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Archive for the ‘immortalità’ Category

Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l’attestazione della sua morte clinica? La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l’interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un’esperienza evolutiva? Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L’essere non nasce, né muore. E’ eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l’immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.
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Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l’esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni ’60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell’odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all’insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l’ineludibile assistenza medica e l’accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l’urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall’orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana. E’ la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell’intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali – una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell’immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell’assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell’assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell’evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita – Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).

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LE DOMANDE ETERNE DELL’ANIMA ETERNA.
IL TEMA DELL’IMMORTALITA’ NELLA VITA
E NELLE OPERE DI LEV TOLSTOJ.
di Tania Zakharova.

A cavallo dei secoli XIX-XX nell’ambiente ortodosso della Russia correvano voci che il noto scrittore Lev Tosltoj avesse visitato Belovodia, un paese mitico che custodisce nella forma originaria i trattati dottrinali e i riti dell’autentico cristianesimo. La descrizione del regno di Belovodia ricorda i racconti vedici che parlano dei saggi illuminati sull’ Himalaya. Ma anche se Lev Nikolaevic Tolstoj non era mai stato sull’Himalaya, i concetti vedici, che negli ultimi anni della sua attività letteraria attraversano come un filo rosso le sue opere, furono il frutto di uno studio approfondito dei testi vedici dell’India antica. Lo scrittore ammirava i Veda e riteneva che questi testi sacri veicolassero la conoscenza di Dio in una forma ideale: “Gli Inni Vedici trasmettono sentimenti molto elevati e ciononostante la loro sublime bellezza è comprensibile per tutti, sia per le persone colte che per quelle poco istruite. Se lo scopo dell’arte è quello di trasmettere i sentimenti, che sorgono dalla coscienza religiosa, allora come può essere non compreso il sentimento basato sulla religiosità, ovvero sul rapporto dell’uomo con Dio?”(1). I Veda indubbiamente hanno lasciato una forte impronta sullo stile del famoso scrittore russo. Il dirigente della casa editrice “Intermediario”, S.N. Durylin, ricorda: “Il suo linguaggio era brillante, espressivo e chiaro; con competenza e semplicità poteva parlare di Kant, di Tiutcev o di filosofia del Vedanta.” Lo scrittore indiano Premcand notò che “alcuni racconti di L.Tolstoj raggiungono una tale altezza che viene naturale pensare che siano stati tratti dalle Upanishad “. E in effetti in molte opere di Tolstoj vengono trattati temi che lo scrittore aveva attinto dalla letteratura vedica. Lev Nikolaevic Tolstoj fu un lettore appassionato delle opere dell’India classica come il Mahabharata e il Ramayana(2). Ma soprattutto conosceva ed amava la quintessenza dei Veda: la Bhagavad-gita. Esprimendo per quest’ultima il più alto apprezzamento spesso faceva rimandi a questo grande testo nei suoi diari e nelle sue lettere. Nelle raccolte “I pensieri dei saggi per ogni giorno”, “Per l’anima”, “Il sentiero della vita”, l’autore ha incluso diverse massime tratte dai Purana, dalle Upanishad, dalla Bhagavad-gita, dal Mahabharata e dalla Manu-smriti. L’interesse del famoso scrittore russo per i Veda non si esauriva mai, ma lo studio più approfondito dell’antica filosofia indiana fu da lui svolto nel periodo della sua crisi esistenziale fino alla fine degli anni settanta-inizio anni ottanta, quando Tolstoj sentì la necessità a intraprendere una seria ricerca spirituale alla scoperta del senso della vita. Nel 1907, nella lettera a Baba Premanand Bharati, Lev Tolstoj espresse la convinzione che “la religiosa, metafisica idea di Krishna rappresenta l’eterno e universale fondamento di tutti gli autentici sistemi filosofiche e di tutte le religioni” (1-77, pag.36). Molte dottrine vediche sono state comprese da Lev Nikolaevic grazie allo studio dei lavori di noti scrittori, filosofi e pensatori (sia antichi che moderni), la cui concezione del mondo è stata improntata alla filosofia vedica. Fra i grandi nomi menzionati spesso nei libri di Tolstoj troviamo Pitagora, Platone, A. Silesius(3), Emerson, Thoreau, ma in modo particolare lo scrittore rileva Arthur Schopenhauer e Kant: Nel 1869 descrivendo a Fet la sua traduzione in russo dell’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Tolstoj scriveva: “Non so se cambierò mai la mia opinione, però al momento sono sicuro che Schopenhauer è uno dei più grandi geni dei nostri tempi”. Successivamente, analizzando i concetti di Schopenhauer noterà che “Il cuore della sua filosofia contiene un tragico errore, per provare il quale è stato sprecato un enorme talento e genio; l’errore che la vita non ha senso. Ma il senso della vita consiste proprio nell’eseguire la volontà dell’Ente Supremo, seguire la propria destinazione e lasciare questo mondo” (22,с.248). Numerosi ricercatori dell’attività letteraria di L.Tolstoj traggono dalle sue opere una tavolozza ricca e variopinta di concezioni filosofiche. Sia nelle opere che nella vita, Tolstoj è sempre stato un appassionato ricercatore della Verità. Man mano che cambiava la sua visione del mondo, nel corso degli anni, gli scritti che uscivano dalla sua penna si riempivano di nuovi contenuti. Già nella trilogia “Infanzia, adolescenza, giovinezza” – la prima opera che gli portò fama letteraria – Lev Тоlstoj affronta uno dei fondamenti della filosofia vedica: i quesiti “sulla destinazione dell’uomo, sulla vita futura, sull’immortalità dell’anima” (2-1,pag.165). I Veda in tutta autorevolezza affermano che la nostra personalità presente si è formata in base alle nostre vite passate; tutte le esperienze precedenti, tutti i pensieri, le impressioni ricevute sono impressi nelle profondità dell’inconscio. A volte la memoria delle vite precedenti arriva alle porte della nostra esistenza presente: “All’improvviso ho sperimentato una sensazione particolare: ho rivissuto un episodio, una ripetizione di quello che mi era già successo: e anche in quell’occasione cadeva una pioggia leggera e il sole tramontava dietro le betulle” (2-1,pag.266). Queste emozioni del giovane protagonista dell’opera autobiografica di Tolstoj, Nikolenka, sono un tipico esempio di deja vu – un sentimento di qualcosa di già vissuto provocato dall’esperienza delle vite passate. Ed ecco come Nikolenka Irteniev giunge all’idea di reincarnazione: “Ecco la vita – e ho disegnato sulla lavagna una figura ovale. Dopo la vita l’anima trasmigra nell’Immortalità; ecco l’immortalità – e ho tracciato una linea da una parte della figura fino all’estremità della lavagna. E come mai dall’altro lato non c’è una linea simile? E’ vero, come può esserci immortalità da un lato solo? Sicuramente esistevamo prima di questa vita anche se ne abbiamo perduto il ricordo ” (2-1,pag.165). In uno dei suoi romanzi più famosi, “Guerra e pace”, lo scrittore esplora le dinamiche di lotta interiore, del conflitto intrapsichico che avviene in ciascun individuo e che in ultima analisi si esplica nella forma di guerra nel mondo esterno. Il celebre romanzo è ricco di riflessioni sulla collocazione dell’uomo nell’universo. Il tema della trasmigrazione dell’anima è un motivo ricorrente in quest’opera letteraria. Natasha, una delle giovani protagoniste del romanzo, rivolgendosi ai suoi amici Nikolai e Sonia, rivela: “A volte uno ricorda e ricorda, finché non arriva a ricordare quel che aveva sperimentato prima di nascere in questo mondo… Se l’anima è immortale… e io vivrò per sempre.. vuol dire che ho sempre vissuto prima, ho vissuto l’intera eternità “. – Questo fenomeno si chiama metempsicosi(4), – disse Sonia che sempre studiava bene e ricordava tutto” (3-1,pag.614). Anche Dolly Oblonskaya nel romanzo “Anna Karenina”, nei suoi intimi colloqui filosofici con la sorella, la madre ed alcuni amici, spesso li sorprende con il suo libero pensiero nei confronti della religione: “Aveva una sua strana religione di metempsicosi, nella quale credeva fermamente senza preoccuparsi troppo dei dogmi della Chiesa” (2-8,pag.290). Dopo innumerevoli nascite e morti, l’essere vivente, incarnandosi in un corpo umano, acquisisce la possibilità di porre domande, che si sono presentate a Pier Bezuchov in “Guerra e pace”: “Che cosa dobbiamo amare e che cosa odiare? Per che cosa viviamo e che cos’è il nostro “io”? Che cos’è la vita e cos’è la morte? Che cos’è quella forza misteriosa che dirige tutto?” (3-1, pag.408). La millenaria Psicologia Vedica concentra l’attenzione su tutti i piani dell’essere umano, inteso e trattato come un organismo bio-psico-spirituale. Come insegna il Samkhya infatti, i costituenti della personalità umana sono lo spirito o purusha e l’apparato psicofisico: corpo e mente. Il sé empirico (jiva-bhuta) è un insieme di spirito cosciente e di materia priva di coscienza. Il corpo fisico grossolano è composto da 5 elementi fisici (terra, acqua, fuoco, aria, etere), mentre il corpo sottile include mente, intelletto, falso ego e le dieci facoltà sensoriali esterne. L’esperienza nel mondo fenomenico appartiene al corpo sottile, che è il primo a formarsi in base alle tendenze accumulate nel corso delle vite precedenti, e non al corpo fisico che perisce con la morte. La natura ontologica del purusha (o atman) è immortalità, coscienza e beatitudine. Il piano spirituale è caratterizzato appunto da ananda, una gioia profonda che si espande dentro e fuori. Un’identificazione totalizzante con lo strumento corporeo e psichico ostacola la comprensione della vita, così come la comprensione e l’accettazione del fenomeno morte. Che cosa può soddisfare l’inestinguibile necessità dell’animo umano di realizzare la propria essenza spirituale? “Nell’uomo è insita la necessità di felicità; quindi essa è lecita. Se la soddisfiamo egoicamente, ovvero cercando ricchezza, fama, comodità, potrebbe succedere che le circostanze esterne non ci permetteranno di soddisfare tali desideri, dunque sono proprio questi desideri che sono illeciti e non l’anelito alla felicità. E allora quali sono i desideri che possono essere soddisfatti sempre, a prescindere dalle circostanza esterne? Quali? Amore, abnegazione” (2-3,pag.227). Ferito gravemente nella battaglia di Borodino, Andrei Bolkonskij, uno dei personaggi centrali di “Guerra e Pace”, si sente illuminato da una realizzazione: “Si è rivelata a me una felicità nuova, imprescindibile dall’uomo, una felicità al di fuori delle influenza esterne, la felicità inerente solo all’anima… Ho sperimentato quel sentimento d’amore che è l’essenza stessa dell’anima… Amare tutto – amare Dio in tutte le manifestazioni. Si può amare la persona cara con l’amore umano; ma amare il nemico è possibile solo con l’amore divino” (3-2, pag.375.). La persona separata da Dio non può essere felice. Su questo riflette la contessa Maria – personificazione letteraria della madre di Tolstoj : “Nel corso della vita la contessa Maria era sempre più stupita dalla miopia della gente che cerca qui, sulla terra, il godimento e la felicità: la gente che lavora, soffre, lotta e fa del male a sé stessa e agli altri solo per raggiungere questa felicità impossibile, illusoria(5) e peccaminosa” (Guerra e Pace/3-1,pag.572). I testi vedici affermano che la realizzazione della propria essenza immortale è possibile solo attraverso la purificazione e la liberazione dalle identificazioni della personalità temporanea, quindi attraverso la trasformazione di tutte le energie dell’essere. Quando si comincia a comprendere la natura dell’anima, la vita si presenta in tutta la sua sconfinata libertà. Dice Pier in “Guerra e Pace” : “Sento che non solo non posso cessare di esistere come niente cessa di esistere nel mondo, ma che sono sempre stato e che sarò per sempre.” (3-1,с.457) . “Sappi che non può essere distrutto ciò che pervade il corpo. Nessuno può distruggere l’anima eterna” – afferma la Bhagavad-gita (II.17). A causa della posizione marginale del jiva-bhuta la permanenza dell’eterna essenza spirituale nel corpo materiale temporaneo sembra innaturale, conflittuale di per sé. Tolstoj spesso sottolinea questa incompatibilità: Andrei Bolkonskij, ascoltando il canto di Natasha, si sente un nodo alla gola: “Soprattutto sentiva che gli veniva quasi da piangere per questa vividamente percepita, drammatica contraddizione fra qualcosa di infinitamente grande e indefinibile che era in lui e qualcosa di stretto e carnale che si sentiva di essere” (3-1,pag.549). Il conflitto fra la natura superiore e quella inferiore dell’essere umano comprende diversi aspetti. Le tentazioni del mondo fenomenico possiedono una forza magnetizzante e sono difficili da superare: “La carne spinge all’appagamento dei desideri materiali e lo spirito illuminante anela a vivere per Dio, per gli altri, e la risultante di questo processo è la vita non più animale, e più ci si avvicina a Dio, più si diventa illuminati. E quindi più cercheremo di vivere per Dio, più velocemente percepiremo la nostra parte nobile, mentre il lato animale sfumerà da sé.”(6) La lotta interiore di un ricercatore spirituale diventa più difficile in una società assorta nella gratificazione dei sensi. Il protagonista del romanzo “La Resurrezione”, Dmitrij Nechliudov riflette: “Quando crediamo nel sé dobbiamo scegliere e prendere decisioni non a favore del proprio io animale, che cerca i piaceri facili, ma quasi sempre contro di esso; se dovessimo seguire la massa, non rimarrebbe più niente da decidere, già tutto è stato deciso, e sempre deciso contro l’io spirituale e a favore dell’io animale” (2-13,pag.53). In una delle storie del celeberrimo Mahabharata, alla domanda di Yamaraja, il “governatore” del regno della morte, – qual è la cosa più sorprendente in questo mondo? – il saggio re Yudhisthira risponde: La cosa più sorprendente è che se anche tutti i giorni vediamo morire innumerevoli creature, pensiamo ed agiamo come se il nostro corpo vivesse per sempre! Nella concezione materialistica della vita, le persone hanno il terrore della morte e cercano di negare questo fenomeno attuando una rimozione: “Petr Ivanovic cominciò a chiedere i particolari della dipartita di Ivan Ilyic come se la morte fosse un’avventura propria solo ad Ivan Ilyic e per niente riguardante lui “( La morte di Ivan Ilyic /2-12,pag.60). Gli eroi di Tolstoj spesso pongono domande sulla destinazione ultima dopo la dipartita: “Dove mi troverò quando non sarò più qui ?” (La morte di Ivan Ilyic /2-12,pag.85). Secondo la filosofia dei Veda esistono infinite dimensioni di coscienza nelle quali può trovarsi l’essere vivente dopo la sua dipartita dal mondo fenomenico; la morte rappresenta solo un passaggio in una di queste dimensioni governate dalle leggi Divine. Il concetto di morte come forma di transizione in un’altra dimensione di esistenza e come possibilità di liberazione dall’imprigionamento materiale imprime un’altra prospettiva di vita. Nel testo non finito “Gli appunti postumi dell’eremita Fiedor Kuzmitc”, incontriamo le seguenti riflessioni: “Prima tante volte pensavo che l’uomo non può fare a meno di desiderare… tutta la vita ruota attorno al desiderio. E mi è venuto in mente che se tutta la vita è sorgere di desideri e la gioia della vita consiste nel loro appagamento, forse dovrebbe esistere un desiderio proprio di ogni essere umano, sempre, e che potrebbe essere sempre esaudito? E per me è diventato chiaro che questo sarebbe possibile per un uomo che desidererebbe la dipartita. Tutta la sua vita sarebbe un avvicinarsi a questo desiderio, non il desiderio della morte in sé, ma di quel fluire della vita che porta al trapasso. Questo fluire è la liberazione dalle passioni e dalle tentazioni di quell’essenza spirituale che dimora in ogni uomo. Ora, liberandomi da una parte di quello che mi bloccava, che mi nascondeva la natura dell’anima, la sua unità con Dio, comincio a realizzare questo con chiarezza. Se avessi posto come il bene supremo la liberazione dalle passioni, l’avvicinamento a Dio, tutto quello che mi avvicina alla morte, la vecchiaia, le malattie, sarebbe stato l’appagamento del mio principale, unico desiderio” (17, pag.160). In modo particolare L.Tolstoj ha cercato di risolvere il mistero della morte negli ultimi anni della sua vita, giungendo alla conclusione che la morte è una forma che il Signore prende per mostrarsi agli atei, e che l’unica possibilità di liberarsi dalla paura della morte è avvicinarsi a Dio. Il grande scrittore è stato coerente con la sua ricerca filosofica e le sue realizzazioni. Citiamo di seguito alcune righe tratte dal suo diario, scritte poco tempo prima del suo trapasso, nel 1909: “Non sto bene, sento la debolezza del corpo, e così semplice, chiara e facile sembra ora la liberazione dal corpo – non la morte, la liberazione”. “Morendo, si applica lo sforzo maggiore sulla liberazione dell’anima attraverso l’amore”. “Ultimamente ho una febbre alta costante, forse sto per morire. Stranamente non ho paura, ma una specie di intensa curiosità”. “Sento nell’anima qualcosa di nuovo, di buono, lontano dal samsara, e molto, molto gioioso”.

(1) Che cos’è l’arte?/1-30, pag.109.
(2) Nella biblioteca di Iasnaya Poliana è stata conservata fino a oggi l’edizione del Ramayana (in lingua francese) in due volumi con gli appunti in matita fatti da L.Tolstoj.
(3) Angelus Silesius (Iogann Sheffler 1624-1677), teologo e mistico tedesco che ha descritto le cinque fasi per avvicinarsi a Dio, cominciando dal ruolo del servitore, amico, figlio, fino al rapporto con Dio in qualità di fratello e amante. Questa dottrina, insolita per il Cristianesimo, assomiglia molto alla concezione vedica dei rasa.
(4) Dal greco metempsychosis – trasmigrazione dell’anima.
(5) I Veda chiamano la felicità materiale capala sukha: temporanea, effimera, quindi illusoria.
(6) “La luce che illumina nel buio”/2-11,pag. 211.

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