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Archive for the ‘volontà’ Category

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

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“In verità si dice anche che l’uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l’azione, quale è l’azione, tale è il risultato che consegue(1)”.

Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita Krishna analizza psicologicamente la fisiologia del desiderio. Ad una domanda cruciale di Arjuna: “O discendente di Vrishni, cosa spinge l’uomo a commettere errori anche quando non lo desidera, come se vi fosse costretto?”, Krishna risponde: “E’ lussuria soltanto, o Arjuna. Essa nasce dal contatto con l’influenza materiale della passione poi, trasformandosi in collera, diventa il nemico devastatore del mondo e la sorgente di ogni peccato(2)”. Il desiderio frustrato produce collera, la quale scarica una serie di negatività sugli organi che governano il corpo e produce sofferenza, distruzione della memoria, del sapere e di conseguenza anche dell’equilibrio. Come ben sappiamo, vi sono persone che hanno pagato due soli minuti di collera con venti anni di galera o con la rovina totale sul piano fisico ed economico, oltre che su quello delle relazioni sociali. Quindi la collera va evitata, ma per poter far ciò occorre gestire il desiderio con molta attenzione. Nella Katha-upanishad come nella Bhagavad-gita vengono descritti la materia inerte (prakriti), i sensi (indriya), la mente (manas) ed infine l’intelligenza (buddhi). Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita(3), Krishna spiega come la persona che è situata nel sé riesca a dominare e quindi a governare ed armonizzare gli impulsi sensoriali senza reprimerli. Non serve a nulla rimuovere, dimenticare, nascondere tra le pieghe della mente, perché questa lancerà comunque i suoi strali di protesta, disturbando tutte le funzioni dell’individuo, nel sonno e nella veglia. Il Supremo ha un altro piano: gestire l’energia inferiore elevando la coscienza e acuendo la consapevolezza. La trasmigrazione dell’essere da un corpo ad un altro è un fenomeno che avviene proprio in forza dei desideri coltivati e delle azioni compiute. Esiste una sostanziale causalità tra desiderio ed azione: il primo è infatti il seme della seconda. Il piano fisico è l’ultimo sul quale si manifesta la realtà; l’azione ha la sua origine nel desiderio, poi passa alla fase verbale per esplicitarsi infine sul piano degli elementi fisici. E’ dunque essenziale comprendere bene la genesi e le dinamiche dell’agire per non ritrovarsi inermi di fronte a fatti compiuti, incapaci di gestire il proprio presente e di progettare il proprio futuro.

(1) Brihadaranyaka-upanishad IV.4.5. Traduzione ripresa da Upanishad Vediche, a cura di Carlo della Casa. Torino, UTET, 1976. P. 77.
(2) Bhagavad-gita III.36-37. La traduzione è di chi scrive.
(3) Cfr. Bhagavad-gita III.37-43.

Tratto da “Vita, Morte e Immortalità”.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE QUINTA).
di Marco Ferrini.

5. LA VOLONTA’ NELLA BHAGAVAD-GITA
Nella Bhagavad-Gita sono presenti numerosi passaggi che enfatizzano l’importanza del Ruolo della Volontà: in primo luogo questa Opera sottolinea l’esistenza di un collegamento molto stretto tra il vivere uno stato di trascendenza e il disporre di una Volontà ferma, pura, compassionevole, dolce, misericordiosa. Nella Bhagavad-Gita infatti, la centratura della coscienza in Dio o altresì la visione spirituale, trascendente rispetto alla fantasmagoria del mondo fenomenico, viene frequentemente accostata all’intelligenza stabile, da cui derivano Volontà stabile, umore stabile, emozioni stabili e temperamento stabile. Temperamento, umore ed emozioni sono fenomeni della coscienza e quindi ne sono espressioni: un buon temperamento, un buon umore, e buone, costruttive, appaganti e gioiose emozioni rivelano una coscienza stabile; per poter essere stabile, la coscienza richiede di essere centrata nella propria base, nella propria origine, nella propria sorgente, in sé stessa, ovvero nel Sé Spirituale. Secondo la Bhagavad-Gita la coscienza è da considerarsi stabile esclusivamente quando completamente assorbita nel servizio a Dio; il servizio devozionale rappresenta infatti lo strumento principe per garantire il costante collegamento della coscienza individuale alla Coscienza Cosmica: quando la coscienza si collega a Dio, trascende il dualismo di bene e male, di eccitazione e depressione o di euforia e abbattimento e poiché in tal modo anche l’intelletto si collega stabilmente a Dio, la Volontà si rafforza e diviene solida (Bhagavad-Gita II.50). E’ possibile affermare che esiste una strettissima correlazione tra lo stato dell’intelletto (la parte più nobile dell’intelligenza individuale che può connettersi direttamente alla realtà, all’ordine superiore, al dharma, o a quello che David Bohm, uno dei padri della moderna fisica quantistica, ha definito ordine implicito) e la Volontà. Infatti, quando l’individuo condizionato abbandona l’intera varietà di desideri terreni, desideri per ciò che è temporaneo, effimero, aneliti che sono instabili per natura, per loro stessa definizione in quanto soggetti al tempo allo spazio e realizza che tali desideri non rappresentano altro che manifestazioni apparenti, semplici miraggi, quando nel medesimo individuo tale consapevolezza si rafforza ed è avvenuto il collegamento tra l’intelletto individuale e la Realtà Superiore, l’Essere Supremo, Dio in termini teologici, o il Sé archetipo, in termini psicologici, allora la Volontà diventa ferma, stabile e si colora delle migliori qualità e come afferma Krishna nella Bhagavad-gita shloka II.55: è solo quando il soggetto si pone perfettamente in contatto con l’Essere Supremo, con la pura trascendenza, che conquista un’intelligenza ferma e con essa una Volontà ferma! In tale speciale connessione dell’intelletto individuale con il Supremo, il soggetto non è più affranto dalle triplici miserie dell’esistenza condizionata: Adhibautika, Adhiatmica, Adhidaivika, relative rispettivamente ai disturbi provocati dagli altri esseri viventi, dal proprio corpo e dalla propria mente e dai cataclismi, non si esalta quando riceve buone notizie ed è libero dagli attaccamenti morbosi, dalla paura, dalla collera; in questo stato di mente, è possibile affermare che il soggetto è veramente saggio, la persona può dirsi psicologicamente stabile e ben centrata e la Volontà raggiunge la sua massima espressione: in questo stato psicologico la persona può esercitare la Volontà al massimo livello. Chi è privo di attaccamenti e non si esalta quando ottiene ciò che desidera, né si lamenta quando manca alla soddisfazione dei propri piani, si dice che sia situato perfettamente nella conoscenza: in Bhagavad-gita II.58 si afferma essere veramente saggio colui il quale riesce a ritrarre i sensi nel momento del pericolo, ovvero quando si potrebbe manifestare concretamente il rischio di essere travolti dall’illusione, di incorrere in uno ostacolo evolutivo; tale saggio viene metaforicamente paragonato ad una tartaruga poiché riesce a ritrarre i propri sensi dagli oggetti dei sensi come questa ritrae i propri arti dentro il guscio nel momento del pericolo. Esiste un grande senso di realtà nella Bhagavad-gita e questo senso di realtà evidenzia quante volte le persone rimangano frustrate nonostante abbiano il desiderio di dominare i sensi, le voglie, gli impulsi e quante volte falliscano in questo tentativo; Krishna spiega questo concetto nello shloka II.59: se l’essere incarnato, condizionato cerca di ritrarsi dal soddisfare i propri sensi attraverso un mero esercizio di Volontà, applicata in maniera forte, rude, quasi brutale alla restrizione dell’attività sensoriale, ma continua a coltivare l’attrazione per gli oggetti dei sensi, la brama per l’appagamento sensoriale a livello psichico, questo nobile tentativo non avrà successo e l’individuo cederà alla soddisfazione dei sensi comunque, sarà solo una questione di tempo, poi sperimenterà il fallimento poiché l’applicazione diretta, brutale della Volontà, non è miglior uso che ne possiamo fare. Tanto è vero che il sentimento di bramosia testimonia il desiderio di sperimentare attraverso l’immaginazione, creando la fantasia di godere di qualcosa, utilizzando l’immaginazione in maniera attiva, quando tale meccanismo mentale viene messo in atto, la Volontà può dirsi già vinta e se si tenta di bloccarla con un’imposizione diretta e brusca, si produrrà sempre un insuccesso. Krishna in Bhagavad-gita II.59 fornisce invece la chiave di lettura del problema indicando la soluzione per poterlo risolvere con successo. In realtà questo shloka spiega proprio come sia possibile conseguire questa vittoria innalzando il punto di vista, portandolo in alto, param: su di un piano superiore. Infatti, proprio quando la nostra visione drishtva, testimoniando, sperimentando un gusto superiore, si apre ad una dimensione superiore della vita, sviluppando una concezione superiore dello scopo della vita, diviene possibile resistere alle voglie, alle brame materiali e ridirigere l’immaginazione su saggi scenari, su panorami evolutivi. Krishna continua in Bhagavad-gita II.60 asserendo che i sensi sono così impetuosi da travolgere la mente anche di coloro che cercano di controllarla: dunque si riafferma il fatto che la Volontà non possa essere applicata brutalmente al controllo dei sensi, ma che piuttosto si debba portare l’intera struttura psichica ad un piano superiore, come detto nello shloka precedente. Non ci si deve illudere di possedere una vasta conoscenza, cultura, di essere evoluti e superiori alla percezione sensoriale, in quanto i sensi sono talmente impetuosi da poter essere paragonabili a fiumi in piena che possono travolgere l’assetto mentale anche di una persona che con serietà si sia prefissa di controllarli; dunque non è possibile controllare semplicemente con la Volontà una percezione sensoriale, ma è necessario collegare l’intelletto al Divino, vivere in una coscienza trascendente, in modo che l’intelletto si illumini e sia possibile vedere oltre l’apparenza, che è la percezione sensoriale stessa; al contrario se noi fissiamo la coscienza sulla percezione sensoriale e contempliamo gli oggetti dei sensi, allora nemmeno una forte Volontà sarà in grado di sbarrare la strada alle brame sensoriali. Nello shloka II.61, Krishna continua affermando che colui che dirige i propri sensi verso di Lui e fissa la propria coscienza in Lui, ottiene la soluzione per rendere la Volontà potente: fissando la coscienza in Dio, tale persona potrà dirsi veramente salda nella sapienza. Infatti lo shloka è tasya prajna pratisthita, dove prajna è la sapienza, pratisthita è fissa: Krishna afferma che quando la coscienza è fissa su di Lui, allora la sapienza è fissa, l’intelligenza è fissa e la Volontà diventa stabile. Come si accennava in precedenza, se invece di fissarsi in Dio, la coscienza si fissa sul fenomenico, centrandosi ad esempio sui sensi, la realtà esperita si esaurisce nella percezione sensoriale e come sistema di riferimento viene assunto l’apparato sensoriale, allora anche l’attenzione si riversa completamente sugli oggetti dei sensi ed il soggetto sviluppa un attaccamento irresistibile per tali elementi e da questo attaccamento deriva bramosia (Bhagavad-gita II.62). In tale modo si innesca una spirale discendente, disevolutiva, tale per cui ogni oggetto dei sensi, di qualunque natura sia: istinto sessuale, denaro, competitore, produrrà una reazione negativa nell’individuo che ne sarà colto sviluppando rispettivamente lussuria, avidità, gelosia o invidia, e se il godimento di tale oggetto dei sensi verrà ostacolato l’individuo sarà dominato da una forte collera nei confronti di questo ostacolo e così kama, krodha, lobha, moha e matsara si manifesteranno tutti a causa della contemplazione dell’oggetto dei sensi. E’ quindi possibile identificare una sequenza in questo processo degenerativo: contemplando l’oggetto dei sensi si sviluppa bramosia per questi oggetti, da questa origina collera quando si frappone un ostacolo fra la persona e l’oggetto desiderato, donna, uomo o qualsiasi sia tale oggetto desiderato in maniera morbosa, (Bhagavad-gita II.63) dalla collera si sviluppa frustrazione per il mancato conseguimento o godimento dell’oggetto bramato e dalla frustrazione deriva la confusione della memoria e quando la memoria è confusa l’intelligenza è perduta, e se perde l’intelligenza la persona cade in uno stato di semifollia e allora la Volontà diviene il peggiore strumento a disposizione dell’individuo poiché esercitare la Volontà in tale basso stato di coscienza significa diventare distruttivi e provocare una caduta dello stato evolutivo. Nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.64) viene affermato che chi controlla i sensi praticando i principi regolatori della libertà, attraverso la sadhana bhakti, può ottenere la completa misericordia del Signore e diventare libero da raga e dvesha: attrazione e repulsione, attaccamento e avversione; tale coppia di opposti è destabilizzante per la Coscienza perché sia nell’attaccamento, sia nella repulsione si manomette, si compromette la stabilità della Coscienza: attrazione e repulsione devono essere visti come due punti di un cerchio, essi, nel vortice della percezione sensoriale costituiscono due destabilizzatori che in realtà sottendono la stessa cosa, il medesimo principio, in quanto costituiscono un dvandva, una coppia di opposti e non vanno pertanto considerati due elementi separati, bensì facce della stessa medaglia. Raga e dvesha devono essere entrambi superati impiegandoli al servizio del Signore, di una causa nobile possibilmente trascendente. Il servizio a ciò che si situa ad un livello Superiore consente la armonizzione degli opposti e l’ottenimento di quello stato di sapiente, pura e saggia Volontà per mezzo della quale è possibile agire anche nel mondo evitando spiacevoli incidenti involutivi. Infatti nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.65) viene detto che per colui che è situato nella Coscienza Divina, Spirituale, cioè che ha spiritualizzato la propria coscienza, le triplici miserie dell’esistenza incarnata cessano ed in tale stato di felicità, nello stato di Coscienza illuminata si conquistano stabilità, serenità, gioia, lungimiranza e una Volontà irrefrenabile. Ma colui che fallisce nel collegarsi al Divino, unione che rappresenta proprio il significato stesso del termine Yoga, non può sviluppare né una intelligenza stabile, né un dominio della mente e dei sensi: senza che la struttura psichica sia completamente purificata non è infatti possibile raggiungere uno stato di pace e se non vi è pace, non vi è nemmeno stabilità e se non vi è stabilità, non vi è nemmeno felicità; dunque la Volontà è disturbata dai vari umori prodotti dall’instabilità e in Bhagavad-gita II.67 si dice che come una barca è sbattuta da venti impetuosi, così i sensi e la mente destabilizzano e travolgono l’intelligenza umana se questa intelligenza non è collegata, ma così come una barca non è portata via dalla corrente se ben ormeggiata, se l’intelletto è collegato al Signore (Bhagavad-gita II.50 Buddhi-yukto jahatiha), la vittoria è assicurata e allora venti, correnti marine e qualsiasi imprevisto che la vita incarnata sempre potrebbe riservare, non sarebbero più in grado di danneggiare, destabilizzare il soggetto, poiché il soggetto è ben situato nel Supremo; Krishna torna ad affermare nello shloka II.68 che Colui i cui sensi sono dominati, educati a non essere travolti e fagocitati dai loro oggetti, ma sono da essi staccati, è una persona dall’intelligenza stabile e dunque da una Volontà stabile.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE QUARTA).
di Marco Ferrini.

4. SCARSA DETERMINAZIONE
Come poter incrementare la determinazione nell’affrontare le varie vicende che si alternano durante il nostro panorama esistenziale? Di seguito esporremo alcuni consigli pratici per diventare padroni della nostra vita e agire attivamente verso la realizzazione dei nostri obiettivi.


4.1 PRATICA COSTANTE
Tutte le facoltà fisiche e psichiche, come il movimento di ogni arto del corpo, la memoria, lo spirito d’osservazione, l’apprendimento di un’arte e la Volontà stessa richiedono una pratica costante, un impegno, un investimento di tempo, energie ed attenzione. Per cercare di apprendere in un tempo relativamente rapido come suonare il pianoforte, o il mridanga o qualsivoglia altro strumento musicale, è necessario esercitarsi costantemente, fossero anche pochi minuti ogni giorno, ma con intensità, desiderio e costanza, allo stesso modo la Forza di Volontà viene rafforzata se stabilmente esercitata con intensità e desiderio, mediante pratiche semplici e utili facilmente applicabili nella vita quotidiana: per esempio assumendosi l’impegno giornaliero di riordinare la stanza o assumendo la decisione di osservare un determinato numero di pasti nell’arco della giornata rispettando orari definiti o curando attentamente l’igiene personale o la modalità con cui ci presentiamo all’esterno indossando abiti consoni all’ambiente in cui ci si trova ad operare e al tipo d’interlocutore a cui ci si rivolge. L’opportunità di esercitare questa Forza di Volontà è presente in ogni istante della vita, impostando in maniera rigorosa e rispettando al meglio delle proprie possibilità gli impegni della vita quotidiana. Anche in questo caso la visualizzazione attiva è uno strumento molto efficace da assumere: per esempio qualora ci si assumesse l’impegno di scrivere tre lettere al giorno, sarebbe di grande aiuto visualizzare che lo si sta facendo, producendo un’immagine congrua e utile al fine che ci si è proposti di conseguire. Anche l’attivazione di un muscolo costituisce un esercizio di Volontà: per distendere un arto si deve compiere un atto di Volontà e, sebbene molti atti di volontà siano inconsci, dunque non registrati a livello consapevole, qualora venissero compiute attività ginniche in modo cosciente, mirate al controllo postulare o respiratorio come ad esempio la pratica di asana o pranayama entro una disciplina Yoga, diverrebbe palese come la Volontà si sviluppi attraverso un esercizio costante, sia su un piano fisico, sia su un piano psichico. Ogni impegno preso e mantenuto accresce la Forza di Volontà: l’impegno quotidiano nella meditazione o nella preghiera, nel rispetto della puntualità nei pasti, nello svegliarsi al mattino e nel coricarsi la sera, rappresentano mezzi per esercitare la Volontà e garantire il percorso evolutivo, a maggior ragione per il fatto che le attività sopra menzionate appartengono alla sfera sattvica, della virtù, inclusa una buona lettura anche breve, ma quotidiana, di Shruti Shastra o Smriti Shastra, non una lettura di servizio che abbia a che fare con il mondo professionale di una persona che opera come ferroviere, ragioniere, parrucchiere, notaio, architetto o insegnante, ma la lettura di qualcosa che trascende, che attiene ad una dimensione superiore, come alcuni passi della Gita, del Bhagavata Purana o del Vangelo per chi segue la tradizione Cristiana. Dunque atti di Volontà possono essere compiuti con il corpo, con la psiche o con il desiderio spirituale.

4.2 AUTOANALISI
Una necessità da evidenziare è il ritagliarsi momenti di raccoglimento nell’arco della giornata: la mattina o la sera prima di andare a riposare sarebbe molto importante raccogliersi qualche minuto dedicandolo ad un riepilogo della giornata; per esempio prima di chiudere gli occhi si potrebbe osservare se sono stati commessi errori, se è sfuggita di mano qualche situazione, se si è subita qualche umiliazione, se si pensa di essere stati maltrattati da qualche superiore o se si pensa di aver maltrattato una persona. Si possono commettere errori tutti i giorni, per diverse ragioni, ma è possibile esercitare la Volontà al fine di non commetterne più: è possibile cioè notare l’errore di commettere errori, per poi non commetterli più. Qualunque sia la natura della nostra mancanza, aver mangiato troppo o troppo poco a pranzo o in orari non consoni oppure non aver svolto una pratica meditativa di buon livello, questa non deve rattristare, ma essere utile per l’apprendimento: gli errori costituiscono un potente veicolo d’insegnamento se osservati in maniera distaccata, rappresentano stimoli per il miglioramento, per questo è utile esprimere un proposito prima di addormentarsi che consenta di riparare l’indomani all’errore commesso, per esempio chiedendo scusa se si fosse offeso qualcuno e impegnandosi a fare meglio qualcosa se fatto in maniera scadente. Questo atteggiamento permette non solo di rimediare all’errore commesso, ma anche di strutturare sempre più il proprio comportamento secondo un modello evolutivo: pensando, desiderando di non di cadere più nei medesimi errori; la determinazione in questo senso, se presente, qualunque sia il suo livello, incrementa comunque la Volontà attraverso questi esercizi che espandono e aggiustano la Volontà, rifinendola e incrementandola, rendendola uno strumento efficacissimo per migliorare la qualità della vita su tutti i piani.

4.3 AUTO E ALTRUI INCORAGGIAMENTO
Un’ulteriore pratica di notevole efficacia per incrementare l’esercizio dell’atto volitivo è fare delle affermazioni interiori, ripetersi mentalmente ciò che si desidera fare, compiere o raggiungere, questa tecnica è applicabile in diversi ambiti della vita quotidiana, nello studio, nella pulizia, nell’ordine, nella veridicità: chiunque abbia vissuto nella pulizia o nella veridicità si trova a provare frustrazione se costretto a dire una menzogna o se si rende conto che lo sta facendo coscientemente, in tal caso l’asserzione interiore “voglio essere sincero, voglio affermare la verità” accresce la capacità di attenersi alla norma etica che ci si è dati. Norme etiche, quali l’affermazione della verità vanno sempre assunte considerando tempo, luogo e circostanza: tale nobile esercizio va infatti compiuto con grande scrupolo secondo questi parametri e va finalizzato ad uno scopo costruttivo, ad una funzione evolutiva in quanto la verità non ha valore se rivela mancanze, difetti di qualcuno e se si gioca su questo fatto, nascondendo dietro una maschera di veridicità l’intenzione di danneggiare, ostacolare, procurare guai alla persona in questione. Così, se si desidera essere più gentili, veritieri, essere in grado di tollerare ed essere più pazienti, ci si deve ripetere, esortare interiormente di essere più gentili, veritieri, tolleranti e pazienti. Questa è una tecnica molto efficace ed è utile a visualizzare la circostanza, analizzare il comportamento tenuto e successivamente, attraverso la immaginazione attiva vedere come ci si sarebbe dovuti comportare e quindi evidenziare interiormente il comportamento che si sarebbe voluto tenere. In tal modo possiamo capire come sviluppare una qualsiasi delle 26 Qualità del Ricercatore Spirituale come ad esempio la compassione; la Volontà, in questo caso, rappresenta l’atto volitivo che innesca la compassione, allora perché la Volontà si manifesti in maniera più vigorosa, è necessario ripeterselo interiormente e notare che con l’atto di volontà si attiva anche una virtù. Dunque la Volontà è una facoltà propria dell’Io, dell’Ego, in quanto è l’Io che la attiva, però nasce dal desiderio ed il desiderio è una funzione del Sé: anche nell’appagamento del Sé, nella beatitudine del Sé si manifesta il desiderio spirituale di perfezione e questo sentimento viene trasmesso all’Io ed in tal modo viene attivato per sviluppare la Forza di Volontà necessaria a conseguire i benefici costruttivi ed evolutivi sopraccitati. L’incoraggiamento non va esclusivamente rivolto verso se stessi ma essenziale è rivolgerlo anche verso tutte le persone impegnate in questo processo di rafforzamento della Volontà, per questo si dovrebbero sempre valorizzare e dovrebbe sempre essere conferita loro fiducia con un’attitudine sincera, benevolente, priva di artificialità, evitando l’adulazione che rappresenta un vero e proprio inganno e cercando di trovare il modo migliore per attuare questo incoraggiamento, prestando attenzione alle implicazioni che potrebbe produrre; un modo semplice per farlo potrebbe per esempio essere quello di assumersi l’impegno di scrivere ogni giorno, una lettera che sia gradita alla persona in questione.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE TERZA).
di Marco Ferrini.


FOBIE.
Un altro ostacolo che sovente è causa di blocco per la Forza di Volontà è costituito dalla paura: spesso la paura non è reale ed è quindi più opportuno utilizzare il termine fobia, possono cioè sussistere una o più fobie che bloccano il soggetto, indeboliscono la sua Volontà e non gli permettono di affrontare la situazione in maniera adeguata. Ovviamente esistono, in natura e nella società umana, situazioni pericolose verso le quali è salutare e perfino necessario provare timore: in questo caso il senso di paura sperimentato rappresenta una sana e utilissima funzione che provvede alla nostra sopravvivenza e dunque l’esercizio di un atto volitivo non deve servire a contrastare questa importante funzione preventiva, bensì a gestire l’emozione di paura qualora si manifesti come un impulso travolgente e distruttivo. E’ infatti possibile dominare la paura tramite l’esercizio della Forza di Volontà, iniziando dal graduale dominio di piccoli timori, dunque ponendosi di fronte a situazioni che normalmente incuterebbero paura, facendo attenzione all’atteggiamento che si mantiene nel farlo. Lo sporgersi da un precipizio o il guardare da una finestra collocata al ventesimo piano di un edificio, per esempio, rappresentano situazioni che naturalmente susciterebbero sensazioni di timore, di vertigine, di perdita di stabilità o di senso di sicurezza e la tecnica di esercizio della Volontà consisterebbe proprio nell’affrontare il pericolo non con un atteggiamento di sfida o di spavalderia, avvicinandosi al precipizio in maniera spericolata, né tanto meno con l’atteggiamento di chi lo rifugge perché succube del timore provato, ma avvicinandosi gradualmente, in maniera protetta, magari centimetro per centimetro; la gradualità nell’affrontare una situazione delicata offre la possibilità al soggetto che l’adotta, di familiarizzare con tale pericolo senza che ne sia passivamente travolto. L’atteggiamento e la tecnica appena illustrati sono applicabili ad un’innumerevole serie di differenti situazioni che il soggetto è più condizionato a temere: dunque guardare da una quota molto elevata in altezza o percorre a piedi di notte un tratto di strada non illuminata o camminare lungo un ponte molto stretto; in tutte queste circostanze è sì consigliabile affrontare il pericolo, ma in maniera graduale e soprattutto mantenendo un animo lieto, magari cantando. Così, anche nel caso in cui il vedere una ferita sanguinante provochi un senso di brivido repulsivo: se si vorrà superare tale avversione sarà necessario sforzarsi di guardarla senza auto-violentarsi, bensì gradualmente persuadendosi che stiamo assistendo a un fenomeno naturale. Allo stesso modo si dovrà agire per superare una delle maggiori paure che caratterizzano da sempre l’essere umano: la paura della morte. Per fare ciò si potrebbero visitare persone che stanno morendo, oppure osservare un cadavere con attenzione, ovviamente non con un morboso senso di curiosità, ma per il desiderio di rafforzare la Volontà di affrontare ciò che incute timore, considerando peraltro che la morte è un fenomeno inevitabile, ben inclusa la nostra. E’ probabile che le prime reazioni provate tendano ad allontanare l’individuo da tali scene, ma per garantire un percorso evolutivo, integrando perfettamente con sensibilità ed esperienza la personalità, è necessario superare queste paure affrontandole: non lanciandosi in maniera avventata contro il pericolo o l’obiettivo, ma esercitando la Forza di Volontà in maniera graduale, come se fosse un muscolo che debba costantemente allenarsi per adempiere correttamente alla sua funzione, in modo da potersi gradualmente e sempre più preparare a questi naturali imprevisti. Malattia, dolore, paura, invalidità e morte sono fenomeni della vita incarnata, in un certo senso naturali, ma richiedono un atteggiamento sobrio, maturo, per poter essere correttamente elaborati in quanto ci si potrebbe trovare a fronteggiarli in maniera imprevista e improvvisa, senza alcuna preparazione e allora si rischierebbe di incorrere in grande sofferenza e profondo abbattimento. Un’altra fobia molto diffusa è la paura della povertà, il timore di rimanere senza mezzi di sostentamento o, ancor più ansiogeno, è il senso di perdita dello status sociale; anche in questi casi la paura potrebbe essere affrontata e vinta esercitandosi ad evitare qualsiasi spreco, ad evitare l’acquisto di qualsivoglia oggetto superfluo, ricordandosi il più frequentemente possibile che la più grande ricchezza consiste nel possedere una forma umana e nell’essere dotati di una coscienza lucida, che deve pertanto essere grata, per tutto ciò che dalla vita ha già ricevuto e che, con la giusta attitudine, potrà ancora ricevere. Anche l’attitudine appena descritta è l’esito di uno sforzo graduale poiché l’esercizio della Volontà, così come qualsiasi altro esercizio volto allo sviluppo di una facoltà, richiede gradualità per risultare efficace. I primi passi verso il successo sono importanti come l’allenamento prima della prova finale; è possibile che nella vita non arrivi mai ‘la prova’: potrebbe non capitare mai che la casa vada in fiamme o che venga svaligiata dai ladri o che si perda la salute, però è bene educarsi ad affrontarla nell’eventualità che accada. Si dovrebbe dunque imparare a fare a meno delle cose che abbiamo e osservarle con distacco emotivo, prendendo atto della loro esistenza e presenza al momento, ma essendo pronti a una loro perdita conservando peraltro gioia e serenità. E’ necessario esercitarsi a vivere la vita con distacco emotivo, vedendo tutte le cose come preziosi elementi del Creato: la salute, la famiglia, la posizione sociale, la terra, il sole, la luna, le stelle, tenendo presente che la morte potrebbe improvvisamente separarci dalle persone care, così come per qualche giorni potrebbero essere oscurati il sole, la luna o le stelle, perché coperti da nubi. Ugualmente in alcuni momenti si potrebbe non provare gioia, né soddisfazione, seppure queste caratteristiche appartengano ontologicamente alla natura dell’uomo, fatto “ad immagine e somiglianza di Dio”: immortale, sapiente e beato. E’ proprio nel ‘qui e ora’ che devono essere sperimentare la gioia e la soddisfazione; non solo si deve imparare a ricercare in se stessi tutte queste ricchezze ma ci si dovrebbe anche abituare alla felicità e all’amore. Le Upanishad insegnano che in se stessi si trova non solo tutto ciò che si cerca nel mondo, ma anche ciò che nel mondo non c’è.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE SECONDA).
di Marco Ferrini.


STRESS E AUTOMATISMI MENTALI.
Una tecnica efficace per imparare a non dare risposte sbagliate a causa di automatismi mentali o condizionamenti in atto, è il rilassamento. Attraverso le tecniche di rilassamento si permette all’intelletto, alla parte più profonda e più affidabile della psiche, di analizzare e d’interpretare al meglio qualsiasi avvenimento, grande o piccolo che sia. Alcune tecniche di rilassamento possono rappresentare vere e proprie pause ristoratrici da inserire opportunamente tra un’attività ed un’altra, tra una risposta ed un’altra ai vari problemi che si presentano nella vita anche ad una persona sobria. Affrontare e rispondere ripetutamente a problemi genera un certo stress; ad un livello tollerabile lo stress può essere anche stimolante, purché non sia eccessivamente prolungato, in quanto da stimolante diventerebbe logorante e con il passare del tempo produrrebbe pessimi risultati. La misura compatibile di stress varia da individuo a individuo, non è eliminabile e non sarebbe nemmeno auspicabile eliminarlo completamente, ma è necessario non farlo crescere oltre le possibilità di resistenza individuale; quando si sente che si sta avvicinando al limite, prima che si entri nella zona di pericolo, si deve fare una pausa. Se non è stato accumulato stress, il relax può essere anche di una decina di minuti. Per una persona sana a conoscenza di efficaci tecniche di visualizzazione meditativa, anche pochi minuti di relax possono rappresentare una pausa soddisfacente. L’aspetto fondamentale è rappresentato dalle attività che costituiscono questo tempo di relax. D’altronde, si potrebbe anche fare una pausa per ore e non ottenere il desiderato risultato. La pausa di cui parliamo non è una fuga dai doveri, ma una loro sublimazione. Esistono diverse forme di rilassamento: fisico, mentale, psicologico o emozionale e trasversalmente a queste diverse categorie esistono altrettante tecniche per ristorare fatica e stanchezza accumulate.Talvolta fonte di rilassamento è un’attività fisica come una camminata a passo svelto o una corsa; una nuotata o una passeggiata in un bosco oppure un’attività pratica che interrompa la routine in cui ci troviamo impegnati da lungo tempo, come per esempio tagliare una siepe o rastrellare le foglie secche o potare le rose; fare un bucato o riassettare la casa; oppure l’auspicato relax si potrebbe trovare nella lettura di un brano di un libro, talvolta anche di una sola pagina, o nel conversare su qualcosa di piacevole, altro rispetto all’impegno che genera stress, ma non con l’inconscio desiderio di eluderlo bensì con la volontà di ristorare le forze per meglio riaffrontarlo con successo; oppure ancora si potrebbero offrire preghiere al Signore, oppure se è ora di pranzo, cena o colazione ci si dovrebbe dedicare con animo lieto e meditativo a tale pausa. L’importante è considerare che così come a livello corporeo fa bene compiere sforzi fisici, ma è essenziale avere la cura di non oltrepassare il limite prestabilito, in modo da non produrre strappi muscolari, accelerazione cardiaca e respiratoria oltre una certa misura, anche dal punto di vista psicologico la Volontà deve essere addestrata a raggiungere risultati, ma senza giungere ad eccessi di stanchezza e di stress: si deve comprendere quando è il momento di entrare in pausa e rispettarla, in questo modo la Volontà si rigenera e ricrea le condizioni idonee per un ulteriore sviluppo costruttivo, evolutivo, olisticamente salutare per la nostra personalità. Un’altra tecnica fra le più efficaci per il rilassamento è rappresentata dalla visualizzazione di immagini, di icone che suscitino in noi ricordi costruttivi, evolutivi, gioiosi, o che rappresentino l’ideale più elevato di noi stessi e della situazione che vorremmo vivere, per poi immedesimarsi con quella immagine, acquisirla interiormente, viverla in maniera realistica, su tutti i piani antropologici: a livello corporeo, mentale, spirituale. La visualizzazione può orientarsi sul rilassamento del corpo, pensando di rilassare in generale tutte le membra del corpo, una ad una (cuoio capelluto, orecchie, punta delle dita…), in particolar modo le membra più affaticate o pesanti, cercando di sentirsi progressivamente più leggeri ed immersi in un profondo stato di benessere; parallelamente si possono visualizzare, aiutandosi in questo anche da album di fotografie o da documentari ispiranti, scenari propedeutici all’auspicato rilassamento come manti erbosi in cui sdraiarsi, boschi in cui ascoltare armoniose melodie come il canto di uccelli, scogliere da cui vedersi aprire il mare e respirare aria pura, baciati da un piacevole tepore solare o accarezzati da una lieve brezza sulla pelle, cercando di sentirsi progressivamente più rilassati con un corpo che risponde perfettamente alle esigenze e con la Volontà di agire che si rigenera. Anche seguire attentamente il percorso del respiro è d’aiuto in questo: attraverso la respirazione, così come attraverso la alimentazione, si acquisisce prana, dunque funzionale alla rigenerazione può essere visualizzare questo prana che entra dentro, che si muove, percorrendo prima le vie aeree superiori e incanalato successivamente lungo la spina dorsale secondo le due vie respiratorie indicate dalla disciplina ayurvedica: Ida che inala aria dalla narice sinistra espellendola poi dalla narice destra dopo aver raggiunto il mula dhara chakra più basso ed essere poi risalita e viceversa da Pingala che segue il percorso opposto. Il rilassamento del corpo non è in contraddizione con il recupero della Volontà perché in un processo sano, successivamente all’affaticamento dev’esserci riposo, grazie al riposo si riacquisiscono le energie, con le energie torna la Volontà di agire e per una persona sana l’azione conferisce gioia: agire, impegnarsi, ottenere risultati porta molta gioia in particolar modo se le azioni sono compiute sotto il segno di sattva guna, della virtù e senza spirito di competizione, magari con un leggero agonismo che dovrebbe semplicemente costituire uno stimolo all’azione. In altre parole, spendere le energie è un processo salutare, così come rigenerarsi successivamente per recuperarle, per poi rispenderle nuovamente con gioia: per fare ciò è necessario imparare a visualizzare con molta precisione l’immagine mentale di tali energie, che rientrano dentro al corpo stanco e vengono pian piano recuperate. Il perfetto equilibrio fra spesa e recupero di energie rende questo ciclico ricambio un processo sano e pertanto auspicabile, ma la estremizzazione verso uno di questi due poli conferisce un carattere patologico al medesimo processo. La degenerazione in questione avviene infatti quando una persona si stanca ma non riesce poi a rilassarsi, non riesce a riposare e così accumula stress e la persona, spinta da necessità pressanti, impossibilitata a non agire, sommersa da eventi della vita quotidiana, si rimette comunque in azione e così si trova ad essere agita se non agisce e travolta se non naviga col timone nelle sue mani; in tal modo la sventurata persona in questione, che non ha recuperato, che non ha riposato, accumula stanchezza e questa nuova stanchezza si somma alla precedente senza che ci sia stato un processo di rigenerazione e la Forza di Volontà ne risente assumendo le caratteristiche di cocciutaggine, caparbietà e scarsa ragionevolezza. Una tecnica fondamentale in grado di trascendere il semplice rilassamento, per raggiungere equilibrio emozionale, psichico, fisico e per garantire evoluzione spirituale è rappresentato dalla meditazione, in particolar modo dalla meditazione sui Nomi Divini ed anche questa pratica può e deve essere arricchita, per poter essere ulteriormente potenziata, dalla visualizzazione attiva.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE PRIMA).
di Marco Ferrini.

IL COMPLESO D’INFERIORITA’.
Tra gli ostacoli allo sviluppo di una Volontà ferma ed efficace è possibile evidenziare il Complesso d’Inferiorità. Il Complesso d’Inferiorità induce chi ne è soggetto, a misurarsi costantemente con eccellenze altrui generando inevitabilmente spirito di competizione e spesso, conseguentemente, frustrazione. Tale atteggiamento mentale, producendo ansia e lotte per motivazioni e scopi sostanzialmente sbagliati, indebolisce la Volontà. Due infatti principalmente i rischi nell’assunzione acritica di modelli esterni a se stessi: il primo è di assumere modelli erronei, che apparentemente, a causa di una qualche forma di idealizzazione riteniamo utili e gradevoli, ma che ad un livello di analisi più approfondito nascondono problematiche o risultano distruttivi. Il secondo pericolo da evitare, seppur in presenza di un modello valido da seguire, è una pericolosa forma di competizione che potrebbe derivarne: ogni persona è depositaria di una o più abilità ed essendo le persone eterogenee, il fatto di misurarsi competitivamente in qualche singola attività appare alquanto privo di significato, perché il possedere una specifica dote non conferisce maggior valore ad una certa persona rispetto ad un’altra dotata di altri, diversi, talenti. Inoltre, chi è succube del Complesso d’Inferiorità, a causa del bisogno di compensazione, s’imposta a livello inconscio come fosse dotato di una inconfutabile superiorità rispetto a tutto ciò che lo circonda, tendendo così a presentarsi in maniera autoritaria, pensando, esprimendosi e agendo in termini perentori. E’ infatti proprio questa affermazione di indiscutibile superiorità a costituire la trappola per tale categoria di individui. Per poter sviluppare una sana Volontà, sobria e forte, la ricetta è semplice: essere se stessi! Né inferiori, tanto meno superiori a qualcosa o qualcuno, ma soltanto se stessi. Se si raggiunge tale scopo sarà possibile non solo superare il Complesso d’Inferiorità, ma anche testimoniare con gioia l’incremento di una Volontà sana, gioiosa e lungimirante. Essere se stessi significa conoscersi realmente, nella dimensione più intima, profonda, spirituale. La mancanza di conoscenza di sé stessi genera notevoli scompensi psicologici, tra cui, il più frequente: lo smarrimento d’identità, con il conseguente impellente bisogno di una ennesima falsa identificazione: un’altra maschera. Questo meccanismo può protrarsi all’infinito e rappresenta pertanto una potente quanto inesauribile fonte di condizionamento. La persona deve imparare a liberarsi da qualsiasi maschera e riconoscere il proprio volto, la propria identità spirituale (nitya-svarupa): tale identità costituisce la propria individualità, peculiarità, irripetibilità. Cosciente di ciò riuscirà rapidamente a valorizzare la propria singolarità, scoprendo il proprio valore nella specificità che la caratterizza. Queste scoperte conferiscono enorme e sana fiducia in sé stessi e consentono lo sviluppo della personalità e della Volontà: una Volontà forte, ma compassionevole, lungimirante; una Volontà che si avvale della lungimiranza e della sicurezza derivante da un’oggettiva stima delle proprie intrinseche qualità, non più su mutevoli modelli di riferimento altrui, ma sulla consapevolezza della inesauribile disponibilità della propria natura spirituale. Dunque, l’obiettivo cui si deve tendere è, non imitare o emulare artificialmente ‘altro’ da sé, bensì, in virtù di un autentico modello superiore, sviluppare, elaborare la migliore versione di se stessi. Per contro, si deve anche comprendere che non è una reale consapevolezza, una certezza verificata oggettivamente il non essere dotati di qualità o il non possedere Volontà, ma è la sensazione soggettiva stessa del sentirsi senza Volontà a costituire il problema: il Complesso dell’Assenza di Volontà. Il sentirsi svogliati, privi di Volontà, sono semplicemente sensazioni nate da una falsa interpretazione dei fatti che il soggetto non ha verificato e a cui non ha risposto in maniera psicologicamente adeguata e pertanto si trova a subire nella forma di Complesso. Questa percezione errata di sé produce malessere, risentimento; talvolta persistono vecchi rancori che, come a serpenti addormentati nell’inconscio, il soggetto fornisce nutrimento nella forma di risposte automatiche agli eventi, peggiorando nel tono e nei contenuti tutte quelle situazioni che in qualche modo gli rievocano le cause originarie che costituirono il Complesso in oggetto.

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