Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘società’ Category

Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato. La tendenza dell’uomo occidentale medio è proiettarsi fuori di sé per identificarsi con l’oggetto, cercando di valorizzarsi in esso. In questa proiezione verso l’esterno l’individuo si è smarrito, per cui, con grande difficoltà e spesso con sofferenza, si chiede: “Ma io, chi sono? Qual è la mia natura? Qual è il senso della vita? Da dove vengo? È questa la mia prima nascita? Cosa mi accadrà dopo la morte?”. La filosofia delle Upanishad risponde a domande come queste. Nel saggio “Vita, Morte ed Immortalità”, rifacendomi a vari passi della letteratura vedica, ho spiegato tutte le dinamiche che precedono e che seguono la morte fisica. Nel Rigveda, nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Bhagavad-gita e nelle antiche narrazioni note come Purana, sono contenute dettagliate informazioni volte a spiegare quali sono le dinamiche che governano e guidano l’essere nei drammatici momenti in cui fuoriesce dal corpo. Il grande affresco cosmologico e cosmogonico dipinto dai Purana dà la possibilità, a qualsiasi ricercatore sincero, di approfondire la propria esperienza e conoscenza, per contestualizzarsi secondo le proprie coordinate di guna(1) e karma(2), sapendo da dove proviene, dov’è e dove sta andando. Dall’acquisizione di questi dati, gran parte della tensione che attanaglia l’uomo si depotenzia e la serenità insita nella natura umana, sorge di nuovo; dalla serenità sgorga la letizia e dalla letizia la beatitudine, che costituisce la natura ontologica dell’essere vivente. L’esatto contrario accade quando l’essere si identifica con le varie “etichette” o personalità storiche nascita dopo nascita: “Sono una donna. Sono giovane e bella. Sono anziana. Sono vecchia e malata”. In quest’ultimo caso il dolore viene vissuto come esperienza di funzioni che vengono meno, di disadattamento rispetto allo stile di vita precedente; ne consegue una depressione, che porta con sé una profonda sofferenza psichica. Generalmente le persone concludono il loro segmento di vita, angosciate, impaurite, sofferenti, il che certamente non proietta verso una bella prospettiva. Non è mia intenzione spaventare nessuno, ma qualsiasi individuo con una visione aperta, sensibile a tali tematiche, si sarà già reso conto dell’esistenza di questi problemi e dell’importanza di trovare una soluzione. Il punto dolente sta nel fatto che la società non vuole pensare a tutto questo e lo rimuove. Le persone preferiscono distrarsi, stordirsi, e nel peggiore dei casi ubriacarsi o drogarsi, nel tentativo di sfuggire alla triste realtà, perché non sanno come affrontarla. L’uomo è un essere difettoso, ma nella sua imperfezione ha una potenzialità: condivide la natura del Supremamente Perfetto, per cui lo si può considerare almeno potenzialmente perfetto. Una volta intuita la strada, l’essere umano ha la capacità di cambiare e, da paradosso qual è, pieno di conflitti, diventare una persona serena, riducendo gradualmente gli strati che lo ottundono, fino a vedere la Realtà. Questa Realtà è stata annunciata da grandi saggi anche all’Occidente. Molti di loro appartenevano a tradizioni mistiche, religiose; altri si erano elevati attraverso l’esperienza personale, anche laica, ma è certo che tutti hanno parlato di una dimensione costituita da immortalità, consapevolezza e beatitudine.

(1) Le tre energie che determinano il condizionamento degli esseri incarnati. Sono: Tamas (ignoranza); Rajas (passione) e Sattva (virtù).
(2) Legge di causa-effetto su cui si regge l’universo fenomenico, per la quale ad ogni azione positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

Tratto dal libro ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’ di Marco Ferrini.

Annunci

Read Full Post »

Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale, l’essere umano non può vivere senza gli altri, qualsiasi posizione assuma nella società vive sempre in relazione con gli altri; perfino nel sogno ci sono gli altri e non solo gli amici occupano costantemente la nostra coscienza e ci incatenano a loro, ma anche i nemici possono farlo, addirittura con maggior efficacia, divenendo i cardini attorno ai quali la vita scorre in una relazione dolorosa. Gli altri possono quindi costituire fonte di gioia, soddisfazione e nostra ispirazione o di sofferenza e sentimenti negativi; certo è che hanno un’influenza notevole sullo sviluppo della nostra personalità e ne siamo in qualche misura dipendenti. Che siamo dipendenti da amici o che siamo dipendenti da nemici, siamo sempre nella necessità di rapportarci agli altri. Gli altri rappresentano inoltre il nostro banco di prova, la nostra cartina di tornasole, il nostro metro di confronto: una persona non sa nemmeno quel che vale se non si raffronta con gli altri, un bambino non impara né a camminare né a parlare senza gli altri. Dunque, l’essere umano non può esistere senza gli altri, perde anche la cognizione di sé, a meno che non sia così evoluto spiritualmente da avere realizzato la propria natura assoluta, la nitya svarupa, cioè quella identità ultima che è la sua vera intima essenza, eterna, immutabile ed indipendente da circostanze esteriori. Se nel relativo gli altri sono essenziali per tutte le ragioni sopraccitate, nell’assoluto lo sono in quanto oggetti della nostra compassione, destinatari del nostro amore, terminali della nostra relazione d’affetto: quindi non per prendere, ma per dare. L’assoluto porta in sé un’auto-soddisfazione, un’auto-soddisfacimento, una beatitudine tutta interiore, per cui gli altri non sono più il nostro nutrimento essenziale, ma sono elementi a cui inevitabilmente ci sentiamo connessi ed in armonia in quanto figli di uno stesso Creatore. Tale processo inizia quando inizia la realizzazione e culmina al momento della realizzazione spirituale: essa avanza per gradi e nella misura in cui il soggetto gradualmente evolve, scopre gli altri quali oggetti del suo amore. La società sarebbe un nome astratto se non fosse composta di donne e di uomini, di individui che lottano per raggiungere la felicità, la libertà o lottano anche semplicemente per conoscersi, per sapere chi sono, per comprendere la natura delle loro inclinazioni, la natura dei loro istinti, la natura dei loro bisogni e dei loro desideri.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l’Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta (20 e 27 Novembre, 4 Dicembre 2008).

Read Full Post »

IL MONDO NELL’ARTE E L’ARTE NEL MONDO.
Tratto da una conferenza del Prof. Marco Ferrini,
tenutasi ad Albettone l’1 Novembre 2008.
A cura di Fabrizio Fittipaldi.


Cominciamo col dire che la mondanità non deve esser vista come un inferno, come qualcosa di repellente o ripugnante: questa non è la corretta visione. Dobbiamo cercare di diventare sensibili alla sofferenza altrui, coltivando il nobile sentimento della compassione. Un artista, un creativo, che ha le antenne più lunghe del resto dell’umanità, è sicuramente più sensibile alle nevrosi, alle devianze e alle sofferenze; come anche alle speranze e ai sogni della società. Che l’artista non commetta l’errore, commesso da molti così detti artisti, di innamorarsi del mezzo, dimenticandosi il fine e che, sedotto dalle lusinghe e dagli apprezzamenti generali, incantato e rapito dalla propria stessa opera, non perda di vista il senso di responsabilità verso lo spettatore e il suo specifico dovere sociale (in sanscrito svadharma).
Non tutta la creatività giunge a varcare la soglia del tempio dell’arte e non tutti quelli che fanno musica o che imbrattano tele possono davvero essere annoverati come artisti. Solo quando il senso estetico dell’artista -educato dalla pratica della virtù e della purificazione- travalica la soglia della percezione sensoriale, possiamo cominciare a parlare di arte. La Madonna del cardellino di Raffaello non riproduce la percezione sensoriale che l’artista aveva del modello, né tantomeno la Gioconda di Leonardo o le Pietà di Michelangelo. Questi modelli, seppur esistenti, non erano sicuramente di natura tangibile; erano piuttosto modelli ideali che l’arista è riuscito a visualizzare e a trattenere nella materia, infondendovi sentimento, aspirazione, bellezza, pathos. Questa è vera arte: la manifestazione di una forza entropica, vitalizzante e trasformatrice; di una corrente ascensionale che innalza lo spirito oltre gli i limiti della dimensione materiale, ma che non sempre è espressa in maniera soddisfacente.

Raffaello Sanzio, Madonna del cardellino, 1506 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi.


Tra i moderni, molti sono coloro che, attraversati da questa energia divina, hanno deformato la loro visione, sforzandosi di sfuggire alle strette maglie dell’illusione. Dostoevskij, Kandinsky, Chagall, de Chirico hanno sentito il bisogno di superare la loro percezione sensoriale, poiché intuivano una realtà ulteriore: una forza, una tragedia, un mare di pathos che non potevano descrivere formalmente e accademicamente, ma solo per mezzo dell’interpretazione soggettiva. Purtroppo non tutte le interpretazioni producono effetti desiderabili e spesso proprio a causa di questo sforzo innaturale l’artista finisce con l’accrescere le sue sofferenze. Van Gogh aveva la sensibilità dell’artista e sentiva intensamente che la verità e la realtà delle cose gli sfuggiva. Non poteva e non voleva dipingerla così come si sarebbe presentata ad una macchina fotografica di oggi e così la interpretava, nel tentativo di esprimere la sua speciale (seppur immatura) sensibilità e visione. Scrittori come Dostoevskij vivono sull’orlo della nevrosi e si mantengono all’interno di una struttura tutto sommato ancora sana proprio grazie all’espressione artistica, descrivendo i tormenti e le tragedie delle figure che emergono dai loro romanzi.

Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889, Parigi, Museo d’Orsay.

Tutti conoscono i grandi del Rinascimento, ma molto meno celebrate sono certe personalità artistiche che, pure, hanno fornito spunti fondamentali affinché altri, aggiungendo tecnica all’arte, diventassero “immortali”. Infatti, cosa sarebbe stato del Rinascimento senza Andrea del Sarto o senza il Pontormo; dove sarebbe sorto il manierismo con le sue forme contrapposte? Altri, poi, lo hanno sviluppato tecnicamente, come il Vecellio, che è diventato l’uomo di Carlo V, il Tintoretto o Jacopo Robusti. Bisogna sempre ricordarsi, però, che prima della tecnica c’è l’intuizione: l’invenzione della prospettiva da parte di Paulo Uccello, la teoria di Monge per la distribuzione delle ombre in maniera scientifica… una volta acquisite queste grandi idee sembrano cose da niente. L’arte rappresenta una tensione verso l’alto che può essere trasdotta con innumerevoli mezzi e così come gli artisti, anche i grandi scienziati hanno prima intuito e solo successivamente dimostrato le loro scoperte: con i numeri, con le formule, con le regole e con i passaggi logici. Altrimenti il gregge non avrebbe seguito, avrebbe continuato a pensare che ciascuno è portatore delle proprie idee, tutte ugualmente valide e sarebbe rimasto attaccato alle sue concezioni erronee. Galileo, fin dalla fine del sedicesimo secolo, dà l’avvio in segreto a quello che sarebbe poi diventato il metodo sperimentale, vanto di tutti gli scienziati moderni. Non poteva chiedere un laboratorio né al Vaticano, né ai Medici o ai Lorena, perché piuttosto gli avrebbero predisposto un rogo; così sistema le sue cose tra l’Università e il battistero di Pisa per cominciare a osservare meticolosamente il moti oscillatori del pendolo. L’idea che desidero trasmettere è che l’intuizione deve essere riconosciuta come l’espressione più luminosa della creatività e che può aversi tanto nella scienza, pensiamo a Galileo, Einstein o David Bohm, come nella politica o come in qualunque altra nobile attività umana. In particolare, nella visione di Shrila Prabhupada, è la predica a rappresentare la madre di tutte le arti, con i suoi contenuti elevati, le sue emozioni intrinseche, le figure retoriche e lo stile personale. È molto appropriato anche parlare di arte culinaria, il cui fine, però, non è semplicemente quello di far fare una festa ai sensi, quanto piuttosto allineare tutta la struttura psicofisica e nutrire l’anima con una preparazione che si concluda con l’offerta del cibo al Signore Supremo, che ci dà gli ingredienti per cucinare. L’intuizione è come l’ispirazione e l’ispirazione artistica è come l’ispirazione religiosa, scientifica, psicologica o filosofica. Dobbiamo diventare capaci di vedere la bellezza dovunque, anche nell’accostarci a una mosca: vedere questa bellezza, che non è quella che ci rimandano i sensi, è l’essenza dell’arte perché se non la si percepisce non la si può descrivere. L’opera d’arte trasmette la visione dell’artista. A metà del millecinquecento il Pontormo scrive un diario ed è il diario di una persona che soffre, di una persona che è contorta dalla sofferenza; nella sua rappresentazione della deposizione la figura del Cristo (tirato giù dalla croce come fosse un manichino) e quelle dei testimoni della Sua passione portano i segni di questa sofferenza. Nell’affresco di Piero della Francesca, l’espressione di coloro che contemplano il Cristo risorto è carica di speranza e sembra che dicano: “risorgiamo anche noi!” L’arte quindi non corrisponde alle dimensioni della tela o ai valori di mercato suggeriti dalle maggiori case d’asta: questa è la macellazione dell’arte, tutta presa dai suoi aspetti esteriori e interessata a incanalare, attraverso la propaganda, il consenso su certi nomi, piuttosto che su altri.

Pontormo, Deposizione, 1526-1528, Firenze, Chiesa di Santa Felicità.

In conclusione il mondo può essere d’ispirazione per fare arte. Siamo nel mondo e dobbiamo aiutare le persone che sono qui. Dobbiamo esprimere la nostra sensibilità per dare una qualità migliore alla vita e rappresentarla in maniera che diventi una lectio, una upadesha, un insegnamento. Questo è il dovere di un artista. Termino con un aforisma di un poeta che per certi suoi aspetti arguti mi è molto caro: “Scrivere un libro è meno che niente, se il libro fatto non rifà la gente”. Vale per i quadri, vale per i concerti, vale per qualsiasi cosa: se noi perdiamo la finalità per cui operiamo, tutto diventa scadente.

Read Full Post »

Per capire se si veramente adatti l’uno per l’altra occorrono una verifica ed una valutazione di anni, ovviamente non da sposati ma nell’ambito di un necessario periodo di osservazione e prova. E’ fondamentale realizzare la differenza sostanziale tra complementarietà e affinità elettiva. Il coniuge non è soltanto una spalla o un rimedio alla solitudine e ovviamente non è una delle tante amicizie. E’ una persona con la quale dovremmo intessere una vita di comunione, fondata sulla condivisione seria e profonda di valori ideali. Oggi la società premia un modo irresponsabile di costituire coppie e famiglie, ma quale società troveranno i nostri figli? Quale mondo stiamo costruendo? Viene esaltato il principio edonistico della mera gratificazione egoistica e di pari passo vengono penalizzati quello della giustizia e della vera libertà. Vengono così legalizzati abusi e oltraggi, ma quel che è legale non sempre è anche giusto. Se pensate ad una persona ritenendo che potrebbe essere il vostro coniuge, studiatela e osservatela attentamente, e soprattutto provate a vederla come il padre o la madre dei vostri figli. La vedete attiva, proattiva, responsabile, capace di impartire educazione con buoni insegnamenti e soprattutto con un buon esempio? Ritenete che con l’aiuto di questa persona possiate risolvere le crisi della vita come ad esempio difficoltà economiche o problemi di salute, o invece la considerate poco adatta, poco consapevole, tendente a sfuggire alle responsabilità piuttosto che ad affrontarle con coraggio e maturità? Siate ben consapevoli delle difficoltà che provengono da un coniuge autoritario, da un padre padrone, o da un marito o da una moglie morbosamente gelosi che vedono rivali e pericoli ovunque. È pur vero che pericoli ci sono per uno sposo o una sposa giovani, ma occorre sviluppare un certo livello di maturità che ci permetta di evitare i pericoli senza diventare paranoici. Donne e uomini che hanno vissuto con modalità etiche dubbie o con uno scarso livello di responsabilità debbono modificare tali attitudini e aspetti del carattere migliorandosi con un congruo anticipo, non certo quando la decisione del matrimonio è già stata presa. L’educazione alla formazione di una famiglia deve necessariamente includere considerazioni di questa natura, e molte altre che potremmo fare in un’analisi più accurata. La famiglia può essere un ottimo strumento per la nostra evoluzione, ma dev’essere una famiglia fondata su princìpi sani, che tengano di conto delle istanze più profonde e spirituali dell’essere e dello scopo della vita umana oltre i bisogni di ordine mondano. Se poi una persona non si pone un fine evolutivo, trascendente, allora in privato può fare quello che vuole, può anche cambiare partners ogni sei mesi se tutto quello che desidera ottenere dalla vita è una soddisfazione egoica temporanea, ma ricordate che il numero dei suicidi sta aumentando a dismisura in chi coltiva questo tipo di mentalità. Sono le battaglie che abbiamo vinto per il vero bene nostro e altrui che ci danno forza, fiducia in noi stessi, profonda e duratura soddisfazione, non quelle a cui abbiamo rinunciato per egoismo o avidità. Dobbiamo tener fede a valori elevati e con tenacia e lungimiranza superare ogni difficoltà. Se invece uno cede alle debolezze proprie e altrui rinforza la malsana opinione: “non ce la posso fare… lo sapevo di non valere niente” e così – dopo essere stato un pessimo profeta – quel soggetto avvera la sua profezia disastrosa. La famiglia non è un obbligo, l’essere padri o madri non è indispensabile per evolvere; può essere infatti che una persona abbia già fatto questa esperienza nelle vite precedenti e sia giunta ad una consapevolezza che le permetta di impostare la sua vita e di crescere senza l’obbligo di assolvere a questo dovere sociale. Ma chi invece decide di farsi una famiglia dovrebbe prendersi questa responsabilità avendo bene in mente lo scopo per cui la famiglia esiste, che a dire il vero consiste proprio nell’esaurire il bisogno di famiglia. Lo scopo è infatti quello di liberarci progressivamente da dipendenze e bisogni esteriori, per sviluppare autonomia affettiva e spirituale, e perciò marito e moglie dovrebbero aiutarsi vicendevolmente affinché il loro legame si fondi sempre di più sulla gratitudine e stima reciproca, piuttosto che sulla dipendenza emotiva e psicologica. Questo non per reprimere l’amore, ma per far evolvere la nostra capacità di amare ed essere amati, estendendola progressivamente e rendendola sempre più universale. In effetti il bisogno di scambiare affetto e sentimenti appaganti non è garantito automaticamente sposando, ma sarà in proporzione a quanto saremo stati in grado di trasporlo e viverlo su di un piano sempre più consapevole ed evoluto. Una famiglia va consumata, e lo dico non in modo irrispettoso o svalutante per l’istituzione familiare in sé, ma intendendo con ciò che la sua funzione è di condurre a tappe ulteriori di maturità e realizzazione, come se fosse un vero e proprio sacrificio che porti crescenti saggezza, benessere e giovamento a tutti i membri del nucleo familiare. Pensate invece ai danni del tradimento e dell’infedeltà che riaccendono il fuoco della passione torbida e alimentano la dipendenza da nuovi partners e da fantasie che bloccano la propria ascesa etica e spirituale, e purtroppo anche quella dei propri figli. L’aspirazione a formarsi una famiglia – se si hanno le giuste motivazioni – è un desiderio nobile ed è una scelta che comporta responsabilità, così come del resto quella di percorrere una via di rinuncia: anche in questo caso occorre infatti assumersi responsabilità di coerenza, impegnandosi a maturare la capacità di dare e ricevere affettività e amore. La via della rinuncia non implica infatti una rinuncia ad amare, anzi: è una scelta che richiede imparare ad amare tutti nella consapevolezza della comune radice spirituale di ogni essere. Per concludere, gettiamo uno sguardo alla storia: prima delle ultime due o tre generazioni non c’era mai stato un momento in cui l’umanità non avesse modelli di valore cui riferirsi: l’eroe, il mistico, il gentiluomo, ecc. Adesso invece si opera per cancellare ogni riferimento eticamente nobile: impera il self-made man, l’uomo che si è fatto da solo e che poi si ritrova drogato, depresso, agitato da disistima, conflitti e insoddisfazioni e che a volte purtroppo finisce anche suicida. Chi è l’eroe della televisione? Il calciatore, la velina, il cantante che ha avuto successo, lo stilista imbottito di denaro, che ormai non può più sopravvivere senza alcool o perversioni sessuali. I giovani purtroppo vengono irretiti da questi falsi modelli, la cui vita sembra facile, ma quanta sofferenza, autocommiserazione e disperazione si nascondono dietro queste vite! L’apparenza inganna. Il vero successo è fatto di sforzi continui e seri tesi al raggiungimento di obiettivi costruttivi ed evolutivi. Chi vive con questa consapevolezza rimane attivo, produttivo e geniale anche con l’avanzare degli anni. Nella storia abbiamo casi emblematici, come quello di Goethe che scrisse o il Faust ad oltre ottant’anni o Jung che in tarda età compose la sua autobiografia “Ricordi, Sogni e Riflessioni”, o anche saggi e maestri come Bhaktivedanta Svami Prabhupada che negli ultimi anni della loro vita hanno compiuto imprese meravigliose per il bene dell’umanità. Essere giovani o vecchi non dipende dalla nostra data di nascita: dipende dall’impostazione che diamo alla nostra vita, dalle priorità che scegliamo, dalla qualità delle nostre motivazioni e dalla dedizione con cui portiamo avanti gli obiettivi che ci siamo prefissi. Se si vive per sviluppare Saggezza e Amore, più passa il tempo più si ringiovanisce. Che ciascuno rifletta bene sulla natura e scopo del matrimonio e sulla scelta personale di sposarsi o meno, valutando le proprie attitudini e tendenze, perché quello che è bene per uno potrebbe essere per un altro un male o una complicazione dannosa. Entrambe le scelte, sia quella di sposarsi, sia quella di non sposarsi, sono in sé valide; sta a noi comprendere quale dovrebbe essere il nostro percorso e viverlo con coerenza.

Read Full Post »

Chi vive in modo frivolo le relazioni affettive e sentimentali danneggia prima di tutto se stesso e di conseguenza anche gli altri, poiché rovina ai suoi occhi e a quelli altrui i concetti di fedeltà, di lealtà e amore. Quando da tali relazioni nascono figli, si riversano su di loro confusione, instabilità emotiva ed incapacità di amare e così il danno si estende e si moltiplica. Una famiglia dovrebbe formarsi non in maniera casuale, magari per rimediare al guaio di una gravidanza inaspettata o soltanto perché si ha paura di rimanere soli. La famiglia dovrebbe essere una Missione che – se si sceglie di compierla – necessita di tutte le nostre migliori energie e di dedicarvi una parte consistente della nostra vita, considerando il matrimonio come strumento per migliorarsi, maturare ed evolvere affettivamente, psicologicamente e spiritualmente. Naturalmente non tutti hanno bisogno di vivere l’esperienza della famiglia per giungere alla realizzazione di se stessi: sposarsi non è un obbligo, bensì una scelta che va ben ponderata in base alle proprie esigenze interiori e caratteristiche caratteriali. Ripercorrendo la storia incontriamo vite luminose di spiritualisti che – avendo già maturato determinate comprensioni ed esperienze – hanno potuto percorrere con soddisfazione la via della rinuncia e che in quella via si sono realizzati. Viviamo in un mondo dove prevalgono comportamenti altamente scorretti, disecologici e patologici, dove si compiono oltraggi e nefandezze che purtroppo sono considerati legali, ma scuole e tradizioni nel corso della storia – che rappresentano vette di saggezza del pensiero e dell’animo umano – ci indicano orientamenti nobili da seguire per trasformare il nostro percorso nel mondo in un viaggio evolutivo verso la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo di Conoscenza autentica e autentico Amore. Gli insegnamenti psicologici e spirituali dei Maestri della tradizione Indovedica veicolano non soltanto concetti e modelli di pensiero sani, ma anche e soprattutto esempi concreti di comportamenti evolutivi, che sono come fari in grado di illuminare l’agire dell’uomo nel mondo, nella vita affettivo-sentimentale, in quella professionale e in ogni altra sfera dell’esistenza. Come purtroppo confermano innumerevoli esperienze cliniche, ci sono famiglie patologiche, psicotiche, distruttrici di ideali e valori. Un padre padrone, ad esempio, può bloccare con la sua violenza l’evoluzione di un figlio per decenni, così come un genitore perditempo, irresponsabile e neghittoso può ingenerare questa stessa mentalità negativa nella prole, producendo effetti rovinosi che potranno essere smaltiti a costo di tanti sforzi, tempo e sofferenze. Dunque è indispensabile un’accurata educazione prima di lanciarsi in un’impresa familiare. Oggi sposarsi e divorziare è diventato assai frequente, ma non per questo dovete sottovalutarne la pericolosità. In realtà ciò è il segno di una società votata al degrado. Della società moderna possiamo certamente apprezzare alcuni aspetti, ma è altresì indispensabile rilevarne le macchie, le incongruenze, i paradossi, gli abusi, come quello di considerare l’aborto un diritto civile quando assolutamente non lo è, soprattutto per il bambino che viene privato del diritto di vivere. Occorre un’educazione per potersi sposare e vivere una vita matrimoniale, e soprattutto per poterlo fare con successo, quello vero, duraturo e propedeutico all’armonizzazione e allo sviluppo della personalità, propria e altrui. Una donna dovrebbe essere accuratamente educata per diventare sposa e madre e così un uomo per diventare un marito, responsabile e capace di espletare bene il suo ruolo nel dare sostegno e guida alla moglie e ai figli. Oggi non ci sono o sono alquanto rare le scuole che insegnano a far ciò. Non c’è sufficiente cultura su questo tema e soprattutto non ci sono modelli o esempi viventi che sappiano ispirare ad un corretto modo di pensare e agire nella scelta e nella cura delle relazioni affettive, o perlomeno questi modelli sono purtroppo tremendamente rari. Come si è detto in precedenza, il matrimonio non è semplicemente la scelta di un compagno o di una compagna; è la scelta di uno sposo e di una sposa per la formazione di un nucleo familiare. Matrimonio implica procreare e procreare implica educare nella consapevolezza delle leggi psico-spirituali che permeano l’universo e la vita di ogni essere. Educare significa amare continuamente, affinché i figli possano conseguire nella loro esistenza risultati costruttivi ed evolutivi, contribuendo a loro volta nella società alla diffusione di un messaggio di Luce e di Amore. Mai nessun gesto dei genitori dovrebbe essere avulso dall’amore, dal desiderio di correggere e attrarre verso la perfezione. Il ceffone dato in stato di collera è fortemente diseducativo, tanto che chi subisce tali modalità viene danneggiato a sua volta nella capacità di essere un futuro buon educatore. I figli sono parte integrante del matrimonio; sposarsi con l’intenzione di non averne non è assolutamente consigliabile. Canakya Pandita spiegava che un matrimonio senza figli è un deserto. I figli infatti sono essenziali per rafforzare l’unione della coppia attorno ad un fine nobile che è appunto quello di dare educazione e valori alla prole, e ciò permette di portare il bisogno di amare ed essere amati su di un piano più elevato rispetto a quello dell’attrazione meramente sensuale o passionale che, se non superata e sublimata per accedere ad un sentimento più profondo, diventa causa di ansietà, contrasti e instabilità nella relazione. Una madre con un figlio stretto al petto soddisfa quasi completamente la sua affettività, in modo assai costruttivo ed evolutivo, e lo stesso vale per un padre che si prende cura dei figli, cercando di assicurare protezione, rifugio e affetto a tutta la famiglia. L’educazione da provvedere ai figli dovrebbe essere per aiutarli a difendersi nella vita dalle trappole dei tanti ingannatori e soprattutto per favorire la loro evoluzione etica e spirituale. In ogni caso la più grande educazione è quella che si dà non a parole ma con l’esempio personale. Non è necessario che i figli sappiamo teoricamente che i genitori hanno studiato insegnamenti di valore, ma li devono vedere applicati nelle loro vite. Un vero genitore non deve essere soltanto un generatore del corpo del figlio ma anche un generatore della sua coscienza: dovrebbe ispirare, educare, proteggere. Come spiega Rishabhadeva ai suoi figli: che non si diventi padre, madre o maestro spirituale se non si è in grado di liberare dalla sofferenza dell’esistenza condizionata le persone cui si deve provvedere. Non si può imporre la nostra volontà sugli altri, ma si può e si deve offrire un modello di cui essere fieri. Naturalmente la famiglia richiede anche la capacità di fare un progetto economico che sia valido e capace di assolvere a tutti i bisogni di ordine materiale, che non sono gli unici né i più importanti ma che altresì non possono essere disattesi. Se uno vive da solo, quando ha provveduto a se stesso non ha nessun obbligo nei confronti della società, ma quando una persona ha famiglia e procrea non può operare con la stessa logica, ed è importante tenere in considerazione che chi ha vissuto per tanti anni in quel modo non così facilmente è in grado di accedere ad un altro tipo di mentalità.

Read Full Post »

L’IO, L’INCONSCIO E LE MASCHERE DEL SE’.
di Marco Ferrini.

L’uomo moderno è prima di tutto decontestualizzato, non sa quale posto occupa nell’universo e, se poco sa a livello fisico, ancora meno sa a livello psichico e quasi niente circa la propria natura più intima. Il Sé è quindi l’oggetto della nostra ricerca, come tanti scienziati nei campi della fisica, delle neuro-scienze, della microbiologia, sono alla ricerca di un’equazione, della definizione di un principio che sia capace di uniformare tutte le forze che agiscono nell’universo. Come già Socrate affermava, lo scopo è conoscere sé stessi, il precetto “Conosci te stesso” era scritto a caratteri cubitali, in pietra, sul frontespizio del tempio di Apollo a Delphi. Questa istruzione può apparire come banale ma non è così, in quanto le persone credono di conoscersi, ma di fatto, conoscono le maschere che si sono sovrapposte al Sé, all’atman. Tale confusione, produce uno smarrimento pari alla perdita di visione che caratterizza uno stato ipnotico, di sonnambulismo o lo stato di un soggetto narcotizzato; si ha un’idea di sé, ma distante dalla realtà, estranea alla realtà dei fatti. Finché il soggetto non conosce sé stesso, non può riconoscere le maschere. Acquisendo consapevolezza del più intimo Sé, il soggetto non solo riconosce le maschere, ma le indossa con una certa difficoltà e solo quando risultano indispensabili per operare in questa dimensione umana, come chi veste un abito essendo ben cosciente che è qualcosa che si può togliere e mettere. Dunque la personalità è una maschera che il soggetto indossa per stare in rapporto alla società e la maschera rappresenta una sorta di compromesso tra le istanze dell’individuo e quelle della società circostante.La società è un ballo in maschera e benché porti un grande rispetto per la maschera, per chi indossa e soprattutto per coloro che ne conoscono l’utilità, il mio rammarico va nei confronti di tutti coloro, purtroppo la stragrande maggioranza, che sono mascherati e non lo sanno. Tali persone si sono talmente identificate con la maschera, ad esempio il corpo, il ruolo sociale, il compito, che a causa di questa totalizzante identificazione, perdono di vista sé stessi. A volte una funzione come quella di sindaco, di senatore, di deputato, di cavaliere del lavoro, persino di scienziato, di grande chirurgo, di grande professore in un’università prestigiosa, produce quel tipo di identificazione che non permette più di conoscere sé stessi ed il pericolo ulteriore è che anche a casa, in famiglia si indossi quella maschera, riducendo la propria vita relazionale, familiare e affettiva ad un disastro. Fortunatamente noi possiamo anche essere noi stessi. E’ difficilissimo compiere un lavoro di destrutturazione di condizionamenti in questo intricato ginepraio delle maschere che si sovrappongono, inseguendosi e stratificandosi una sull’altra, poiché troviamo sempre una maschera che resiste, che non riusciamo a togliere al soggetto. E’ maschera tutto ciò che ha relazione con il tempo e con lo spazio, perché noi siamo fuori dallo spazio e dal tempo. Quando io dovessi dire “sono nato 63 anni fa nel tal posto” ecco, quella è una maschera, è una delle condizioni che mi impone l’ego, perché non è vero niente che io sono nato 63 anni fa nel tal posto; se affermo “ho preso questo corpo 63 anni fa nel tal posto”, siamo un po’ più vicini alla realtà, ma non è ancora veramente esatto, perché io questo corpo non l’ho preso 63 anni fa quando sono stato registrato nel registro delle natività dall’anagrafe. Dieci mesi lunari prima, sono stato introdotto in un ambiente di una matrice femminile, un ovulo femminile, dove si sono uniti assieme due pacchetti cromosomici, che si sono cominciati a mischiare e da quella interazione io, che non c’entro niente con questi pacchetti cromosomici, ho colto gli strumenti, gli ingredienti per costituire questo corpo. Quindi se c’è una certezza è che io non sono questo corpo. Poi chi sono, come vi ho già anticipato, è l’esito di un lavoro che c’è da fare. Non abbiamo bisogno di nessuna sostanza per compiere un viaggio esplorativo alle sorgenti della nostra psiche, alle sorgenti della nostra personalità e incontriamo, accostandoci con gioia, con calma e con dolcezza, a quel centro che è un punto che corrisponde perfettamente alla definizione euclidea secondo cui “non ha altezza, larghezza, lunghezza”, ed un’altra scoperta formidabile è che “non ha neanche tempo”. Noi siamo unità immateriali, a-spaziali, atemporali, immortali: è la mente che si è impigliata nello spazio-tempo e ha causato lo spazio-tempo, dunque, se si va oltre le maschere, si scopre un mondo meraviglioso, un mondo di straordinaria vitalità e varietà, imperniato sull’Amore, il cui termine sanscrito è prema-bhakti, e la devozione è l’espressione più immediata, più genuina di questo bisogno che ciascuno di noi ha, di dare e ricevere amore.

Tratto dall’ omonima conferenza – Brescia, 14/06/2008.

Read Full Post »