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Archive for the ‘saggio’ Category

Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

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SENTIMENTI E RISENTIMENTI.
di Marco Ferrini.


Ri-sentimento letteralmente significa “sentire un’altra volta”. In tali casi il soggetto rimane intrappolato in bolle psichiche generatesi nel passato che hanno motivo di esistere solo in esso e non appartengono quindi al presente. Il risentimento è dunque un tornare col sentire ad eventi passati. Questo è un errore gravissimo da compiersi, privo di ogni prospettiva di successo, in quanto solo staccandosi emotivamente da qualunque cosa successa ed occupandosi degli esiti, che ne sono gli effetti nel presente, si può trarre vantaggio da tutte le esperienze. La soluzione ai problemi va ricercata sempre nel presente, poiché relativamente al passato, qualsiasi cosa occorsa non esiste se non nei suoi effetti al presente appunto e, relativamente al futuro, ancora non si è manifestato per cui ci si occuperà di esso quando diverrà presente. Le persone di solito vivono prigioniere del passato e contemporaneamente proiettate nel futuro. L’ego si preoccupa sempre di mantenere vivo il passato perché in esso trova la propria – erronea – identità e si proietta costantemente nel futuro per cercarvi qualche fonte di godimento, perché così pensa di poter garantire la propria sopravvivenza. Quando questo tipo di persone, che sono poi la quasi totalità, guardano al presente, lo osservano con gli occhi del passato o lo riducono ad un mezzo rivolto a conquistare un obiettivo futuro. Nonostante le apparenze pochissime persone vivono nel presente, consapevoli che l’unica realtà è il presente, il qui ed ora. Le persone illuminate invece dimorano nel presente e compiono brevi visite nel passato e nel futuro, solo se necessarie per affrontare aspetti pratici del presente. Nel sedicesimo secolo l’astronomia conobbe una svolta clamorosa che venne chiamata rivoluzione copernicana (la concezione del sistema solare divenne da teocentrica ad eliocentrica); la comprensione che il presente è l’unica realtà esistente, potrebbe costituire un’altra svolta clamorosa e decisiva. Rimanere prigionieri del passato o proiettarsi nel futuro sono due forme di evasione. L’unico tempo reale è il presente. Chi agisce bene nel presente non deve preoccuparsi del futuro: grazie ad una potentissima legge psicologica che è la coazione a ripetere, chi compie il bene oggi è sicuro di compierlo anche in futuro e chi compie il male oggi è sicuro di compierlo anche in futuro, a meno che non si convinca ad attivarsi per la propria evoluzione positiva.

“Quando si dice che qualcuno è in un certo modo, qualche altro è in un altro modo, si deve intendere che lo si diventa a seconda delle proprie azioni, del proprio comportamento. Chi agisce bene diventa buono, chi agisce male diventa cattivo; virtuoso diventa con l’azione virtuosa e cattivo con la cattiva”.(Brihadaranyaka Upanishad, IV, 4, 5).

Il risentimento, anche se riferito a torti o ingiustizie reali, non permette di vivere bene: a volte diviene una vera e propria dipendenza ricercare i torti, perché ormai si è assuefatti al risentimento e, se non si trova qualche torto, lo si inventa. Il risentimento, come una vera e propria droga, crea dipendenza e diviene un’abitudine emotiva: questa è la caratteristica di una mente malata. Il saggio vede un torto e lo riduce a zero tollerando il comportamento dell’offensore in virtù della maturata comprensione che chi compie un torto, lo fa a causa dei propri condizionamenti ed è per questo da considerarsi una persona sfortunata, che non necessita quindi di una punizione supplementare. Colui che si sente per abitudine vittima di ingiustizie si immedesima nel ruolo della vittima, portando in sé quel risentimento che cerca di volta in volta un appiglio cui aggrapparsi, reale o immaginario che sia. Infatti diviene semplice, con questo tipo di predisposizione, cogliere la ‘prova’ dell’ingiustizia o convincersi di essere stati oggetti di un torto anche se obiettivamente si è ricevuta un’osservazione innocente o si è incappati in una circostanza sommariamente neutrale. Il risentimento abituale porta inevitabilmente all’autocommiserazione, che è uno dei sentimenti peggiori che si possano nutrire, in quanto coloro che si lasciano invadere da questo sentimento disperdono tutte le loro energie nel trovare giustificazioni a proprie carenze e difetti, incolpando le altre persone per questi. In tal modo non rimangono loro ulteriori energie da investire in positivo, per comprendere le possibile soluzioni al problema e per adoperarsi costruttivamente nell’applicarle. Quando queste abitudini si sono sedimentate, la persona comincia a cercare con ansia le “ingiustizie” e non si sente a suo agio quando esse sono assenti. Questi individui si sentono “bene” solo quando subiscono torti, è si potrebbe ipotizzare che questo perverso meccanismo sia una delle dinamiche alla base del cosiddetto masochismo. Il risentimento e l’autocommiserazione vanno poi di pari passo con una immagine inferiore e inefficiente di se stessi: una vittima creata proprio per essere infelice. Il risentimento non è provocato dagli altri, dagli eventi o dalle circostanze, ma dalla vostra risposta emotiva alle situazioni. Solo voi avete il potere di farlo sorgere e potete controllarlo solo se vi convincete fermamente che risentimento e autocommiserazione non conducono alla felicità e al successo ma alla sconfitta e all’infelicità, sempre. Chi si nutre di risentimenti non riesce a concepire se stesso come un individuo fiducioso di sé, autonomo, capace di prendere le sue decisioni, timoniere sicuro della propria vita, responsabile quindi del proprio destino. Un individuo malnutrito lascia le redini agli altri, che gli detteranno come deve sentire e come deve agire. Egli dipende interamente dagli altri, come un mendicante; e se qualcun altro vorrà dedicarsi a farlo felice, si sentirà pieno di rancore nel momento in cui questo non accadrà più. Se nutrite la convinzione che gli altri vi devono eterna gratitudine, stima o riconoscimento, vi risentite se questi debiti non vengono continuamente pagati e se ritenete che la vita vi debba una determinata qualità di esistenza, proverete lo stesso risentimento qualora l’aspettativa non si avverasse. Il risentimento è incompatibile con la lotta creativa verso una meta, perché in questa lotta voi siete attori, non spettatori passivi, siete voi a stabilire i vostri traguardi. Il risentimento non fa parte di questo schema e per questo costituisce un meccanismo per il fallimento: nessuno vi deve niente, siete voi che perseguite i vostri scopi, siete voi gli unici responsabili del vostro successo e della vostra felicità!
Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

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