imprese. Questo impegno ricorda quello degli architetti e scultori dei templi Hindu che, spesso ricavati da blocchi di roccia preesistenti, vengono rifiniti in ogni dettaglio e senza nessun margine di errore, poiché esso comporterebbe il completo fallimento dell’impresa, rendendo l’intero complesso inadeguato ad accogliere, come sua dimora, la Divinità.L’arte e la santità sono vocazioni che prevedono il pieno sacrificio di sé, volto alla celebrazione del divino e alla Sua più eccellente forma di glorificazione: la narrazione delle Sue avventure e di quelle dei Suoi puri devoti.

(1) Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto I, 103-105.
(2) “Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio. Qualunque condizione di esistenza si ricordi all’istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta”. Bhagavad-gita VIII.5-6

Il Centro Studi Bhaktivedanta ha deciso di promuovere la settimana vegetariana mondiale con la speranza che sempre più persone realizzino quanto inutile sia il massacro di animali per l’alimentazione umana.
Questa settimana potrebbe essere uno stimolo per molte persone a provare una dieta priva di violenza e capire quanti benefici porta sotto molti punti di vista: economico, ambientale, salutistico ed etico.

Questa settimana il nostro blog sará particolarmente attivo nel fornire suggerimenti, ricette e spunti di riflessione sulla scelta vegetariana.

In attesa dei vostri interventi e commenti vi auguriamo una buona VEG-settimana!

CSB staff

Giotto, nato solo pochi anni dopo la scomparsa di Francesco, non è un pittore nel senso in cui potrebbe superficialmente intenderlo un uomo immerso nella mentalità moderna. Egli è un vero e proprio seguace degli insegnamenti e dell’altissimo modello tracciato dal più italiano dei santi. Dobbiamo renderci conto che l’influenza di questo messaggio non è rimasta circoscritta all’ambiente monastico, ma ha dilagato oltre i limiti della teologia, affermandosi profondamente nella società e conquistando migliaia di anime desiderose di soddisfare la propria sete di autentica realizzazione spirituale. Tra questa turba fervente che si riversa nelle strade delle città innalzando canti di gloria al Signore, alcune personalità di grande rilievo hanno saputo celebrare e perpetrare le glorie del santo con un’arte che si pone direttamente al servizio del divino. È questo il servizio che con piena devozione, dedizione e rigorosa coerenza hanno realizzato persone come Dante e Giotto, uniti non solo da legami di amicizia, ma ancor di più da un comune e profondo sentire religioso. I frutti del loro intenso scambio sono evidentissimi nelle rispettive iconografie, relative alla vita di S. Francesco, che ripercorrono scena dopo scena gli stessi eventi e le cui differenze possono benissimo essere attribuite alle specifiche esigenze dei committenti. Le stesse qualità intrinseche delle loro opere rispecchiano e manifestano la loro profondissima partecipazione a quei valori e sono straordinariamente corrispondenti tra di loro, come manifestazioni, attraverso linguaggi differenti, degli stessi principi originari.L’amore per il Creato e per tutte le Creature, il valore immenso che S. Francesco attribuisce a questa dimensione mondana (laboratorio per esprimere nelle opere i propri sentimenti e la propria intelligenza, completamente votata alla compassione), l’irresistibile pulsione al dialogo e alla concordia, trovano il loro corrispettivo nella straordinaria intuizione e competenza psicologica di questi artisti e nella loro capacità di descriverne le dinamiche sottili. È solo con questi strumenti che Giotto può descriverci le sfumature di umore che attraversano il volto di S. Francesco e quello degli altri personaggi, raccontandoci così una storia complessa se pur nello spazio immoto di una rappresentazione pittorica. La penetrazione psicologica dell’artista è riflessa anche nella significativa gestualità dei personaggi (talento condiviso e ereditato del suo grande maestro Cimabue) e nella raffinata descrizione degli ambienti: la psiche è un elemento della natura che attraversa ogni suo aspetto e che struttura una rete dalle maglie strette e dal disegno complesso.Ma c’è una dimensione ulteriore che il pittore si sforza di indicarci e che è tutta trattenuta nella figura di Francesco e nella sua gestualità, allo stesso tempo contenuta ed espressiva, intensa: è la dimensione puramente spirituale che trascende ogni energia materiale, per quanto sottile e invisibile. È nel tentativo di descriverci e di rimandarci a questa realtà, di narrarcene le dinamiche e le avventure che la caratterizzano, che Giotto rielabora con inventiva e coraggio un linguaggio simbolico tradizionale, riscattandolo da un immobilismo standardizzato ed immergendolo nella dimensione terrena, facendolo interagire con essa, a sottolineare quella presenza del divino nell’immanente che caratterizzerà il messaggio e la vita di S. Francesco. I colori di Giotto, che sono solo l’ombra di quelli che ottocento anni fa fecero sbalordire il mondo intero, rappresentano al meglio, con il loro splendore, quella dimensione spirituale che trascende la materia e la innalza ad un livello di purezza straordinario. Non sono più i colori codificati delle icone medioevali, ma ne conservano e ne perpetuano la capacita di esprimere la dimensione suprema e di immergere e avvolgere gli ambienti e le figure in quella auto luminescenza che è propria di questa residenza superiore e che non può dipendere da nessuna sorgente di luce materiale. Dante, prima di chiunque altro, seppe apprezzare questa elevatissima capacità di Giotto di infondere lo Spirito nelle sue opere e per questo talento lo celebrerà nella sua Divina Commedia come colui che seppe superare il suo stesso maestro, il grande e riconosciutissimo Cimabue. La sintonia tra queste tre straordinarie personalità, seppure collocate a differenti gradi di evoluzione, è ribadita da quel comune sentire che permette di considerare le opere -che siano espressioni delle arti o differenti frutti della coscienza- spirituali, nella misura in cui sviluppano Amore per Dio e gusto per i piaceri celestiali. Ciascuno di noi è chiamato a esprimere il suo amore agendo nel mondo e sforzandosi di praticare i sentimenti più elevati in questa dimensione turbolenta: conquistando attimo dopo attimo il nostro territorio interiore, sottraendolo alle tenebre dell’invidia e del rancore e ritrovando in noi la luce della speranza e della bellezza che tutto avvolge, e che fa risplendere la Verità al di sopra di ogni ombra e oltre ogni impedimento. È in questa luce che risiedono i tesori che da sempre muovono l’irrefrenabile ricerca dello spirito: l’eternità, la beatitudine, la consapevolezza e, al di sopra di tutto, l’Amore universale per il Creato, per tutte le Creature e per il Creatore.