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Archive for the ‘relazioni’ Category

Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente. Che lo si voglia o no, che ne siamo consapevoli o no – tanto più oggigiorno, cinquant’anni dopo la rivoluzione sessuale e le parole di personaggi come Jack Kerouac – il concetto stesso di “amore” che respiriamo è profondamente diverso da quello che respirava un uomo della Tradizione. Probabilmente non esiste un termine più adulterato nel significato, più abusato nell’essenza, più polisemantico anche quando in un contesto definito. Alzino la mano quanti di noi non si sono ripromessi di non usare mai più tale parola proprio perché atterriti dalla banalità e dalla confusione nella quale l’abbiamo relegata. Ma poi ci siamo ricreduti, e non siamo riusciti a tener fede a questa promessa. Perché? Perché profondamente ne abbiamo bisogno. Nessuno può fare a meno di amare, l’Amore è parte integrante di noi, un’insopprimibile esigenza, qualcosa che non è necessario mettere in agenda per ricordarsi che è estremamente importante nelle nostre altrimenti piccole vite. Non mi sto riferendo soltanto ai rapporti di coppia bensì anche all’amore tra amici, per i familiari, per il prossimo. Già Aristotele insegnò che l’uomo è un essere sociale: non può essere felice se non entra in intima relazione con gli altri esseri. Ma se è vero, come è vero, che nessuno può astenersi dall’amare, lo è anche il fatto che ciascuno di noi ama in modo diverso e con motivazioni diverse. Le motivazioni con le quali ci accostiamo all’amore condizionano in maniera estremamente rilevante le nostre scelte e, dunque, le nostre esistenze. Se guardiamo le relazioni intorno a noi possiamo scorgere innumerevoli sfumature di queste motivazioni e, osservando ancor più da vicino, persino prevedere il futuro di tali incontri affettivi. Alcuni di essi, per esempio, potrebbero facilmente essere stilizzati sulla pagina quadrettata per la partita doppia: affettività basate su bisogni insoddisfatti, chiuse come uccellini che hanno perso la voce in una gabbia con la targhetta do ut des, quasi contratti commerciali a garantire qualche serata di sesso, un’immagine sociale impeccabile o la rata del mutuo parzialmente pagata. È abbastanza matematico: quando vengono meno tali  condizioni desiderabili – e prima o poi vengono sempre meno – la relazione si ripiega su se stessa, si guarda e, non trovando più nulla, se ne va. Quello appena citato è un esempio tanto grossolano quanto purtroppo estremamente diffuso. Chiaramente esistono innumerevoli livelli intermedi, un esempio macroscopico è quello che come motivazione di fondo ha il desiderio di porre fine al senso di solitudine. Potremmo dire che il livello di amore e soddisfazione in tutti questi paradigmi dell’amore è direttamente proporzionale alla rarefazione dell’ego, poiché è l’ego il vero ostacolo all’Amore. Dunque, l’ambiente intorno a noi è inquinato da disvalori prima che dal monossido di carbonio e dai campi elettromagnetici ad alta frequenza, disvalori che derivano da una abissale ignoranza dell’essere umano nel suo insieme e delle leggi invisibili che lo guidano.  L’uomo della Tradizione conosce tali leggi e ne fa il fondamento del suo costruire nel mondo. L’uomo della Tradizione, per esempio, sa che è proprio il tentativo di appagamento senza tenere in adeguata considerazione i bisogni dell’altro che ci condanna ad una soddisfazione superficiale; sa che l’amore, nella sua patetica dimensione di esclusività, non è invero corretto definirlo tale e che quando la funzione Amore è riattivata, si amano tutte le creature. Sa che non conviene mai, bilancio consuntivo alla mano, investire negli attaccamenti, mentre conviene sempre investire nell’Affetto. Sa che l’Amore è la sua funzione più nobile, la sua più grande risorsa, ma anche che per accedervi è necessario elaborare le proprie tendenze, poiché se non impara a canalizzarle in modo opportuno si innescheranno delle dinamiche che corromperanno e disgregheranno questa risorsa, seppur inesauribile, in lui e in coloro che lo circondano.
Estratto da Orizzonti Vedici (Settembre 2010).

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L’uomo ostrica è un essere umano inibito, bloccato. Anche se magari bolle dentro, trasuda, ha tic e ogni sorta di ansietà, non si muove, perché si è creato un guscio troppo duro, che inizialmente poteva funzionare come difesa – dinamica intrinseca alla sopravvivenza – ma poi ha finito per immobilizzarlo. Dove si sviluppa sull’epidermide una parte callosa? In una zona particolarmente sottoposta a sollecitazione. Bene, esistono anche i calli mentali; un callo mentale permette di difendere parti caratteriali emotive fragili, più esposte a sollecitazione, o a violenza. Dal momento che questo è un processo naturale, che sul piano emotivo si manifesta in particolare fra gli umani, va compreso come un meccanismo della Natura grazie alla quale si protegge la sopravvivenza della specie. Tuttavia, se questa callosità viene esageratamente alimentata, diventa un problema, perché ottunde la sensibilità. Da qui l’incapacità di comunicare emotivamente con gli altri, che all’estremo genera la personalità “ostrica”, chiusa in sé stessa perché inibita, non più capace di stabilire un’azione creativa, progettuale nell’ambiente in cui vive. Rompere il guscio è qualcosa da fare con cautela, pena uno shock, una paralisi ancora più grande. Oggi va di moda il self-made man, ma dietro alla maschera di uomo forte che si è fatto da solo si nascondono aree di tremenda debolezza, di dolore, di solitudine e di senso di fallimento personale. L’uomo ostrica è un uomo fallito. Le ostriche comunque si possono anche aprire e trasformare in qualcos’altro. La vita è uno strumento meraviglioso; noi possiamo creare la nostra realtà interiore e la realtà dell’ambiente in cui viviamo. Un evento di per sé ha la sua oggettività; non possiamo negare l’evento, altrimenti sarebbe un’altra forma di alienazione. Dobbiamo piuttosto governarlo. Ma l’uomo ostrica non lo governa, si chiude di fronte ad esso; non interagisce e dopo un po’ pensa che tutto, all’esterno di lui, sia ostile. Ecco che cosa genera la solitudine. Poiché l’atteggiamento che un individuo ha verso gli altri produce lo stesso atteggiamento degli altri verso di lui, chi vede ostilità riceve ostilità, chi vede amicizia riceve amicizia, chi vede apertura e benevolenza riceve altrettanto. Il primo 50% di un’impresa viene deciso dall’atteggiamento che si ha nel momento in cui ci si pone di fronte ad una scelta. Una persona eccessivamente critica, che anche quando dice la cosa giusta la dice male, perché negative sono le sue motivazioni (collera, invidia, bassezze di carattere), inquina gli altri e l’ambiente, ma ancor di più sé stessa. Questo genere di attitudine isola, rende possibile quel fenomeno tutt’altro che piacevole e positivo per lo sviluppo dell’essere umano noto come solitudine. Anche una risposta eccessivamente negativa può produrre inibizione nel nostro interlocutore; se reagiamo in maniera eccessiva ad un’offesa, ad un’ostilità, ad un’antipatia, ad un’apparente o reale minaccia, ciò crea inibizione. Non sono le azioni degli altri a ferire, a procurare ferite emotive, ad offendere, sono piuttosto le nostre reazioni che producono tutto ciò. Una reazione eccessiva indica una instabile e scadente fiducia in sé stessi; poiché la reazione è sopra le righe e quel che produce è un rafforzamento del pericolo, magari erroneamente percepito. Perfino il codice penale condanna la difesa eccessiva rispetto ad un’offesa o ad una minaccia. Il primo problema è quello della conoscenza, il secondo è quello della condotta, il terzo quello del governo o gestione delle risorse. Per prima cosa dobbiamo chiederci a cosa serve vivere e subito dopo: chi sono? Se conosciamo il senso della vita, se conosciamo profondamente noi stessi e capiamo il contesto socio-cosmico in cui siamo inseriti, allora qualsiasi cosa avvenga, piacevole o spiacevole, non avrà su di noi un effetto travolgente, ma sarà uno stimolo per la nostra evoluzione. Finché le funzioni estrovertite e quelle introvertite non si armonizzano, avremo sempre un uomo scisso. Come trasformare una situazione di disgrazia in una benedizione? Attraverso la scienza della coscienza. Quella callosità, quel guscio di cui parlavamo poco fa, in sanscrito avarana, rende l’uomo rigido, chiuso, insensibile, impedendogli lo sviluppo di qualità ontologicamente sue, che deve semplicemente risvegliare. Questo non è possibile finché i condizionamenti schiacciano il soggetto nella sua natura inferiore. In questo mondo, infatti, l’essere è sottoposto, suo malgrado, a vari condizionamenti, barriere che la ancorano ad esperienze di sofferenza e dolore, a frustrazioni e limitazioni, all’incapacità di raggiungere quello cui interiormente aspira.

Tratto da ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’.

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Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all’individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un’aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi. La risoluzione dei conflitti deve operare su due piani: quello più semplice ed immediato è verso l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri. Mentre i problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi, che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi richiede un lavoro interiore serio ed una disciplina da seguire; chi non ha voglia di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella propria personalità, è, suo malgrado, costretto a subire le spinte dell’inconscio e le conseguenze, per lo più ignote, dei propri samskara o dei desideri latenti. Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. È necessario avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è molto rischiosa. Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza; occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire. È assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società, attività, qualsiasi cosa senza averne la conoscenza necessaria. Ci sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino fallimentari. Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono. Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti, paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, diviene anche l’oggetto del conflitto. Affinché la relazione funzioni senza conflittualità è necessario che i due soggetti siano teocentrici. I conflitti si destrutturano in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo si trasformi da solo.

(1) Per approfondire lo studio relativo alle funzioni psichiche secondo la Psicologia dello Yoga si consiglia la lettura del libro Pensiero, Azione e Destino di Marco Ferrini.

Tratto da ‘Affinità Karmiche e Relazioni Familiari’ di Marco Ferrini.

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Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

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La nostra coscienza significa appunto gli altri dentro di noi e non si può vivere senza gli altri, rimuovendoli semplicemente barricandosi in casa, chiudendo la porta e accendendo la televisione. Tali rimozioni creerebbero infatti dei baratri, i samskara appunto, che impedirebbero una corretta integrazione della coscienza non solo non risolvendo nessun eventuale problema relazionale, ma accumulandone sempre di nuovi. Se di qualcuno si dice in maniera popolare che “è fuori di sé”, significa che quel qualcuno non ha più centratura, che non è più capace di fare un’analisi oggettiva della situazione in cui è immerso, oppure se si dice “è in guerra con se stesso”, significa che questa conflittualità interiore è ormai emersa all’esterno in maniera plateale. In realtà, tutti i conflitti esterni sono il frutto di una conflittualità interiore, con più o meno diretta connessione tra causa ed effetto nella coscienza del soggetto. Il soggetto non sa spesso a quale conflitto interiore deve collegare la conflittualità esterna, ma quello che è certo è che la conflittualità esterna è una proiezione della conflittualità interna. Talvolta può accadere che una persona sia in conflitto con un’altra senza che quest’ultima abbia parte nel conflitto o lo viva come tale: ad esempio A potrebbe essere in conflitto con B, senza che B sia in conflitto con A; in tal caso il conflitto c’è ma non è un problema di B, è un problema di A e A potrebbe anche non riconoscere che esso origina da una propria conflittualità interna, a causa di una mancata armonizzazione di diverse funzioni psichiche proprie, infatti generalmente il conflitto è inconscio. Tale mancanza di consapevolezza porta il soggetto a proiettare all’esterno, su differenti capri espiatori, un proprio vissuto interno ed in questo modo possono avere origine vere e proprie tragedie. Accettare che la conflittualità sia interna implica il doversi fare carico delle proprie responsabilità ed il doverle approfondire; questo è un atto estremamente onesto e coraggioso che dovrebbe essere incoraggiato in tutti. Rivolgendo la conflittualità all’esterno, invece, il soggetto crede di essere libero dal farsi carico delle proprie responsabilità; sarebbe assai più facile trovare il capro espiatorio all’esterno, tuttavia non risolverebbe i problemi, anzi, questi avrebbero la tendenza a moltiplicarsi, a complicarsi. L’interazione di determinate dinamiche genera infatti una rete pressoché infinita di azioni e reazioni, molte delle quali avvengono a livello inconscio, ignoto alla persona che si trova agita da esse, senza sapere cosa le stia effettivamente succedendo, ma trovandosi in balia di emozioni negative verso l’una o l’altra persona. Il non voler riconoscere veramente il reale problema può portare la persona a ricorrere alla “legge di compensazione”: per esempio una persona che proiettasse su altri una propria paura, come quella di essere rifiutata e reagisse ad essa rifiutando per prima gli altri; in questo caso la sfiducia provata dalla persona in questione verso sé stessa e attribuita erroneamente ad altri, per una compensazione, la porterebbe a non accettare gli altri in modo da non essere rifiutata. La legge della compensazione non risolve il problema che la scaturisce, al contrario contribuisce a crearne diversi altri ed, a loro volta, questi ne generano ulteriori altri ed il soggetto si trova infine ingabbiato in una costellazione di problemi dal quale non riesce a districarsi a meno che non chieda aiuto. Solo chiedendo aiuto la persona così imprigionata potrebbe ricominciare il percorso verso la luce, diversamente, continuerebbe a scendere verso il caos, il disordine, l’entropia.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l’Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, 20/27 Novembre e 4 Dicembre 2008.

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Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale, l’essere umano non può vivere senza gli altri, qualsiasi posizione assuma nella società vive sempre in relazione con gli altri; perfino nel sogno ci sono gli altri e non solo gli amici occupano costantemente la nostra coscienza e ci incatenano a loro, ma anche i nemici possono farlo, addirittura con maggior efficacia, divenendo i cardini attorno ai quali la vita scorre in una relazione dolorosa. Gli altri possono quindi costituire fonte di gioia, soddisfazione e nostra ispirazione o di sofferenza e sentimenti negativi; certo è che hanno un’influenza notevole sullo sviluppo della nostra personalità e ne siamo in qualche misura dipendenti. Che siamo dipendenti da amici o che siamo dipendenti da nemici, siamo sempre nella necessità di rapportarci agli altri. Gli altri rappresentano inoltre il nostro banco di prova, la nostra cartina di tornasole, il nostro metro di confronto: una persona non sa nemmeno quel che vale se non si raffronta con gli altri, un bambino non impara né a camminare né a parlare senza gli altri. Dunque, l’essere umano non può esistere senza gli altri, perde anche la cognizione di sé, a meno che non sia così evoluto spiritualmente da avere realizzato la propria natura assoluta, la nitya svarupa, cioè quella identità ultima che è la sua vera intima essenza, eterna, immutabile ed indipendente da circostanze esteriori. Se nel relativo gli altri sono essenziali per tutte le ragioni sopraccitate, nell’assoluto lo sono in quanto oggetti della nostra compassione, destinatari del nostro amore, terminali della nostra relazione d’affetto: quindi non per prendere, ma per dare. L’assoluto porta in sé un’auto-soddisfazione, un’auto-soddisfacimento, una beatitudine tutta interiore, per cui gli altri non sono più il nostro nutrimento essenziale, ma sono elementi a cui inevitabilmente ci sentiamo connessi ed in armonia in quanto figli di uno stesso Creatore. Tale processo inizia quando inizia la realizzazione e culmina al momento della realizzazione spirituale: essa avanza per gradi e nella misura in cui il soggetto gradualmente evolve, scopre gli altri quali oggetti del suo amore. La società sarebbe un nome astratto se non fosse composta di donne e di uomini, di individui che lottano per raggiungere la felicità, la libertà o lottano anche semplicemente per conoscersi, per sapere chi sono, per comprendere la natura delle loro inclinazioni, la natura dei loro istinti, la natura dei loro bisogni e dei loro desideri.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l’Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta (20 e 27 Novembre, 4 Dicembre 2008).

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Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell’energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire – dopo la prima curva – che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s’impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l’amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l’apprezzamento e l’affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos’altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l’utilità è il principio e se l’utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

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