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Archive for the ‘Upanishad’ Category

“In verità si dice anche che l’uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l’azione, quale è l’azione, tale è il risultato che consegue(1)”.

Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita Krishna analizza psicologicamente la fisiologia del desiderio. Ad una domanda cruciale di Arjuna: “O discendente di Vrishni, cosa spinge l’uomo a commettere errori anche quando non lo desidera, come se vi fosse costretto?”, Krishna risponde: “E’ lussuria soltanto, o Arjuna. Essa nasce dal contatto con l’influenza materiale della passione poi, trasformandosi in collera, diventa il nemico devastatore del mondo e la sorgente di ogni peccato(2)”. Il desiderio frustrato produce collera, la quale scarica una serie di negatività sugli organi che governano il corpo e produce sofferenza, distruzione della memoria, del sapere e di conseguenza anche dell’equilibrio. Come ben sappiamo, vi sono persone che hanno pagato due soli minuti di collera con venti anni di galera o con la rovina totale sul piano fisico ed economico, oltre che su quello delle relazioni sociali. Quindi la collera va evitata, ma per poter far ciò occorre gestire il desiderio con molta attenzione. Nella Katha-upanishad come nella Bhagavad-gita vengono descritti la materia inerte (prakriti), i sensi (indriya), la mente (manas) ed infine l’intelligenza (buddhi). Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita(3), Krishna spiega come la persona che è situata nel sé riesca a dominare e quindi a governare ed armonizzare gli impulsi sensoriali senza reprimerli. Non serve a nulla rimuovere, dimenticare, nascondere tra le pieghe della mente, perché questa lancerà comunque i suoi strali di protesta, disturbando tutte le funzioni dell’individuo, nel sonno e nella veglia. Il Supremo ha un altro piano: gestire l’energia inferiore elevando la coscienza e acuendo la consapevolezza. La trasmigrazione dell’essere da un corpo ad un altro è un fenomeno che avviene proprio in forza dei desideri coltivati e delle azioni compiute. Esiste una sostanziale causalità tra desiderio ed azione: il primo è infatti il seme della seconda. Il piano fisico è l’ultimo sul quale si manifesta la realtà; l’azione ha la sua origine nel desiderio, poi passa alla fase verbale per esplicitarsi infine sul piano degli elementi fisici. E’ dunque essenziale comprendere bene la genesi e le dinamiche dell’agire per non ritrovarsi inermi di fronte a fatti compiuti, incapaci di gestire il proprio presente e di progettare il proprio futuro.

(1) Brihadaranyaka-upanishad IV.4.5. Traduzione ripresa da Upanishad Vediche, a cura di Carlo della Casa. Torino, UTET, 1976. P. 77.
(2) Bhagavad-gita III.36-37. La traduzione è di chi scrive.
(3) Cfr. Bhagavad-gita III.37-43.

Tratto da “Vita, Morte e Immortalità”.

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Le persone si intrattengono spesso parlando dei loro sogni: sogni da realizzare, sogni ancora tutti da sognare, sogni finiti in quel celebre cassetto senza fondo che aspetta ancora di essere aperto. E’ chiaro che quando parliamo di realizzare i nostri sogni, con la parola sogno non ci stiamo riferendo all’attività psichica che si attiva mentre dormiamo, bensì ad un sinonimo di desiderio o fantasia. Per quanto riguarda il termine desiderio, l’etimologia ce ne svela la natura più profonda. Le due parole latine che compongono il desiderio sono la particella de- che in questo caso indica allontanamento, ‘via da’ e sidus-sideris, dal significato di ‘stella, astro’. Letteralmente, dunque, desiderio significa ‘lontano dalle stelle’, indica la mancanza di sidera, delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Se ci riflettiamo, effettivamente il desiderare implica una lacuna, una mancanza: si desidera quel che ci manca e quello che, secondo noi, completerebbe la nostra vita o ci procurerebbe una gioia al momento assente. E’ proprio a questo punto, all’inizio cioè del processo, che dobbiamo porre particolare attenzione alla motivazione e alla natura del nostro desiderio: cosa stiamo desiderando? E soprattutto: perché? Siamo proprio sicuri che quella cosa, quella persona, quella situazione andrà a colmare qualche nostra lacuna e ci farà stare meglio? Attraverso questo processo logico saremo probabilmente in grado di evitare i danni maggiori, sempre che il desiderare egoico, dribblando tutti i filtri razionali, non sia già divenuto sentire, ovvero non si sia già prepotentemente insediato nei nostri sensi. Quando così accade, la manovra di inversione a U riesce raramente, e in ogni caso con grande difficoltà. Questo perché l’energia del desiderio non è più semplicemente psichica, ma è entrata nella centralina dei sensi mandandola in fibrillazione. Ecco come la Bhagavad-gita, testo di millenaria sapienza, conferma e mette in guardia:

“Come un vento impetuoso spazza via una barca sull’acqua, così uno solo dei sensi su cui la mente si fissa porta via l’intelligenza dell’uomo(1)”.

Quando il pensare/desiderare/fantasticare è ormai nella fase del sentire, quella del volere è dietro l’angolo ed è piuttosto arduo schivarla. E’ per questo che, come affermano le Upanishad e la Gita e come ben sintetizza Marco Ferrini nel suo “Pensiero, Azione, Destino”, è davvero importante monitorare i nostri pensieri e i nostri desideri, perché da quelli scaturiscono inesorabilmente le azioni che orientano il nostro presente e anche il nostro futuro. Il desiderio vola sulle ali della fantasia, che il dizionario descrive come quella “facoltà dello spirito capace di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse, in parte o in tutto diverse dalla realtà”. Tale concetto ci rimanda inevitabilmente a quello di visualizzazione e a quello veicolato dal sanscrito vikalpa. Vikalpa, nel linguaggio proprio dello Yoga darshana(2), indica un fantasticare che può avere natura costruttiva, oppure condizionante. Nel primo caso la visualizzazione che il soggetto proietta sul proprio schermo mentale è basata su sat, sulla realtà, intendendo per realtà qualcosa che risponde ad una natura vera e buona e che affonda le proprie radici nel principio cosmico del dharma, l’Ordine universale. Questa è la dinamica che segue un desiderio sano, ben orientato, che darà buoni frutti. In caso contrario il fantasticare avrà ali corte, perché non avendo una base reale nel senso appena spiegato, obbligherà il soggetto a naufragare, generalmente dopo qualche esperienza deludente e dolorosa.


(1) Bg. II.67.
(2) Uno dei sei darshana o sistema di pensiero classico dell’India. L’autore, il saggio Patanjali, negli Yogasutra che costituiscono tale darshana ha raccolto tutti i principali insegnamenti sullo Yoga. Il CSB ha svolto numerosi lavori e studi comparati con la odierna psicologia su questo tema, richiedibili via internet o direttamente alla nostra Segreteria.

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