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Archive for the ‘vita’ Category

Karman e morte: ognuno si trova a subire le conseguenze di azioni compiute in precedenza. Lei ha parlato di “programmazione” della vita: le chiedo qualche commento su questo tema.

Programmare vuol dire agire con consapevolezza, farsi carico in modo responsabile di come “muoviamo” cose e persone intorno a noi. Possiamo farlo secondo tre dinamiche: col pensiero, con le parole e con le azioni. L’azione nasce dal desiderio (kama), si sviluppa nel verbo (vac) e si conclude generalmente nell’atto fisico (karman). Nei Testi Sacri di ritualistica karman sta solitamente ad indicare l’atto per eccellenza, quello sacrificale, l’azione che, se perfettamente eseguita, contiene già in sé il risultato desiderato. Quando invece l’agire è accompagnato da insufficiente consapevolezza, da bassa coscienza, il risultato può prodursi ugualmente ma distorto, imprevisto, non nella direzione desiderata, bensì, magari, in quella opposta. Per progettare il futuro si deve dunque conoscere molto bene la scienza dell’azione, che include la conoscenza delle reazioni. La dottrina del karman assicura a chi la segue il raggiungimento degli obiettivi desiderati; essa viene esposta in maniera accurata nei capitoli quarto e quinto della Bhagavad-gita. La vita incarnata condiziona l’essere a soffrire, ad invecchiare, ad ammalarsi, a morire e a nascere di nuovo. I saggi dell’antichità si sono dunque chiesti: “Ma qual è l’azione per eccellenza, capace di mondare dalle conseguenze che generalmente da essa derivano?”. Questo agire perfetto è magnificamente rappresentato dall’atto compiuto per amore divino (bhakti). L’azione distaccata, motivata dall’amore per Dio, non è paragonabile a quella generata dall’amore mondano, che ha come caratteristiche la lussuria, la concupiscenza, l’instabilità, il desiderio intenso ed egoico di godere dell’effimero. Per amore generalmente s’intende quel sentimento che permette di provare piacere nel dar piacere ad altri, ma nella letteratura Vedica il termine bhakti si riferisce esclusivamente a Dio e al guru e consiste in un elevato e profondo sentimento di fede e devozione amorosa riposto in Loro in egual misura. A questo proposito nella Shvetashvatara Upanishad(1) leggiamo che la conoscenza spirituale viene rivelata alla grande anima che ripone la stessa suprema fede amorosa (parabhakti) in Dio e nel Maestro. L’arte dell’azione consiste dunque in un agire pieno ma distaccato dalle passioni mondane e, al livello più elevato di coscienza, ispirato da una sorta di innamoramento per Dio, per il Creatore, supremo Amico ed Amante. Qualcuno potrà chiamarLo Armonia universale, Coscienza, Bene, ma parliamo sempre della stessa Entità, che ha infiniti nomi, come Brahman, Paramatman, Bhagavan, Ishvara. Il Dio di grazia e misericordia, il Dio d’amore è Bhagavan, la Persona suprema. L’azione compiuta per dovere e tesa alla soddisfazione del Supremo non solo permette di riprogettare la vita in senso positivo e luminoso, ma fa sì che il suo autore non debba più rinascere nel mondo dell’esistenza condizionata. Chi considera il piano fisico come l’unico piano esistenziale ha timore di abbandonarlo, ma coloro che percepiscono dimensioni più elevate, non sono morbosamente avvinghiati al mondo materiale, non hanno un comportamento fobico quando intuiscono che debbono lasciarlo. Dunque i materialisti non si preoccupino: neanche volendo potrebbero lasciare l’universo fenomenico, infatti dovranno rimanere qui fino a che tutte le promesse non saranno state mantenute e tutti i debiti totalmente estinti; prima di allora nessuno potrà evadere dalla prigione del mondo sensibile. In condizione di pura follia i prigionieri a volte se la godono spensieratamente, ma i piaceri mondani hanno vita breve e finiscono immancabilmente per trasformarsi in sofferenza. Il corpo umano è un’opera d’arte, un gioiello, uno strumento di alto valore tecnologico, che potenzialmente permette di fare eccezionali esperienze cognitive; tuttavia è fragile e dura poco. Consapevoli di ciò le persone intelligenti si dedicano alla scienza della realizzazione spirituale e si trasferiscono su livelli di coscienza più sicuri prima che arrivi la tempesta, che si presenta, sempre puntuale, sotto forma di infermità, vecchiaia e morte. Qualcuno può sperare di evitare le malattie, più problematico è sfuggire alla vecchiaia, inevitabile è la morte. La mia sfida nei vostri confronti consiste nel riuscire a farvi rimettere in gioco, a stimolarvi, indurvi a riprogettare il vostro futuro, ma poi siete voi che dovete farlo; voi dovete pensare con la vostra testa ed agire in proprio; io posso darvi solo degli orientamenti. Di regola i bisogni fisici vengono soddisfatti facilmente. Le istanze psicologiche e intellettuali vanno invece risolte su piani più alti. Dove nascono i gusti, le tendenze, gli attaccamenti? Non sul piano fisico. Quando la persona se ne va dal corpo, quel corpo non ha più nessun attaccamento anzi, è già in corso la sua dissoluzione ad opera del tempo. Gli attaccamenti risiedono invece nella mente sotto forma di anartha(2). Nelle Upanishad viene più volte affermato che per nascere alla vita spirituale si deve morire a quella materiale e che questo morire per rinascere non comporta nessun dolore. Togliersi una vecchia benda che ormai non ha più niente a che fare con noi, non è doloroso. È quando le ferite sono ancora aperte, sanguinanti, purulente, che è penosa anche la più semplice delle operazioni. Con l’arma della Conoscenza, con la virtù del distacco e con una guida spirituale qualificata, lo scollamento della benda è perfino piacevole. La Bhagavad-gita(3) afferma infatti che la disciplina dello yoga si pratica con gioia e produce la più grande felicità (susukham).

(1) Shvetashvatara Upanishad VI.23.
(2) An-artha: ostacoli alla realizzazione degli scopi (artha). I principali sono la lussuria o la bramosia in senso lato (kama), la collera (krodha), la cupidigia (lobha), l’illusione (moha) e l’invidia (matsara).
(3) Bhagavad-gita IX.2.

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Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

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Firenze, 30 Maggio 2010 – Ore 16.00
Palazzo Vecchio – Piazza della Signoria, Salone dei Cinquecento, Firenze.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’.
Nella prestigiosa cornice storico-artistica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, Marco Ferrini terrà una conferenza nella quale dialogheranno la Divina Commedia e la Bhagavad-Gita, universali monumenti del pensiero occidentale e orientale che, a distanza di molti secoli, ancora ispirano l’uomo moderno nel suo anelito di evoluzione e realizzazione, sia dal punto di vista laico che religioso. Esplorando le convergenze esistenziali tra queste due opere di filosofia perenne, i partecipanti avranno l’opportunità di fare un viaggio in altre dimensioni che rappresentano differenti livelli di coscienza nella ricerca del senso della vita. La Commedia e la Gita sono un compendio d’insegnamenti cosmogonici, antropologici ed escatologici, di filosofia, psicologia, etica e spiritualità. L’intreccio di queste tematiche esprime la sostanziale continuità tra i diversi piani dell’essere e la fitta serie di corrispondenze fra micro e macrocosmo.Se è vero che un’opera è grande nella misura in cui fornisce strumenti teorici e pratici per poter realizzare livelli alti di consapevolezza, e se offre concetti, suggestioni, modelli di vita adatti ad affrontare e risolvere i problemi esistenziali dell’individuo e quelli più complessi della società, allora non è azzardato affermare che la Commedia e la Gita sono scritti di intramontabile valore.

‘La mia vita non è stata che una serie di tragedie esteriori,
e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile,
è dovuto al’insegnamento della Bhagavad-gita’.
(Mahatma Gandhi)

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Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l’attestazione della sua morte clinica? La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l’interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un’esperienza evolutiva? Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L’essere non nasce, né muore. E’ eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l’immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.

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Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l’esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni ’60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell’odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all’insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l’ineludibile assistenza medica e l’accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l’urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall’orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana. E’ la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell’intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali – una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell’immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell’assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell’assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell’evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita – Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).

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