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Archive for the ‘psicologia’ Category

…Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante(1).

Questa seconda citazione dantesca ci fa capire come l’opera di Francesco abbia finito per trasformare radicalmente la cultura e la società dell’epoca e come abbia saputo mantenersi e rinnovarsi fino ai nostri giorni, non molto diversamente da quanto abbia fatto il messaggio del suo grandissimo ed eterno Maestro, Gesù di Nazareth, che incarnò questi stessi principi di Amore, fino al limite estremo del proprio stesso sacrificio sulla croce, con lo scopo di trasmettere questo eterno e universale messaggio di compassione e misericordia sconfinate. Questo stesso spirito di sacrificio è condiviso, se pure in misura diversa, sia da S. Francesco, sia da Giotto. Le scene che descrivono le intense attività politiche e sociali di S. Francesco dimostrano che egli non solo dedicò ogni respiro della sua vita al servizio di tutte le creature, ma che lo fece anche impegnandosi intensamente per offrire strumenti concreti affinché tutti potessero prendere parte a questo suo cammino di autorealizzazione. Non solo definì la regola che, attraverso le sue norme, permette di superare gli ostacoli straordinari dei condizionamenti e degli attaccamenti, ma si prodigò affinché questo suo progetto prendesse corpo,  nonostante le grandissime difficoltà che la sua epoca presentava, con strutture di potere pronte a soffocare nelle persecuzioni e nei roghi ogni visione che differisse dai canoni ufficialmente riconosciuti. Innocenzo III, che acconsentì alla richiesta di Francesco, fu il papa che, non solo promosse e sostenne numerose crociate, ma che legalizzò la tortura. La disponibilità di Francesco a confrontarsi con la società nel suo complesso è riflessa nella scena della “Morte del cavalier Celano”, che non solo rimanda al ruolo che questa rilevante personalità ebbe nel sostenere il movimento francescano, ma che evidenzia il tema, di straordinario rilievo sul piano psicologico e spirituale, dell’assistenza in punto di morte da parte di chi può modificare radicalmente le nostre sorti future. In tutte le tradizioni religiose il livello di coscienza conseguito al momento della morte stabilisce la nostra destinazione futura(2). Una terza scena ci fa riflettere sui rischi personali che S. Francesco assunse cercando di interporsi tra le poderose forze che con sanguinose battaglie si contendevano la Terra Santa e le ricchezze materiali e spirituali che questa custodiva. Descrive il viaggio di Francesco a Damietta, in Egitto, al cospetto del nipote del Sultano, il quale guidava le forze “saracene” nella guerra difensiva che le vedeva impegnate contro le legioni dei crociati. Francesco, avendo trasceso gli impulsi che travolsero tante altre personalità religiose dell’epoca, non si lasciò irretire dal fanatismo religioso e determinatamente decise di far prevalere il dialogo, sottoponendosi al rischio del martirio. Accompagnato da un discepolo si imbarcò in quella che può essere considerata la prima e la più autentica missione di pace che, pur non avendo prodotto nessun risultato concreto, permise un sincero confronto col nipote del Sultano, che dovette arrestarsi solo di fronte alle violente resistenze dei teologi dell’Islam, niente affatto disposti ad accettare l’universalità del discorso di S. Francesco, che pure, nei suoi contenuti, rispecchiava in pieno il più autentico e puro messaggio del Corano e dei mistici sufi, che meglio di chiunque altro ne incarnano lo spirito. Nella vita del santo, il senso della responsabilità personale si esprime al massimo livello, non solo nello sforzo di offrire un modello di purezza, ma anche nel desiderio di manifestare la propria devozione con ogni strumento che la divina provvidenza ha voluto concedergli, intelligenza e senso pratico compresi. Giotto stesso si lasciò ispirare profondamente da questo modello e decise di dedicare la propria vita alla trasmissione di questi valori, attraverso tutti gli strumenti che con duro lavoro, determinazione e perseveranza, affiancati da un’intelligente pianificazione, era riuscito a rendere disponibili alla propria arte. La sua dedizione si esprime attraverso la perfezione con cui seppe realizzare le sue opere. Giotto aspira a diventare servitore della sua arte ed impara a sviluppare queste eccellenti qualità umane e spirituali, servendo nella bottega del suo maestro, Cimabue. È lì che impara a gestire le complesse dinamiche della bottega d’arte, con la piena consapevolezza che nasce da una umile disponibilità ad impegnarsi in qualsiasi attività: dalla cottura della fetida cola di pesce, alle spedizioni alla ricerche delle migliori pietre e metalli da cui ricavare i migliori colori, fino alle approfondite pulizie necessarie al buon funzionamento del laboratorio. È attraverso questo processo, che mette alla prova la sua sincera dedizione e la sua autentica vocazione, che l’artista impara a diventare strumento al servizio della sua arte e dei soggetti che questa è chiamata a rappresentare. L’arte è sotto ogni aspetto un sentiero di realizzazione spiritale, un mezzo con il quale è possibile attraversare il “Gran mar dell’essere” e giungere alle sponde del mondo spirituale. Solo l’ignoranza può farci sottovalutare il peso e l’impegno, concettuale e organizzativo, ma anche fisico, che la realizzazione di grandi cicli di affreschi e di altre grandi opere comporta, e il livello di concentrazione sovrumano, che una tecnica come quella dell’affresco implica, per la sua impossibilità a rimediare al più piccolo errore. Solo l’autentico sentimento della bhakti permette di sopportare i disagi che immancabilmente si presentano nella realizzazione di queste grandi imprese. Questo impegno ricorda quello degli architetti e scultori dei templi Hindu che, spesso ricavati da blocchi di roccia preesistenti, vengono rifiniti in ogni dettaglio e senza nessun margine di errore, poiché esso comporterebbe il completo fallimento dell’impresa, rendendo l’intero complesso inadeguato ad accogliere, come sua dimora, la Divinità.L’arte e la santità sono vocazioni che prevedono il pieno sacrificio di sé, volto alla celebrazione del divino e alla Sua più eccellente forma di glorificazione: la narrazione delle Sue avventure e di quelle dei Suoi puri devoti.

(1) Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto I, 103-105.
(2) “Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio. Qualunque condizione di esistenza si ricordi all’istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta”. Bhagavad-gita VIII.5-6

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Giotto, nato solo pochi anni dopo la scomparsa di Francesco, non è un pittore nel senso in cui potrebbe superficialmente intenderlo un uomo immerso nella mentalità moderna. Egli è un vero e proprio seguace degli insegnamenti e dell’altissimo modello tracciato dal più italiano dei santi. Dobbiamo renderci conto che l’influenza di questo messaggio non è rimasta circoscritta all’ambiente monastico, ma ha dilagato oltre i limiti della teologia, affermandosi profondamente nella società e conquistando migliaia di anime desiderose di soddisfare la propria sete di autentica realizzazione spirituale. Tra questa turba fervente che si riversa nelle strade delle città innalzando canti di gloria al Signore, alcune personalità di grande rilievo hanno saputo celebrare e perpetrare le glorie del santo con un’arte che si pone direttamente al servizio del divino. È questo il servizio che con piena devozione, dedizione e rigorosa coerenza hanno realizzato persone come Dante e Giotto, uniti non solo da legami di amicizia, ma ancor di più da un comune e profondo sentire religioso. I frutti del loro intenso scambio sono evidentissimi nelle rispettive iconografie, relative alla vita di S. Francesco, che ripercorrono scena dopo scena gli stessi eventi e le cui differenze possono benissimo essere attribuite alle specifiche esigenze dei committenti. Le stesse qualità intrinseche delle loro opere rispecchiano e manifestano la loro profondissima partecipazione a quei valori e sono straordinariamente corrispondenti tra di loro, come manifestazioni, attraverso linguaggi differenti, degli stessi principi originari.L’amore per il Creato e per tutte le Creature, il valore immenso che S. Francesco attribuisce a questa dimensione mondana (laboratorio per esprimere nelle opere i propri sentimenti e la propria intelligenza, completamente votata alla compassione), l’irresistibile pulsione al dialogo e alla concordia, trovano il loro corrispettivo nella straordinaria intuizione e competenza psicologica di questi artisti e nella loro capacità di descriverne le dinamiche sottili. È solo con questi strumenti che Giotto può descriverci le sfumature di umore che attraversano il volto di S. Francesco e quello degli altri personaggi, raccontandoci così una storia complessa se pur nello spazio immoto di una rappresentazione pittorica. La penetrazione psicologica dell’artista è riflessa anche nella significativa gestualità dei personaggi (talento condiviso e ereditato del suo grande maestro Cimabue) e nella raffinata descrizione degli ambienti: la psiche è un elemento della natura che attraversa ogni suo aspetto e che struttura una rete dalle maglie strette e dal disegno complesso.Ma c’è una dimensione ulteriore che il pittore si sforza di indicarci e che è tutta trattenuta nella figura di Francesco e nella sua gestualità, allo stesso tempo contenuta ed espressiva, intensa: è la dimensione puramente spirituale che trascende ogni energia materiale, per quanto sottile e invisibile. È nel tentativo di descriverci e di rimandarci a questa realtà, di narrarcene le dinamiche e le avventure che la caratterizzano, che Giotto rielabora con inventiva e coraggio un linguaggio simbolico tradizionale, riscattandolo da un immobilismo standardizzato ed immergendolo nella dimensione terrena, facendolo interagire con essa, a sottolineare quella presenza del divino nell’immanente che caratterizzerà il messaggio e la vita di S. Francesco. I colori di Giotto, che sono solo l’ombra di quelli che ottocento anni fa fecero sbalordire il mondo intero, rappresentano al meglio, con il loro splendore, quella dimensione spirituale che trascende la materia e la innalza ad un livello di purezza straordinario. Non sono più i colori codificati delle icone medioevali, ma ne conservano e ne perpetuano la capacita di esprimere la dimensione suprema e di immergere e avvolgere gli ambienti e le figure in quella auto luminescenza che è propria di questa residenza superiore e che non può dipendere da nessuna sorgente di luce materiale. Dante, prima di chiunque altro, seppe apprezzare questa elevatissima capacità di Giotto di infondere lo Spirito nelle sue opere e per questo talento lo celebrerà nella sua Divina Commedia come colui che seppe superare il suo stesso maestro, il grande e riconosciutissimo Cimabue. La sintonia tra queste tre straordinarie personalità, seppure collocate a differenti gradi di evoluzione, è ribadita da quel comune sentire che permette di considerare le opere -che siano espressioni delle arti o differenti frutti della coscienza- spirituali, nella misura in cui sviluppano Amore per Dio e gusto per i piaceri celestiali. Ciascuno di noi è chiamato a esprimere il suo amore agendo nel mondo e sforzandosi di praticare i sentimenti più elevati in questa dimensione turbolenta: conquistando attimo dopo attimo il nostro territorio interiore, sottraendolo alle tenebre dell’invidia e del rancore e ritrovando in noi la luce della speranza e della bellezza che tutto avvolge, e che fa risplendere la Verità al di sopra di ogni ombra e oltre ogni impedimento. È in questa luce che risiedono i tesori che da sempre muovono l’irrefrenabile ricerca dello spirito: l’eternità, la beatitudine, la consapevolezza e, al di sopra di tutto, l’Amore universale per il Creato, per tutte le Creature e per il Creatore.

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Tutta l’opera fu intrapresa non per un fine speculativo,
ma per un fine pratico… il fine del tutto e della parte
è di rimuovere coloro che vivono in questa vita
dallo stato di miseria e di guidarli allo stato di beatitudine.
(Dante, Epistola a Cangrande).

 Giotto – San Francesco predica agli uccelli, 1297 ca. (Assisi Basilica Superiore).

Suggestionati dall’agiografia ufficiale, ai più sfugge completamente il ruolo che S. Francesco ebbe nel manifestare rinnovati principi culturali. Non a caso uso il termine rinnovati, in quanto espressione di quella forma universale di pensiero e di azione, di quella visione unitaria, coerente e perfetta che spesso viene indicata con il termine di Filosofia Perenne e che ciclicamente si riaffaccia al mondo restituendogli freschezza originaria. Dante e Giotto, tra gli altri, furono colti dagli splendori di questa visione che, seppur in sintonia con le visioni gnostiche che emergevano dalle università di Parigi e di Bologna -espressioni prime della filosofia scolastica- le superano e trascendono per una molto maggiore presa sull’agire e sulle immediate rispondenze nel mondo. Francesco, grazie ai poteri mistici di cui è portatore, coglie di prima mano la verità di un disegno divino che regola il cosmo e che permette di contestualizzare tutti gli esseri al suo interno, ciascuno di loro percepito come tassello fondamentale. L’Anima Mundi, che è forma originaria, e l’Anima Suprema, che si manifesta in ogni angolo e in ogni essere, si mostrano ai suoi occhi direttamente. Il dialogo universale è lo strumento che egli adotta per rispondere alle necessità di questa rete che, proprio grazie all’intervento di personalità come la sua -dedite al servizio al Signore, attraverso il servizio al Creato e alle creature- si rinnova e si mantiene; com’è anche funzione del rito e per certi aspetti fondamentali dell’arte, che rinnova e celebra la creazione originaria producendo secondo i principi della Natura. Da questa visione scaturisce quell’Amore, quella dedizione, quell’affetto distaccato per quanto il Signore ci ha donato, come strumento di salvazione e di correzione: il distacco dalle cose del mondo corrisponde al più elevato sentimento di affetto e cura. Da qui nascono una visione di religiosità strettamente collegata alle cose del mondo e una visione di spiritualità che non è mai dimentica della posizione dell’uomo tra terra e cielo. Questo è l’ambiente dove si sviluppa e manifesta il sentimento della bhakti, del puro Amore per Dio e per le Sue energie e manifestazioni.

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L’ARTE E LA PSICOLOGIA DELLO YOGA.
Da una conferenza del Prof. Marco Ferrini (Vicenza, 7 Ottobre 2006).
A cura di Fabrizio Fittipaldi.

L’arte, se non è in tal modo ordinata
a un fine che supera e trascende
il semplice fatto dell’espressione,
può essere paragonata solamente
al farneticamento di un folle.
(Sahitya Darpana)

Arte come Yoga. Arte come strumento di elevazione della coscienza. Arte come mezzo di appercezione e raggiungimento di una realtà superiore e assoluta. Arte come espressione di quella creatività che ci fa simili a Dio.

Psicologia regia, che non indaga esclusivamente i bassifondi della coscienza, i complessi di colpa, le fobie e i condizionamenti; che conduce l’essere, il soggetto, a sperimentare la sua natura spirituale.

Due vie differenti, che ci richiamano, entrambe, al ruolo fondamentale che la disciplina e l’autocontrollo svolgono, al fianco dell’entusiasmo e della determinazione, in qualsiasi processo autenticamente costruttivo ed evolutivo.

Un parallelo tanto appropriato da poter essere espresso da un’unica terminologia, quella degli Yoga Sutra di Patañjali e più in generale dello Yoga Darshana.

Cominciamo da questo: la parola originale greca da cui deriva “estetica” significa “percezione attraverso i sensi”, e questa è una facoltà che abbiamo in comune con gli animali e con i vegetali, ed è irrazionale. È solo nella nostra epoca che si sono imposti i concetti di arte come modo di sentire, e di “esperienza estetica” come originaria fonte di ispirazione per chi crea, nonché fine ultimo per chi fruisce, lo spettatore. Fin dalle sue origini l’Arte (quella con la “A” maiuscola) non è mai stata un sollazzo, un trastullo o un momento per generare una fuga dalla realtà o dalle proprie responsabilità. L’Arte, secondo tutte le tradizioni, è piuttosto una forma di conoscenza che si avvale delle più alte virtù intellettuali e che si propone di esprimere la verità in maniera efficace, e il suo campo semantico originale è dunque molto più affine all’alta “retorica” che non alla superficiale “estetica”. Questa, inevitabilmente, ci allontana dai valori universali, catapultandoci nel relativismo soggettivista dell’esperienza individuale, tanto del creatore che percepisce il mondo secondo il filtro della propria psiche, come del fruitore che giudica l’opera in funzione di quei condizionamenti che limitano la sua visione. L’arte che non si pone al servizio della verità è più o meno sterile e spontaneamente votata al commercio. Sintomatico è il ruolo dominante che hanno assunto il mercato e le sue “quotazioni” in un periodo come quello contemporaneo, in cui si è affermato il principio dell’assoluta soggettività dell’esperienza artistica, tutta schiacciata sul piano emotivo e sentimentale. L’autentica opera d’arte si costituisce come un bene imperituro e con il trascorrere del tempo rinnova il suo vigore, lasciando un’impronta profonda nel cuore di chi è ancora in grado di “leggerla” e nella storia stessa dell’umanità, lungo il sentiero della sua evoluzione coscienziale.

Luca Giordano, Allegoria della Prudenza.
Affresco, 1684-1686, Firenze, Palazzo Medici-Riccardi.

Esiste uno stato di coscienza nel quale risulta più facile pervenire alla soluzione di un problema: lo stato di concentrazione (in sanscrito dharana). Questa speciale conformazione del corpo psichico individuale (cittah) si consegue nel momento in cui i cinque sensi (indriya), domati da una mente (manas) controllata e dall’intelligenza (buddhi), si dirigono, senza dispersioni o distrazioni, verso un unico punto, sul quale si concentra tutta la forza psichica del soggetto. In questo modo, investendo l’oggetto della sua concentrazione con il massimo potenziale, la persona diventa in grado di compiere un lavoro molto più intenso e complesso. È un fenomeno analogo a quello della lente che fa convergere i raggi del sole in un solo punto: quando riesce in quest’intento, in quel punto c’è il massimo calore che può incendiare la carta, il legno, la stoffa e perfino fondere i metalli. Ma cos’è che decentra la mente e che né riduce le potenzialità? Nient’altro che l’attrazione incontrollata che certi oggetti impongono ai nostri sensi, frammentando il nostro flusso psichico in mille rivoli. Nella Katha Upanishad, uno dei testi più autorevoli sullo Yoga, i sensi sono paragonati a cavalli impetuosi e selvaggi: quando i contenuti mentali, la forza del desiderio, la volontà e la motivazione riescono a governarli come un buon auriga fa per mezzo delle sue redini, solo allora i sensi concorrono armonicamente, sinergicamente a farci procedere in una data direzione, rendendo conseguibili risultati altrimenti impossibili. Conoscendo le giuste tecniche e applicando delle pratiche sperimentate con successo per millenni, diventiamo esperti e in grado di accedere ad un altissimo livello di concentrazione, senza dover dipendere da nessuna sostanza esterna a noi, come tabacco, alcool, caffè o qualsiasi altro psicoattivo. A dharana (concentrazione) segue dyana (meditazione). Lo stato meditativo si consegue a seguito di una ulteriore trasformazione e disposizione del corpo sottile individuale (cittah), a cui si perviene in maniera del tutto naturale quando il soggetto, essendo riuscito a mantenere la concentrazione su di un oggetto per un tempo sufficientemente lungo, ne penetra la natura apparente. A questo punto si verifica un fenomeno di assorbimento diretto delle informazioni proprie della natura essenziale e invisibile dell’oggetto, le quali non si fermano più al piano intellettuale, ma penetrano in profondità andando a stabilire un legame forte e intimo tra il conoscitore e ciò che è conosciuto. Insomma, dell’oggetto che si osserva non se ne conosce più solo l’apparenza ma il contenuto. Ecco dove comincia l’arte! Perché l’Arte sia veramente tale, questi contenuti devono appartenere ad un livello di realtà superiore, costituita di gioia intensa, di luce, di senso di eternità, di immortalità, di libertà, di amore. Nell’arte, come nella religione, rare persone hanno raggiunto la dimensione spirituale come descritta nelle Scritture Sacre più elevate: un livello di visione mistica o, per dirlo in sanscrito, lo stato di samadhi. Questo è lo stato di ispirazione che può essere di natura religiosa o artistica, ma anche scientifica e filosofica. In altre parole non vivere secondo la nostra natura interiore, che è luce, splendore, gioia e amore è come non vivere. Non vivere ispirati è come non vivere. Non vivere illuminati è come non vivere. E il vero filosofo, il vero mistico, il vero artista, il vero scienziato è solo colui che accede a questa dimensione. L’Arte e la psicologia hanno molto da dire all’uomo moderno. Lo scopo di entrambe è quello di rimandarci ad una dimensione altra, dimenticata, che costituisce la nostra dimora, da dove noi proveniamo e dove possiamo vivere secondo la nostra natura e secondo le nostre aspettative più elevate di libertà, immortalità, estasi ed amore. Rifiutate l’arte, la religione, la filosofia e la psicologia quando non producono questi effetti, quando non vi invitano a volare al di là del limitato mondo delle condizioni. Per questi voli siamo già attrezzati, ma abbiamo bisogno di riscoprire le nostre potenzialità. Noi siamo già stati a quel livello e, quando sogniamo, ritorniamo a quel livello. Nei nostri momenti migliori, quando scambiamo la più alta qualità di relazione con le persone alle quali vogliamo bene, torniamo a quel livello. I più, pur toccandolo, non riescono a stabilizzarvisi; lo sfiorano e ritornano in basso, ricominciando a vedere il mondo pieno di amici e di nemici, di simpatici e di antipatici, di bello e cattivo tempo, di gioventù e di vecchiaia. Tutti questi dualismi sono la trappola più grande per noi che siamo al di sopra di ogni dualismo.

Riferimenti audio e bibliografici:
Ananda Coomaraswamy, Il grande brivido, Milano, 1987.
Marco Ferrini, Arte e Psicologia, Vicenza, 7/10/2006. Mp3.
Marco Ferrini, Psicologia dello Yoga, Ponsacco (PI), 2004.

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La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità. Analisi e commento del Kaivalya Pada.
Imparare l’arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d’amore con Dio, con sé e con gli altri.

Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 – Struttura sul lungomare.

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In qualsiasi impresa la nostra predisposizione gioca un ruolo decisivo. Se non c’è una buona predisposizione non vi sarà successo, quello vero che è spirituale: tutto il resto non ha consistenza, non dura e non ha valore. I testi indovedici ci spiegano che la potenza, l’energia, la forza derivano dalla purezza. Se ne deduce che l’aspetto più importante nella preparazione all’agire è la purificazione, della mente e del cuore. Si potrebbero leggere e studiare molti libri, ma non è da ciò che si trarrà la forza per ben agire e la capacità di ispirare altri. La forza deriva dalla purezza e la purezza genera trasparenza. Come nell’acqua pulita si può vedere un oggetto che giace sul fondo, e non è possibile vederlo se l’acqua è torbida, così una mente velata, offuscata ed ottenebrata dai condizionamenti, non riesce a vedere né a discernere la verità: per farlo occorre produrre uno stato di trasparenza, di purezza interiore. Anche nella comunicazione, per avere successo, è più che mai indispensabile una buona attitudine, tanto in chi parla quanto in chi ascolta. Quando ad uno dei due interlocutori manca questa sensibilità e questo impegno, il dialogo non si svolge nel migliore dei modi e non porta i frutti sperati. Non è sufficiente il desiderio intenso di chi parla, occorre l’attenzione, altrettanto intensa e pulita, di chi ascolta. Coltivando la purezza possiamo ricostituire per intero la nostra riserva d’amore e investirla tutta nella relazione con Creatore, creato e creature. Quando ciò avviene si manifestano i segni visibili di pacificità, serenità e soddisfazione interiore. Chi è soddisfatto nell’anima non ha bisogno di oro, argento o brillanti, di riconoscimenti od onori, poiché già dentro di sé ha trovato quel che lo appaga in tutto. Come spiega Krishna nella Bhagavad-gita (XVIII.54): egli non ha rimpianti né brame; è profondamente umile avendo realizzato che la potenza illusoria dell’energia materiale è insuperabile e che solo abbandonandosi a Dio possiamo varcare i confini delle apparenze ed entrare nella realtà (cfr. Bhagavad-gita VII.14).
Nel suo più alto insegnamento lo Yoga è questa visione ritrovata, è la reintegrazione del sé nella realtà universale, la sua ricongiunzione in amore con Dio e con tutte le creature. La libertà interiore, patrimonio inalienabile di ciascun essere, va utilizzata tutta per volgersi alla purificazione e perseguire il supremo bene. Sebbene molte dinamiche possano sfuggire al nostro controllo, noi abbiamo sempre la possibilità di modulare e scegliere la nostra risposta agli eventi, la nostra attitudine interiore. Se ci sono pensieri disturbanti che impediscono un corretto agire, possiamo evocare esattamente il loro opposto, come Patanjali rishi insegna nel Sadhana Pada (II 33): vitarka badhane pratipaksha bhavanam. Ad esempio: pensare con orgoglio di essere al centro dell’attenzione ed aspirare unicamente al proprio tornaconto egoistico è esiziale, micidiale per la nostra coscienza; se insorge questo pensiero dobbiamo spostarci nel suo opposto: “Agisco non per me ma per il bene di tutti gli esseri. Offro ad uno scopo superiore, a Dio, le mie azioni con tutto il mio amore. Spero che il Signore possa gradire la sincerità della mia umile offerta, nonostante i miei limiti, e che nella Sua infinita misericordia le conferisca reale valore”. L’umiltà e la sincerità dei nostri sforzi, faranno sì che potremo essere recipienti di intelligenza e forza necessarie per agire in ogni circostanza in maniera costruttiva, per la nostra ed altrui evoluzione. Il segreto del successo è il puro spirito di offerta, il predisporsi con umiltà, tolleranza, fede e gioia, pronti a riconoscere il valore altrui e ad agire per il bene di tutti. Con questa attitudine possiamo affrontare positivamente qualsiasi impresa o evento, anche una malattia, una grave perdita o un tradimento. Di fronte agli ostacoli che incontriamo occorre far fronte; non abbattersi ma fronteggiarli con serenità e fiducia, come un atleta che con entusiasmo si accinge ad una corsa a ostacoli sapendo che sono proprio gli ostacoli a spronarlo al miglioramento delle prestazioni, a superare i propri limiti. Ogni evento va accolto come una possibilità di crescita e di formazione. Questo è ciò che offre la grande scuola della vita, per realizzare un’armonica integrazione tra corpo, psiche e anima, tra varna e ashram, tra individuo e società, tra immanenza e trascendenza. Mantenendo fissa la meta, dobbiamo imparare a nuotare nel grande mare dell’essere per trovare il nostro porto sicuro, la nostra centratura, il nostro equilibrio, utilizzando le sollecitazioni alle quali siamo continuamente esposti. In questa ardua ma affascinante impresa la predisposizione gioca un ruolo essenziale, e per questo deve essere almeno “buona”.

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IL MONDO NELL’ARTE E L’ARTE NEL MONDO.
Tratto da una conferenza del Prof. Marco Ferrini,
tenutasi ad Albettone l’1 Novembre 2008.
A cura di Fabrizio Fittipaldi.


Cominciamo col dire che la mondanità non deve esser vista come un inferno, come qualcosa di repellente o ripugnante: questa non è la corretta visione. Dobbiamo cercare di diventare sensibili alla sofferenza altrui, coltivando il nobile sentimento della compassione. Un artista, un creativo, che ha le antenne più lunghe del resto dell’umanità, è sicuramente più sensibile alle nevrosi, alle devianze e alle sofferenze; come anche alle speranze e ai sogni della società. Che l’artista non commetta l’errore, commesso da molti così detti artisti, di innamorarsi del mezzo, dimenticandosi il fine e che, sedotto dalle lusinghe e dagli apprezzamenti generali, incantato e rapito dalla propria stessa opera, non perda di vista il senso di responsabilità verso lo spettatore e il suo specifico dovere sociale (in sanscrito svadharma).
Non tutta la creatività giunge a varcare la soglia del tempio dell’arte e non tutti quelli che fanno musica o che imbrattano tele possono davvero essere annoverati come artisti. Solo quando il senso estetico dell’artista -educato dalla pratica della virtù e della purificazione- travalica la soglia della percezione sensoriale, possiamo cominciare a parlare di arte. La Madonna del cardellino di Raffaello non riproduce la percezione sensoriale che l’artista aveva del modello, né tantomeno la Gioconda di Leonardo o le Pietà di Michelangelo. Questi modelli, seppur esistenti, non erano sicuramente di natura tangibile; erano piuttosto modelli ideali che l’arista è riuscito a visualizzare e a trattenere nella materia, infondendovi sentimento, aspirazione, bellezza, pathos. Questa è vera arte: la manifestazione di una forza entropica, vitalizzante e trasformatrice; di una corrente ascensionale che innalza lo spirito oltre gli i limiti della dimensione materiale, ma che non sempre è espressa in maniera soddisfacente.

Raffaello Sanzio, Madonna del cardellino, 1506 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi.


Tra i moderni, molti sono coloro che, attraversati da questa energia divina, hanno deformato la loro visione, sforzandosi di sfuggire alle strette maglie dell’illusione. Dostoevskij, Kandinsky, Chagall, de Chirico hanno sentito il bisogno di superare la loro percezione sensoriale, poiché intuivano una realtà ulteriore: una forza, una tragedia, un mare di pathos che non potevano descrivere formalmente e accademicamente, ma solo per mezzo dell’interpretazione soggettiva. Purtroppo non tutte le interpretazioni producono effetti desiderabili e spesso proprio a causa di questo sforzo innaturale l’artista finisce con l’accrescere le sue sofferenze. Van Gogh aveva la sensibilità dell’artista e sentiva intensamente che la verità e la realtà delle cose gli sfuggiva. Non poteva e non voleva dipingerla così come si sarebbe presentata ad una macchina fotografica di oggi e così la interpretava, nel tentativo di esprimere la sua speciale (seppur immatura) sensibilità e visione. Scrittori come Dostoevskij vivono sull’orlo della nevrosi e si mantengono all’interno di una struttura tutto sommato ancora sana proprio grazie all’espressione artistica, descrivendo i tormenti e le tragedie delle figure che emergono dai loro romanzi.

Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889, Parigi, Museo d’Orsay.

Tutti conoscono i grandi del Rinascimento, ma molto meno celebrate sono certe personalità artistiche che, pure, hanno fornito spunti fondamentali affinché altri, aggiungendo tecnica all’arte, diventassero “immortali”. Infatti, cosa sarebbe stato del Rinascimento senza Andrea del Sarto o senza il Pontormo; dove sarebbe sorto il manierismo con le sue forme contrapposte? Altri, poi, lo hanno sviluppato tecnicamente, come il Vecellio, che è diventato l’uomo di Carlo V, il Tintoretto o Jacopo Robusti. Bisogna sempre ricordarsi, però, che prima della tecnica c’è l’intuizione: l’invenzione della prospettiva da parte di Paulo Uccello, la teoria di Monge per la distribuzione delle ombre in maniera scientifica… una volta acquisite queste grandi idee sembrano cose da niente. L’arte rappresenta una tensione verso l’alto che può essere trasdotta con innumerevoli mezzi e così come gli artisti, anche i grandi scienziati hanno prima intuito e solo successivamente dimostrato le loro scoperte: con i numeri, con le formule, con le regole e con i passaggi logici. Altrimenti il gregge non avrebbe seguito, avrebbe continuato a pensare che ciascuno è portatore delle proprie idee, tutte ugualmente valide e sarebbe rimasto attaccato alle sue concezioni erronee. Galileo, fin dalla fine del sedicesimo secolo, dà l’avvio in segreto a quello che sarebbe poi diventato il metodo sperimentale, vanto di tutti gli scienziati moderni. Non poteva chiedere un laboratorio né al Vaticano, né ai Medici o ai Lorena, perché piuttosto gli avrebbero predisposto un rogo; così sistema le sue cose tra l’Università e il battistero di Pisa per cominciare a osservare meticolosamente il moti oscillatori del pendolo. L’idea che desidero trasmettere è che l’intuizione deve essere riconosciuta come l’espressione più luminosa della creatività e che può aversi tanto nella scienza, pensiamo a Galileo, Einstein o David Bohm, come nella politica o come in qualunque altra nobile attività umana. In particolare, nella visione di Shrila Prabhupada, è la predica a rappresentare la madre di tutte le arti, con i suoi contenuti elevati, le sue emozioni intrinseche, le figure retoriche e lo stile personale. È molto appropriato anche parlare di arte culinaria, il cui fine, però, non è semplicemente quello di far fare una festa ai sensi, quanto piuttosto allineare tutta la struttura psicofisica e nutrire l’anima con una preparazione che si concluda con l’offerta del cibo al Signore Supremo, che ci dà gli ingredienti per cucinare. L’intuizione è come l’ispirazione e l’ispirazione artistica è come l’ispirazione religiosa, scientifica, psicologica o filosofica. Dobbiamo diventare capaci di vedere la bellezza dovunque, anche nell’accostarci a una mosca: vedere questa bellezza, che non è quella che ci rimandano i sensi, è l’essenza dell’arte perché se non la si percepisce non la si può descrivere. L’opera d’arte trasmette la visione dell’artista. A metà del millecinquecento il Pontormo scrive un diario ed è il diario di una persona che soffre, di una persona che è contorta dalla sofferenza; nella sua rappresentazione della deposizione la figura del Cristo (tirato giù dalla croce come fosse un manichino) e quelle dei testimoni della Sua passione portano i segni di questa sofferenza. Nell’affresco di Piero della Francesca, l’espressione di coloro che contemplano il Cristo risorto è carica di speranza e sembra che dicano: “risorgiamo anche noi!” L’arte quindi non corrisponde alle dimensioni della tela o ai valori di mercato suggeriti dalle maggiori case d’asta: questa è la macellazione dell’arte, tutta presa dai suoi aspetti esteriori e interessata a incanalare, attraverso la propaganda, il consenso su certi nomi, piuttosto che su altri.

Pontormo, Deposizione, 1526-1528, Firenze, Chiesa di Santa Felicità.

In conclusione il mondo può essere d’ispirazione per fare arte. Siamo nel mondo e dobbiamo aiutare le persone che sono qui. Dobbiamo esprimere la nostra sensibilità per dare una qualità migliore alla vita e rappresentarla in maniera che diventi una lectio, una upadesha, un insegnamento. Questo è il dovere di un artista. Termino con un aforisma di un poeta che per certi suoi aspetti arguti mi è molto caro: “Scrivere un libro è meno che niente, se il libro fatto non rifà la gente”. Vale per i quadri, vale per i concerti, vale per qualsiasi cosa: se noi perdiamo la finalità per cui operiamo, tutto diventa scadente.

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