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Archive for the ‘morte’ Category

Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.  Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda). Rimuovere avidya rappresenta il primo indispensabile passo da compiere per attivare il decondizionamento ed arrivare a quella dimensione in cui si può percepire appieno la nostra natura profonda, ontologica. A tale scopo non è però sufficiente l’informazione teorica che l’essere è di natura spirituale e immortale. Alcuni credono che una volta affrontate certe questioni dal punto di vista concettuale il lavoro sia concluso, ma la realtà è ben diversa. Una conoscenza di questo tipo può rappresentare un buon inizio, ma per dare risultati concreti deve poi essere calata nella pratica, vissuta, sperimentata, fino a diventare, in maniera sostanziale, continua e stabile, qualcosa di luminoso per il ‘sé’ e per la coscienza del soggetto. Soltanto dopo la sperimentazione, la conoscenza acquisita costituirà una conquista ed una consapevolezza stabili. Il vero imperativo della vita consiste dunque nel conoscere chi siamo. Non soltanto i rishi vedici affermavano questa verità, ma anche Socrate, Platone, Lao-Tze e gli illuminati di tutti i tempi e di tutte le tradizioni. Dopo avidya, la seconda causa di condizionamento è asmita, l’identificazione con il corpo e con tutto ciò che ad esso è collegato. Se chiedessi ad alcuni tra voi di presentarsi, qualcuno direbbe: “sono una studentessa” oppure “sono un militare e ho questo grado” oppure: “sono un professore universitario”, “sono un meccanico della Fiat”, “sono un postino”, e così via. Si tratta di identificazioni con il corpo-oggetto, ma l’atman non è oggetto, è soggetto. Se vogliamo liberarci di ciò che ci limita e ci impedisce di avere piena libertà di azione, per prima cosa dobbiamo conoscere l’origine dei nostri condizionamenti. Essi sono generati proprio dall’identificazione con il corpo, con un ambiente, con un colore di pelle, con un ruolo nella società che li crea. La terza e la quarta causa di condizionamento sono raga (attrazione) e dvesha (repulsione). È utile studiarle assieme poiché sono come due facce della stessa medaglia. Gli antichi saggi spiegano infatti che ciò che genera attrazione, poi finirà col generare repulsione, mentre ciò che genera repulsione potrà successivamente generare attrazione. Il saggio si sottrae a questi due condizionamenti trascendendoli entrambi. Raga, si potrebbe tradurre anche con il termine “piacere”; paradossalmente, il cosiddetto piacere diventa causa di condizionamento e presto cede il posto al suo contrario: il dolore. La Bhagavad-gita (V.22) insegna che: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, che sono dovute al contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, questi piaceri hanno un inizio e una fine e l’uomo saggio non trae gioia da essi”. È facile per tutti capire che la repulsione (dvesha) è fonte di sofferenza, ma molti hanno difficoltà a comprendere che anche il piacere può diventare origine di condizionamento e conseguenza di dolore. Questo perché, a causa della natura instabile di questo mondo, non possiamo aspettarci di mantenere per sempre gli oggetti del nostro piacere. Nel momento in cui li perdiamo, proviamo un dolore che è tanto acuto quanto intenso, a causa dell’attaccamento che abbiamo sviluppato per essi. Abhinivesha è la quinta fonte di condizionamento ed è costituita dall’attaccamento alla vita in un determinato corpo, ovvero, tradotto in termini occidentali, dalla paura della morte. Può essere una lucida ossessione giornaliera o rimanere serpeggiante nell’inconscio, ma il concetto che ognuno ha della morte è un condizionamento che dura tutta una vita e anche vita dopo vita. Se si è oppressi da questi condizionamenti, l’armonia è pressoché impossibile, è pura utopia, mentre diventa una dimensione reale quando i condizionamenti vengono meno. L’armonia ha inizio con la comunione di quelle che Jung ha chiamato funzione estrovertita e funzione introvertita. La funzione estrovertita, come già detto, è la caratteristica di proiettarsi nel mondo, di identificarsi, di misurarsi con l’oggetto e di far dipendere massimamente la propria opinione dall’oggetto, di verificare se quello che si sente è vero in base alla risposta che dà l’oggetto. Di per sé questo atteggiamento è già patologico, ma è proprio di una fascia così ampia di popolazione che ormai viene considerato normalità. Nella funzione introvertita l’individuo tende ad avere un riscontro esclusivamente interiore che spesso, nella sua forma patologica, porta ad una negazione del mondo e degli oggetti, quindi di tutto ciò che è esterno a sé. L’armonia è comunione tra le due funzioni estrovertita e introvertita e quindi trascendimento delle stesse, dove l’oggetto e il soggetto partecipano della causa originaria da cui entrambi provengono. Quindi, spirito e materia, essenza e sostanza, tornano ad armonizzarsi sul piano spirituale ed ecco che si ristabilisce la salute psicofisica. In questo modo si spiegano remissioni spontanee di malattie gravissime, guarigioni miracolose e facoltà mentali straordinarie, anche se spesso la persona viene illuminata per breve tempo e poi torna nel grigio della “normalità”.
Tratto da Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza.

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Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato. La tendenza dell’uomo occidentale medio è proiettarsi fuori di sé per identificarsi con l’oggetto, cercando di valorizzarsi in esso. In questa proiezione verso l’esterno l’individuo si è smarrito, per cui, con grande difficoltà e spesso con sofferenza, si chiede: “Ma io, chi sono? Qual è la mia natura? Qual è il senso della vita? Da dove vengo? È questa la mia prima nascita? Cosa mi accadrà dopo la morte?”. La filosofia delle Upanishad risponde a domande come queste. Nel saggio “Vita, Morte ed Immortalità”, rifacendomi a vari passi della letteratura vedica, ho spiegato tutte le dinamiche che precedono e che seguono la morte fisica. Nel Rigveda, nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Bhagavad-gita e nelle antiche narrazioni note come Purana, sono contenute dettagliate informazioni volte a spiegare quali sono le dinamiche che governano e guidano l’essere nei drammatici momenti in cui fuoriesce dal corpo. Il grande affresco cosmologico e cosmogonico dipinto dai Purana dà la possibilità, a qualsiasi ricercatore sincero, di approfondire la propria esperienza e conoscenza, per contestualizzarsi secondo le proprie coordinate di guna(1) e karma(2), sapendo da dove proviene, dov’è e dove sta andando. Dall’acquisizione di questi dati, gran parte della tensione che attanaglia l’uomo si depotenzia e la serenità insita nella natura umana, sorge di nuovo; dalla serenità sgorga la letizia e dalla letizia la beatitudine, che costituisce la natura ontologica dell’essere vivente. L’esatto contrario accade quando l’essere si identifica con le varie “etichette” o personalità storiche nascita dopo nascita: “Sono una donna. Sono giovane e bella. Sono anziana. Sono vecchia e malata”. In quest’ultimo caso il dolore viene vissuto come esperienza di funzioni che vengono meno, di disadattamento rispetto allo stile di vita precedente; ne consegue una depressione, che porta con sé una profonda sofferenza psichica. Generalmente le persone concludono il loro segmento di vita, angosciate, impaurite, sofferenti, il che certamente non proietta verso una bella prospettiva. Non è mia intenzione spaventare nessuno, ma qualsiasi individuo con una visione aperta, sensibile a tali tematiche, si sarà già reso conto dell’esistenza di questi problemi e dell’importanza di trovare una soluzione. Il punto dolente sta nel fatto che la società non vuole pensare a tutto questo e lo rimuove. Le persone preferiscono distrarsi, stordirsi, e nel peggiore dei casi ubriacarsi o drogarsi, nel tentativo di sfuggire alla triste realtà, perché non sanno come affrontarla. L’uomo è un essere difettoso, ma nella sua imperfezione ha una potenzialità: condivide la natura del Supremamente Perfetto, per cui lo si può considerare almeno potenzialmente perfetto. Una volta intuita la strada, l’essere umano ha la capacità di cambiare e, da paradosso qual è, pieno di conflitti, diventare una persona serena, riducendo gradualmente gli strati che lo ottundono, fino a vedere la Realtà. Questa Realtà è stata annunciata da grandi saggi anche all’Occidente. Molti di loro appartenevano a tradizioni mistiche, religiose; altri si erano elevati attraverso l’esperienza personale, anche laica, ma è certo che tutti hanno parlato di una dimensione costituita da immortalità, consapevolezza e beatitudine.

(1) Le tre energie che determinano il condizionamento degli esseri incarnati. Sono: Tamas (ignoranza); Rajas (passione) e Sattva (virtù).
(2) Legge di causa-effetto su cui si regge l’universo fenomenico, per la quale ad ogni azione positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

Tratto dal libro ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’ di Marco Ferrini.

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Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

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Firenze, 30 Maggio 2010 – Ore 16.00
Palazzo Vecchio – Piazza della Signoria, Salone dei Cinquecento, Firenze.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’.
Nella prestigiosa cornice storico-artistica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, Marco Ferrini terrà una conferenza nella quale dialogheranno la Divina Commedia e la Bhagavad-Gita, universali monumenti del pensiero occidentale e orientale che, a distanza di molti secoli, ancora ispirano l’uomo moderno nel suo anelito di evoluzione e realizzazione, sia dal punto di vista laico che religioso. Esplorando le convergenze esistenziali tra queste due opere di filosofia perenne, i partecipanti avranno l’opportunità di fare un viaggio in altre dimensioni che rappresentano differenti livelli di coscienza nella ricerca del senso della vita. La Commedia e la Gita sono un compendio d’insegnamenti cosmogonici, antropologici ed escatologici, di filosofia, psicologia, etica e spiritualità. L’intreccio di queste tematiche esprime la sostanziale continuità tra i diversi piani dell’essere e la fitta serie di corrispondenze fra micro e macrocosmo.Se è vero che un’opera è grande nella misura in cui fornisce strumenti teorici e pratici per poter realizzare livelli alti di consapevolezza, e se offre concetti, suggestioni, modelli di vita adatti ad affrontare e risolvere i problemi esistenziali dell’individuo e quelli più complessi della società, allora non è azzardato affermare che la Commedia e la Gita sono scritti di intramontabile valore.

‘La mia vita non è stata che una serie di tragedie esteriori,
e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile,
è dovuto al’insegnamento della Bhagavad-gita’.
(Mahatma Gandhi)

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Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l’attestazione della sua morte clinica? La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l’interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un’esperienza evolutiva? Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L’essere non nasce, né muore. E’ eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l’immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.

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Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l’esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni ’60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell’odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all’insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l’ineludibile assistenza medica e l’accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l’urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall’orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana. E’ la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell’intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali – una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell’immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell’assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell’assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell’evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita – Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE TERZA).
di Marco Ferrini.


FOBIE.
Un altro ostacolo che sovente è causa di blocco per la Forza di Volontà è costituito dalla paura: spesso la paura non è reale ed è quindi più opportuno utilizzare il termine fobia, possono cioè sussistere una o più fobie che bloccano il soggetto, indeboliscono la sua Volontà e non gli permettono di affrontare la situazione in maniera adeguata. Ovviamente esistono, in natura e nella società umana, situazioni pericolose verso le quali è salutare e perfino necessario provare timore: in questo caso il senso di paura sperimentato rappresenta una sana e utilissima funzione che provvede alla nostra sopravvivenza e dunque l’esercizio di un atto volitivo non deve servire a contrastare questa importante funzione preventiva, bensì a gestire l’emozione di paura qualora si manifesti come un impulso travolgente e distruttivo. E’ infatti possibile dominare la paura tramite l’esercizio della Forza di Volontà, iniziando dal graduale dominio di piccoli timori, dunque ponendosi di fronte a situazioni che normalmente incuterebbero paura, facendo attenzione all’atteggiamento che si mantiene nel farlo. Lo sporgersi da un precipizio o il guardare da una finestra collocata al ventesimo piano di un edificio, per esempio, rappresentano situazioni che naturalmente susciterebbero sensazioni di timore, di vertigine, di perdita di stabilità o di senso di sicurezza e la tecnica di esercizio della Volontà consisterebbe proprio nell’affrontare il pericolo non con un atteggiamento di sfida o di spavalderia, avvicinandosi al precipizio in maniera spericolata, né tanto meno con l’atteggiamento di chi lo rifugge perché succube del timore provato, ma avvicinandosi gradualmente, in maniera protetta, magari centimetro per centimetro; la gradualità nell’affrontare una situazione delicata offre la possibilità al soggetto che l’adotta, di familiarizzare con tale pericolo senza che ne sia passivamente travolto. L’atteggiamento e la tecnica appena illustrati sono applicabili ad un’innumerevole serie di differenti situazioni che il soggetto è più condizionato a temere: dunque guardare da una quota molto elevata in altezza o percorre a piedi di notte un tratto di strada non illuminata o camminare lungo un ponte molto stretto; in tutte queste circostanze è sì consigliabile affrontare il pericolo, ma in maniera graduale e soprattutto mantenendo un animo lieto, magari cantando. Così, anche nel caso in cui il vedere una ferita sanguinante provochi un senso di brivido repulsivo: se si vorrà superare tale avversione sarà necessario sforzarsi di guardarla senza auto-violentarsi, bensì gradualmente persuadendosi che stiamo assistendo a un fenomeno naturale. Allo stesso modo si dovrà agire per superare una delle maggiori paure che caratterizzano da sempre l’essere umano: la paura della morte. Per fare ciò si potrebbero visitare persone che stanno morendo, oppure osservare un cadavere con attenzione, ovviamente non con un morboso senso di curiosità, ma per il desiderio di rafforzare la Volontà di affrontare ciò che incute timore, considerando peraltro che la morte è un fenomeno inevitabile, ben inclusa la nostra. E’ probabile che le prime reazioni provate tendano ad allontanare l’individuo da tali scene, ma per garantire un percorso evolutivo, integrando perfettamente con sensibilità ed esperienza la personalità, è necessario superare queste paure affrontandole: non lanciandosi in maniera avventata contro il pericolo o l’obiettivo, ma esercitando la Forza di Volontà in maniera graduale, come se fosse un muscolo che debba costantemente allenarsi per adempiere correttamente alla sua funzione, in modo da potersi gradualmente e sempre più preparare a questi naturali imprevisti. Malattia, dolore, paura, invalidità e morte sono fenomeni della vita incarnata, in un certo senso naturali, ma richiedono un atteggiamento sobrio, maturo, per poter essere correttamente elaborati in quanto ci si potrebbe trovare a fronteggiarli in maniera imprevista e improvvisa, senza alcuna preparazione e allora si rischierebbe di incorrere in grande sofferenza e profondo abbattimento. Un’altra fobia molto diffusa è la paura della povertà, il timore di rimanere senza mezzi di sostentamento o, ancor più ansiogeno, è il senso di perdita dello status sociale; anche in questi casi la paura potrebbe essere affrontata e vinta esercitandosi ad evitare qualsiasi spreco, ad evitare l’acquisto di qualsivoglia oggetto superfluo, ricordandosi il più frequentemente possibile che la più grande ricchezza consiste nel possedere una forma umana e nell’essere dotati di una coscienza lucida, che deve pertanto essere grata, per tutto ciò che dalla vita ha già ricevuto e che, con la giusta attitudine, potrà ancora ricevere. Anche l’attitudine appena descritta è l’esito di uno sforzo graduale poiché l’esercizio della Volontà, così come qualsiasi altro esercizio volto allo sviluppo di una facoltà, richiede gradualità per risultare efficace. I primi passi verso il successo sono importanti come l’allenamento prima della prova finale; è possibile che nella vita non arrivi mai ‘la prova’: potrebbe non capitare mai che la casa vada in fiamme o che venga svaligiata dai ladri o che si perda la salute, però è bene educarsi ad affrontarla nell’eventualità che accada. Si dovrebbe dunque imparare a fare a meno delle cose che abbiamo e osservarle con distacco emotivo, prendendo atto della loro esistenza e presenza al momento, ma essendo pronti a una loro perdita conservando peraltro gioia e serenità. E’ necessario esercitarsi a vivere la vita con distacco emotivo, vedendo tutte le cose come preziosi elementi del Creato: la salute, la famiglia, la posizione sociale, la terra, il sole, la luna, le stelle, tenendo presente che la morte potrebbe improvvisamente separarci dalle persone care, così come per qualche giorni potrebbero essere oscurati il sole, la luna o le stelle, perché coperti da nubi. Ugualmente in alcuni momenti si potrebbe non provare gioia, né soddisfazione, seppure queste caratteristiche appartengano ontologicamente alla natura dell’uomo, fatto “ad immagine e somiglianza di Dio”: immortale, sapiente e beato. E’ proprio nel ‘qui e ora’ che devono essere sperimentare la gioia e la soddisfazione; non solo si deve imparare a ricercare in se stessi tutte queste ricchezze ma ci si dovrebbe anche abituare alla felicità e all’amore. Le Upanishad insegnano che in se stessi si trova non solo tutto ciò che si cerca nel mondo, ma anche ciò che nel mondo non c’è.

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