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Archive for the ‘spiritualità’ Category

Agostino di Ippona (354-430), santo, vescovo, la  sua mensa era parca e frugale, composta di erbaggi e legumi.

Ambrogio di Milano (339-397), santo, vescovo, tra i primi dottori della Chiesa latina, scrittore, fu assertore del regime vegetariano, escludeva dalla sua mensa carne, pesce, uova e latticini, nutrendosi di erbaggi, frutta e verdura. Diceva: “La carne fa cadere anche le aquile che volano”.
Antioco Eremita, visse fino a cento anni nutrendosi di verdure crude e bevendo sola acqua.
Basilio Magno (330-379), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, padre del monachesimo orientale, legislatore monastico. Fondò una comunità di asceti che si nutrivano solo di pane e verdure e bevevano solo acqua.
Benedetto da Norcia (480-547), santo, patriarca del cenobitismo occidentale, nella sua regola il divieto assoluto della carne per i monaci e anche per i bambini.
Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), santo e dottore della Chiesa, si nutriva di pane, latte e zuppa di verdure. Affermava: “Troverete più nelle foreste che nei libri”.
Bonaventura da Potenza (1651…), beato francescano, nella regola dei Certosini da lui fondata l’astinenza totale dalle carni che estese pure ai monaci ammalati: chi disobbediva a questa regola veniva espulso dall’Ordine.
Caterina da Siena (1347-1380), santa, dottore della Chiesa, una delle maggiori scrittrici del XIV secolo, rinunciò alla carne fin da piccola nutrendosi di pane, erbe crude e bevendo solo acqua.
Cesario d’Arles , santo, scrisse due regole, la prima per i monaci, la seconda per le sacre Vergini del monastero di S. Giovanni Battista. In questa regola era assolutamente vietato mangiare carni.
Chiara da Montefalco vissuta nel 13° secolo, si nutriva di frutta ed erbe selvatiche e pur dormendo sopra un giaciglio fatto di sassi si conservò sempre in salute.
Filippo Neri (1515-1595), dopo una visione non mangiò più carne o pesce e si nutrì esclusivamente di pane, erba e qualche f rutto.

Francesca Romana (1384-1440), santa, sposa, madre, vedova esemplare. Operò strepitosi miracoli. Fin da giovanissima si astenne dal vino e dalla carne.
Francesco di Paola (1416-1507), santo, eremita, fondatore dell’Ordine dei Minimi, per la sua dieta parca e frugale fu chiamato dai suoi contemporanei “mangiatore di radici”.
Fulgenzio di Ruspe, visse verso la fine del 5° secolo, santo, monaco e vescovo, non mangiava mai carne.
Giacomo Minore, apostolo, cugino di Gesù vescovo di Gerusalemme. Secondo Eusebio di Cesarea non mangiò mai carne di animali, né bevve vino.
Giovanni Battista, ultimo dei profeti ebrei, detto il precursore di Cristo, si nutriva di focacce e miele.
Giovanni Bono (1169-1249), fondatore dell’ordine degli Eremiti, non mangiava mai carne; consumava in una settimana quello che i loro confratelli mangiavano in un giorno.
Giovanni d’Avila (1499-1569), santo, sacerdote, si nutriva di legumi e frutta.
Giovanni Maria Vianney (1786-1859), santo e guida spirituale, si nutriva quasi essenzialmente di patate.
Girolamo (345-419), santo e dottore della Chiesa, tradusse e revisionò la Bibbia, auspicava il ritorno alla condizione antecedente il Peccato: “L’astinenza dalla carne ricomincia con la venuta di Cristo”.
Giuseppe Cottolengo (1786-1842), santo, fondatore di 4 comunità femminili ed una maschile ove la regola da lui stabilita prescriveva l’obbligo di non consumare carne.
Gregorio da Nazianzeno (329-389), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, ritenuto il teologo più erudito mai vissuto, si riferisce che mangiasse esclusivamente lupini.
Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), santo, sacerdote, scrittore, non consumava né carne né pesce.
Matteo, apostolo, santo, evangelista. Clemente Alessandrino riporta che si nutriva di frutta, semi ed erbaggi.
Migne (1800-1875), abate francese, riteneva l’astinenza dalla carne ciò che maggiormente contribuiva alla perfezione e alla felicità dell’uomo.

Nicola da Tolentino (1245-1305), santo ed eremita agostiniano, si asteneva da carne, pesce, latticini e dai condimenti con grasso.
Nilo ( 910-1004), santo, mangiava pane, legumi e frutti e beveva solo acqua.
Paconio (292-346), santo, iniziatore della vita cenobitica, fondatore di numerosi monasteri ove i pasti erano a base di erbe, pane, olive,  formaggi con divieto assoluto di carne e vino.
Paolino di Nola (353-431), santo, osservò sempre l’astinenza dalle carni.
Pietro, apostolo, santo. Nei Ricognitinoum libros di Clemente Romano si riferisce che si nutrisse di pane, olive e raramente erbe.
Pietro d’Alcantara (1499-1562), santo, asceta francescano, uno dei più grandi mistici spagnoli, si nutriva tre volte a settimana consumando solo piselli e fave.
Pietro il Galata, consumava solo pane ed acqua.
Pietro Regalado, santo, francescano di stretta osservanza, straordinario taumaturgo, nelle comunità che fondò i membri si nutrivano solo di legumi, estendendosi da carne e vino.
Pio V (1504-1572), santo, vescovo, cardinale e poi papa, si nutriva con erbe e legumi.
Tommaso d’Aquino (1220-1274), santo, massimo rappresentante della Scolastica medioevale, eminente teologo, riteneva che carni, latte e uova costituissero il massimo incentivo alla lussuria.
Vincenzo Ferret (1350-1419) santo domenicano, è considerato il più grande predicatore di tutti i tempi, si asteneva dalla carne.

Franco Libero Manco

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Di Tania Zakharova.

All’apice del grande successo, all’età di 50 anni, Lev Nikolaevic Tolstoj,  lo scrittore, drammaturgo, filosofo e teologo russo, conosciuto in tutto il mondo per le sue opere, entra in una profonda crisi esistenziale. Nella Confessione (1882) egli riferisce di aver attraversato, in concomitanza con la crisi, una depressione, profonda e di esserne uscito grazie all’acquisizione di un’idea di spiritualità vissuta con umiltà e semplicità:

“Compresi allora che dopo questa vita priva di senso, non mi aspettava nulla, mi attendevano soltanto sofferenza, malattia, vecchiaia e distruzione finale. Allora mi chiesi: a che scopo tutto ciò? La mia disperazione era così grande che pensai di suicidarmi. Ma ecco giunge a me la salvezza… mi misi a leggere il Vangelo e ad approfondirne il senso. Non mi trovai solo nella conoscenza della verità scoperta nel Vangelo, mi trovai invece insieme a tutti i migliori uomini del presente e del passato. Ho vissuto dopo di ciò gioiosamente vent´anni della mia vita e gioiosamente mi avvicino alla morte”.

Lo scrittore, col maturare della trasformazione interiore e lo svilupparsi delle proprie riflessioni religiose, abbraccia con fervore ideali spirituali nella convinzione che solo l’amore e il perdono, come insegnato all’interno del Discorso della Montagna, possano unire le persone e dar loro la felicità. Accanto alle Sacre scritture cristiane, Tolstoj meditava sui testi vedici. Conosceva ed amava la Bhagavad-gita, facendo spesso rimandi a questo grande testo nei suoi diari e nelle sue lettere. Nelle raccolte “Per l’anima” e “Il sentiero della vita”, l’autore ha incluso diverse massime tratte dai Purana, dalle Upanishad, dalla Bhagavad-gita e dal Mahabharata. L’interesse del famoso scrittore russo per i Veda non si esauriva mai, ma lo studio più approfondito dell’antica filosofia indiana fu da lui svolto proprio nel periodo della sua crisi esistenziale fino alla fine degli anni settanta-inizio anni ottanta, quando Tolstoj sentì la necessità di intraprendere una seria ricerca spirituale alla scoperta del senso della vita. Da quel  momento c’è il vero cambiamento. Il suo stile di vita cambia  completamente, tanto da diventare vegetariano e antimilitarista; inizia a lottare contro lo sfruttamento delle masse e si orienta  per una etica di fratellanza  universale e di pace, sperimentando su se stesso  la sobrietà e la povertà. Il suo pensiero circa l’orientamento e il nuovo  rinnovamento della sua vita così come espresso nei Diari è chiaro ed eloquente:

“Il  compito dell’esistenza consiste nel sostituire la vita fondata sulla lotta e la violenza con una vita fondata sull´amore  ” (Diari, 29.11.1901).

Lev Nikolaevic per trent’anni  cercherà di diffonderlo  utilizzando la sua autorità di scrittore e di praticarlo lui stesso giorno per giorno. Già nel famoso romanzo Guerra e pace, scritto nel 1869, tutta la narrazione viene orientata in funzione della necessità di spiegare il mistero dell’essere umano nei suoi rapporti con l’Essere universale e di scoprire le vie di sviluppo integrale e organico dell’individuo, un atteggiamento interrogativo nei confronti del creato che Tolstoj fa ricercare a molti suoi personaggi (Pierre, Levin, Andrej, Anna, Natasha), fino ad arrivare alla comprensione del Divino in essi racchiuso. Ferito gravemente nella battaglia di Borodino, Andrei Bolkonskij, uno dei personaggi centrali di “Guerra e Pace”, si sente illuminato da una realizzazione: “Si è rivelata a me una felicità nuova, imprescindibile dall’uomo, una felicità al di fuori delle influenze esterne, la felicità inerente solo all’anima… Ho sperimentato quel sentimento d’amore che è l’essenza stessa dell’anima… Amare tutto – amare Dio in tutte le manifestazioni. Si può amare la persona cara con l’amore umano; ma amare il nemico è possibile solo con l’amore divino” (3-2, pag.375.). In un altra opera importante di Lev Tolstoj, Anna Karenina, l’amore viene analizzato sia nell’aspetto estetico, attraverso il prisma della percezione sensoriale, sia come la tensione verso i valori etici. In questo romanzo Tolstoj osserva molto da vicino una “goccia” di quella vita che in Guerra e pace ha trattato in maniera globale e che proprio in quella universalità rivelava un rassicurante disegno armonico. Al contrario, in questa narrazione si analizza il disfacimento di un piccolo universo individuato nella famiglia, che, a sua volta, è il simbolo della società aristocratica russa. La complessità della personalità umana trova compimento nella figura di Anna, che racchiude in sé le contraddizioni del mondo in cui vive, in cui non c’è nessun consolatorio confine tra bene e male. Uno dei temi maggiori che Tolstoj esplora in profondità è la relazione tra amore ed etica, sia nelle forme molteplici che possono assumere, sia nei diversi livelli in cui coesistono, per arrivare poi a disquisire circa la felicità (o infelicità) che ne risulta. Man mano che cambiava la sua visione del mondo, nel corso degli anni, gli scritti che uscivano dalla penna di Lev Tolstoj si riempivano di nuovi contenuti. Gandhi nel 1894 rimarrà profondamente colpito dal libro di Tolstoi  “Il Regno di Dio è dentro di voi”, dove viene denunciata l´insanabile contraddizione fra la coscienza cristiana, la coscienza civile evoluta e la guerra. Nelle ultime ore di vita, con la febbre che lo tormentava e il dolore e la difficoltà respiratoria a causa della polmonite, Tolstoj dettò alla figlia Aleksandra questi pensieri per il Diario:


“Dio è quell’infinito Tutto, di cui l’uomo diviene consapevole d’essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L’uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell’uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L’unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l’Amore. … quanto più grande è l’Amore, tanto più l’uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente”.

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LEONARDO DA VINCI, LO YOGI DEL RINASCIMENTO ITALIANO.
Di Fabrizio Fittipaldi.

Nell’opera di Patañjali sullo yoga, il diciannovesimo sutra del Samadhi pada può essere così tradotto:

I videha e gli yogi prakriti laya nel momento della rinascita fanno naturale esperienza del samadhi.

Il termine videha indica esseri celesti che hanno corpi di luce; mentre i prakritilaya sono coloro che avendo sviluppato una piena consapevolezza della Natura, vivono spontaneamente l’esperienza del dissolvimento della loro coscienza in essa.
Leonardo appartiene sotto ogni riguardo a questa seconda categoria umana, dai sensi e dall’intelligenza purificati, e il suo speciale rapporto con la Natura caratterizzerà tanto il suo atteggiamento di scienziato, quanto la sua attività artistica, che tra l’altro non è chiaramente distinguibile dalla prima, in quanto ulteriore strumento di conoscenza:

Se tu sprezzerai la pittura, la quale è sola imitatrice de tutte l’opere evidenti de Natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme: aire e siti, piante, animali, erbe, fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. E veramente questa scienzia è legittima figliola de Natura, perché la pittura è partorita da essa Natura; ma per dir più corretto, diremo nipota de Natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla Natura, delle quali cose partorite è nata la pittura. Adonque rettamente la chiamaremo nipota d’essa Natura e parente d’Iddio.

Leonardo, La Vergine delle Rocce (1483-1486), Museo del Louvre, Parigi.

In particolare Leonardo intende l’atto artistico come un elevatissimo strumento di conoscenza di una realtà suprema che rimane invisibile a uno sguardo superficiale e al quale l’artista accede per un processo contemplativo e meditativo, procedendo dalla percezione sensibile di un determinato oggetto all’esperienza della sua forma sottile:

Questo è ‘l modo di conoscere l’operatore di tante mirabili cose, e quest’è ‘l modo d’amare un tanto inventore,
ch’invero il grand’amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama, e se tu non la cognoscerai, poco o nulla la potrai amare.

Leonardo attribuisce una grande importanza al gesto incisivo della mano che col suo agire intelligente trasferisce il contemplato su un piano di immediata visibilità. Si sviluppa un dialogo tra lo sguardo purificato dell’artista e la sua mano che si sforza di riprodurre ciò che -in uno stato di elevata coscienza- si è reso visibile ai suoi occhi, aldilà del velo grossolano delle apparenze. Ciò che la mano registra costituirà a sua volta una base sicura dalla quale l’artista e ricercatore potrà partire per avventurarsi nelle inesplorate e invisibili profondità dell’oggetto e del suo significato.
L’opera d’arte che prende spunto da un oggetto naturale o da un soggetto umano non necessariamente è solo informativa o imitativa; tuttavia è fin troppo facile essere sedotti dagli aspetti individuali e accidentali delle cose che ci stanno dinnanzi, e distolti a causa delle nostre affezioni, dalla visione della forma pura. La possibilità di tali distrazioni è eliminata dall’artista che, svuotando la mente di ogni altro contenuto, si mette all’opera basandosi su un’immagine ricreata interiormente. Anche nel caso di Leonardo, dunque, l’artista opera dall’interiorità all’esteriorità, con forme trascendenti e significanti che emergono dal dialogo costruttivo tra contemplazione e gesto creativo, tra osservazione sensoriale e giudizio intellettuale, e che si riproducono in quello speciale agorà che è il cuore umano. Altrove Leonardo parla di un “giudizio” che sembra identificarsi con l’intelligenza dell’artista: lo strumento psichico che più intimamente dialoga con l’anima e che è funzionale alla sua espressione. A una lettura più attenta la natura di tale “giudizio” sembra rimandare a una dimensione superiore, sintetica e inclusiva, che dovremmo chiamare spirituale: è l’anima stessa a forgiare tale “giudizio” e ad imprimergli quella potenza d’azione plasmante. La forza dell’energia creatrice è in lui sempre contemperata dalla riflessione rigorosa e il suo fare artistico è affatto contrario al cieco operare. L’inesauribile efficacia delle immagini leonardesche si fonda su questa unità di potenza creativa e di pensiero; sul suo fondamentale atteggiamento, che consiste nel porsi al di sopra della propria opera, nella quale, allo stesso tempo, viene ad espressione ciò che supera le possibilità del pensiero logico-razionale:

Quando l’opera sta pari col giudizio, quello è tristo segno in tal giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, com’accade a chi si maraviglia di aver sì ben operato; e quando il giudicio supera l’opera, questo è perfetto segno.

Leonardo da Vinci, Annunciazione (1472-1475), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Secondo Leonardo l’artista è signore dell’opera sua e responsabile dell’energia creatrice che lo attraversa affinché questa non sia ostacolata e deformata, nel suo libero fluire, dai condizionamenti del carattere individuale. Il dialogo tra energia creatrice e “giudizio” si fa nella seguente annotazione ancora più intimo e la loro relazione indissolubile:

Mi pare che sia da giudicare che quell’anima che regge e che governa tutto il corpo sia quella che fa sì che il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro […]. Ed è di tanta potenzia questo tal giudizio ch’egli muove le braccia al pittore e gli fa replicare sé medesimo.

E laddove questa energia primaria rimane inviluppata nella psiche individuale, si hanno solo opere determinate dalle caratteristiche del pittore,

e così segue ciascun accidente in pittura il proprio accidente del pittore.

In conclusione possiamo dire che per Leonardo, come per tutte le autentiche tradizioni culturali, l’arte è strumento di conoscenza della realtà spirituale e mezzo per l’elevazione psichica non solo dell’autore (per il quale rappresenta un vero e proprio sentiero di purificazione e autorealizzazione), ma anche dello spettatore attento e sensibile, che rispettosamente si predisponga a lasciarsi permeare dal messaggio di verità che l’opera veicola.

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Il termine sanscrito mantra significa ‘strumento di pensiero’, e anche ‘ciò che protegge la mente’. La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Non si tratta quindi di un’azione volta all’annullamento dell’ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi così com’è. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. È efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa. La letteratura vedica è costituita da un numero incalcolabile di mantra. Tra questi il Mahamantra o ‘grande mantra’ è il più importante nella spiritualità vaishnava poiché tradizionalmente rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze o shakti. Ogni sillaba è densa di energia spirituale e può trasformare l’energia psichica da disecologica ad ecologica. Il Mahamantra dunque è il Signore supremo fattoSi strumento per consentire agli umani di purificare le proprie menti, provocando in loro un cambiamento di coscienza e fornendo una spinta ascensionale che li rende capaci di spezzare tutti i vincoli egoici, di riarmonizzare le varie istanze interiori e di sviluppare le facoltà superiori latenti. La pura, trascendente, vibrazione del Mahamantra, quando esso viene cantato, invocato o meditato con attitudine adeguata, consente di schiarire il campo mentale, di sentirsi in armonia con tutto il Creato e di provare sentimenti profondi di amore e gratitudine per Dio. Il mantra dunque è la forma sonora della Verità (satya rupa), e nel caso del Mahamantra è così composto:

Hare Krishna Hare Krishna
Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama
Rama Rama Hare Hare

Krishna è un nome di Dio che significa ‘l’Affascinante’, Rama invece si riferisce al Supremo come a ‘Colui che dà piacere’ e Hara (nel mahamantra al vocativo) designa l’energia di Amore di Dio, o Hladini shakti. Dopo la purificazione del cristallo mentale, il campo della coscienza può attingere direttamente dal piano della Realtà e si popola d’immagini, ricordi, visioni, suoni ed emozioni spirituali, così da consentire la consapevolezza dell’individualità ontologica o nitya svarupa(1).

(1) Il corpo spirituale eterno. Per approfondimenti su questo tema si consiglia l’ascolto del seminario residenziale “I Nove Sentieri dell’Amore” tenutosi dal 13 al 17 Aprile 2006 a Siena.

Tratto dal testo ‘Divinità, Umanità e Natura’ di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sui rapporti intrapsichici dell’essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificità di linguaggio così alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente. Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realtà metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi(1) con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realtà ottenuto mediante la meditazione su di un mantra. Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica è definita Nama-smarana e costituisce, in questa Tradizione, l’essenza di tutte le attività religiose, nonché l’esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica Vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija è costituito dal maha-mantra. Le esperienze a livello nama, cioè a livello della conoscenza verbale, a livello rupa(2) ed a livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti(3) che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un’impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell’inconscio. L’intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell’Hari-nama(4) è il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di bloccarne ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra “vritti di ritorno(5)”. La concentrazione sull’Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l’Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondità ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di ‘grazia divina’, ma anche quello di ‘purificazione’). Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l’affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle “di ritorno” prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)(6) che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori vritti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione. Quest’ultima è ovviamente essenziale nella pratica del Nama smarana(7). Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell’io storico. Questo è un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realtà trascendente, ovvero quel “guado coscienziale” che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio. Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una “mono-vritti” dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra, che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza.

(1) Visualizzazione di un certo livello di realtà metafisica.
(2) Lett. ‘forma’, non solo grafica.
(3) Lett. ‘Modificazioni mentali, vibrazioni, vortici’.
(4) Canto dei Nomi divini
(5) Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.
(6) ‘Ricordo’. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri, ‘ricordare’, cui corrisponde etimologicamente l’italiano ‘memoria’.
(7) Letteralmente il ricordo di Dio attraverso il canto dei Suoi Santi Nomi.

Tratto dal testo ‘Divinità, Umanità e Natura’ di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE SECONDA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Negli Usa, dove già tentativi in questo senso sono in atto, in discussione ci sono definizioni di identità, uguaglianza, moralità, sicurezza; il concetto stesso di umanità. Il tecno-positivismo portato all’estremo dai transumanisti è già parte dei programmi di ricerca più avanzati della biomedicina contemporanea. Il progetto postumano, di fatto, è stato già avviato. Ciò di cui i paladini della tecno-scienza e del progresso, non sembrano rendersi conto, sono gli spaventosi “effetti collaterali” che questo terremoto culturale possa provocare. Al momento è impossibile predire tutti i possibili sviluppi di questa manipolazione della natura da parte dell’uomo. In una intervista, Natasha Vita-More prospetta alcuni scenari del futuro come quello, per esempio, dell'”upload”, suggerita da alcuni scienziati che lavorato in questo campo: “Un upload è una persona o una entità che è stata copiata in un medium sintetico (elettronico, etc.). Il cervello e la memoria (mente) sarebbero trasferite o ‘uploaded’ (caricate) in un ambiente/medium differente e l’entità/persona non sarebbe costretta entro determinati attributi fisiologici. Questa stessa entità/persona può downlodarsi (scaricarsi) in un corpo umano o in una varietà di veicoli mobili o meccanismi di trasporto. Noi potremmo vivere in ambienti multipli simultaneamente ed essere parte di differenti personalità. Molto probabilmente si svilupperebbe un controllo centrale o principale dell’entità/persona e le altre personalità sarebbero parte della centrale o principale entità.” E’ uno scenario veramente agghiacciante di una società di neo-Frankenstein gestiti da pochi eletti di dubbia levatura morale. Il dolore esistenziale che deriva dal portare un corpo in continua trasformazione e deperimento era sentito anche nell’antichità e quindi l’arte, la scienza e la spiritualità erano metodi reali e definitivi per risolvere i problemi esistenziali. Al momento sia la scienza sia la psicologia occidentali non sono riusciti a dare la risposta ai quesiti esistenziali sulla nascita e la morte. La vera natura della realtà non potrà essere nota finché non avverrà un cambiamento radicale nell’approccio alla vita e alla conoscenza. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei problemi fondamentali della psicologia come la natura e l’origine della mente, la continuità dell’esperienza, relazione corpo-psiche, l’immortalità dell’essere vivente, rimangono insoluti. Nella psicologia vedica la mente è costituita di materia molto sottile, e mente e corpo, essendo entrambe materiali, possono agire e reagire solo in presenza dell’Atman, che per definizione è quel principio vitale che dà vita a tutti i corpi, che è l’origine della coscienza. La scienza dell’anima, atmavidya, studia innanzitutto la componente di base di ciascun individuo, che è quella spirituale. Secondo la psicologia vedica non esiste una separazione netta tra scienza e arte. L’arte permette di costruire un oggetto la cui bellezza è tratta dai canoni che fondano le proprie radici nelle verità eterne dei testi della Rivelazione e della Tradizione. Le descrizioni di queste opere scientifiche, religiose, simboliche, forniscono il canone all’artista che lavora meditando egli stesso per primo su passi scritturali, su osservazioni dell’universo, sulle forze della natura. Arte di vivere significa comprendere la natura e entrare in armonia con il sistema cosmico-universale. Nella prospettiva della scienza vedica il mondo fisico, quello presentato dai cinque sensi, non esprime tutta la realtà, ma solo un riflesso di essa. Nella teoria della trasformazione (vikara) di Bhaktivinoda Thakura, si asserisce che le forme-immagini del mondo fenomenico sono modificazioni imperfette, vikara appunto, di quelle eterne e perfette del mondo spirituale. Nel Vishishtadvaita Vedanta di Ramanuja il mondo è reale ed è perfino strumento di liberazione dai limiti della materia, se ne facciamo un uso corretto. Se ci identifichiamo con esso, non può che causarci dolore e sofferenza. Secondo i numerosi testi della letteratura vedica il linga-sharira, o corpo sottile, possiede in totale diciotto componenti integrate e funzionanti come un tutt’uno. Di vita in vita ogni individuo si porta dietro, registrate nel corpo sottile, un numero incalcolabile di esperienze che, ogni volta, determinano non solo il successivo corpo fisico, ma anche una particolare visione del mondo. Questo passaggio viene descritto anche nella Bhagavad-gita, dove si spiega che il jiva (l’essere vivente) porta con sé le proprie concezioni di vita nel passaggio da un corpo all’altro e che ogni volta, nel nuovo corpo viene dotato di un particolare set sensoriale, che gravita attorno alla mente: “Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, così l’anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili.”(Bhagavad-gita, II-22). Si veda anche Bhagavad Gita XV.9. Nella gerarchia cosmica della Cosmogonia Vedica, i Manusha loka (lett.”i mondi degli umani”) sono i pianeti mediani dove i corpi sono formati da tessuti con altissima percentuale d’acqua; su questi pianeti la vita è breve e tormentata. Alla fine di un ciclo esistenziale dobbiamo “morire” per rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle attività compiute in questa vita. Così l’imprigionamento nella struttura psicofisica continua senza fine per colui che è limitato dalle concezioni materialistiche. Ha senso creare degli ibridi tecno-umanoidi per prolungare la sofferenza dell’umano?

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QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE PRIMA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Nell’arco esistenziale di ogni individuo avvengono tante trasformazioni, cambiano esteticamente i volti, i corpi, ma ancor più la mentalità, le convinzioni, il modo di vivere, la forma mentis. Gli umani sono afflitti da molti dolori: la malattia, l’infermità, la vecchiaia, i condizionamenti. Si chiama Primo Posthuman 2005. “Non ha età, non ha genere, non ha razza. E’ l’ essere umano dei sogni, un’utopia alla quale stanno lavorando scienziati e artisti”- così viene definito l’uomo del futuro nell’articolo di Laura Lazzaroni sull’arte transumanista “Qualcuno e’ perfetto(1) E’ “un individuo le cui caratteristiche di base sono così superiori a quelle di noi umani, da non essere più considerato umano secondo gli standard attuali, resistente alle malattie e all’età, che ha il controllo del proprio stato psico-emotivo, superiormente predisposto al piacere, all’amore, all’apprezzamento artistico, in grado di sperimentare stati di consapevolezza a noi sconosciuti”. Nel Dizionario Enciclopedico del Reader’s Digest, “transumano” è definito come “sorpassante; trascendente; oltre”. Nel Nuovo Dizionario Universale Webster, “transumanizzare” è inteso come “elevare o trasformare in qualcosa oltre l’umano”. Oggi si tende diffusamente a intendere il termine più riduttivamente come una transizione evolutiva dalla biologia umana tradizionale verso una nuova forma di biologia fusa con la tecnologia. Oltre a cercare di superare tutti i confini della biologia, il Transumanismo dunque aspira al miglioramento della condizione umana attraverso le nuove tecnologie, come la nanotecnologia e gli usi avanzati delle comunicazioni. Il transumanismo cerca anche di superare i limiti dell’arte e dell’estetica, per integrare l’arte con la tecnologia, la scienza e la vita stessa. In questa interconnessione tra l’arte e la scienza, i progressi della biotecnologia, dela nanotecnologia e dell’informatica presentano all’uomo un dilemma: quelli che oggi sono strumenti di cura, non potrebbero un domani servire a potenziare i corpi sani? L’artista multimediale, l’autrice di produzione artistiche transumaniste, Natasha Vita-More, suona ottimista: “Garanzia: ventiquattresimo paio aggiuntivo di cromosomi. I corpi abusati verranno sostituiti a spese dell’interessato. Ci riserviamo il diritto di cambiarli con un modello di seconda mano”.

(1) La Repubblica, Inserto D – #439, 26 Febbraio 2005.

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