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Archive for the ‘gioia’ Category

Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall’aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell’università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria. L’azione di questa proteina, in grado di rendere malleabili le cellule, impedisce ai ricordi degli eventi spaventosi di crescere troppo, evitando che si ripresentino in maniera ossessiva e impediscano una vita serena alla vittima e permette quindi di annullare gli effetti di uno spavento sul cervello, rendendo gli animali spavaldi anche dopo un’esperienza dolorosa. “Normalmente, per cancellare dalla testa dei topolini una paura, il suono viene ripetuto molte volte senza essere associato ad alcuna scossa. “Noi abbiamo scoperto con sorpresa – racconta su Science lo psichiatra Gregory Quirk che ha diretto l’esperimento – che non c’è bisogno di un nuovo condizionamento per riportare il topolino alla tranquillità. È sufficiente la somministrazione del fattore Bdnf all’interno della corteccia prefrontale”. Quest’area situata nella parte anteriore del cervello è considerata la sede del pensiero razionale e bilancia la sua attività con quella dell’amigdala, che regola la paura a livello istintivo. Un esperimento complementare a quello di oggi, condotto a gennaio alla Emory University, aveva dimostrato che bloccando nei topolini il gene che regola la produzione di Bdnf nell’amigdala, i ricordi paurosi non riuscivano a consolidarsi. E i roditori continuavano a muoversi spavaldi nonostante suoni e scosse elettriche. Un altro filone delle ricerche anti-paura punta invece a bloccare il consolidamento del ricordo subito dopo il trauma, somministrando un farmaco che blocca temporaneamente le nuove connessioni fra i neuroni. Ma anche se questi esperimenti sono utili alla comprensione dei meccanismi della mente, le applicazioni pratiche per l’uomo sono lontane. Questo filone delle neuroscienze subisce sempre delle accelerazioni nei periodi di guerra. I ricercatori portoricani hanno ricevuto parte dei loro finanziamenti dagli Stati Uniti, e un precedente studio americano aveva dimostrato che un soldato su otto torna dal fronte con disturbi di ansia o disordini da stress post-traumatico. Sono problemi causati dalle violenze vissute in battaglia che si riaffacciano anche dopo il ritorno alla vita normale(2)”. Sebbene l’esigenza di gestire tali eventi traumatici nasca con una motivazione positiva, come per esempio quella del reinserimento sociale di soldati in congedo, che hanno manifestato un disturbo post-traumatico da stress al rientro dal fronte militante, è possibile scorgere in questa modalità anche un grande pericolo per l’essere umano e per qualsiasi creatura, su diversi fronti. Da un punto di vista strettamente materialistico, potremmo affermare che la Natura ci ha fornito di un sistema interno di protezione, un meccanismo di reazione veloce e immediato, atto a preservare la specie in situazioni di pericolo. Se questo sistema istintuale non fosse presente, il rischio di incidenti e di conseguenza di mortalità sarebbe sicuramente più alto di quello normalmente sperimentato, per tutte le specie. Per quanto concerne la specie umana, ci sarebbero ulteriori implicazioni di una simile rimozione(3): da una prospettiva storica e sociologica quale apprendimento in senso evolutivo potrebbe esserci se l’umanità cancellasse errori/orrori storici quali Auschwitz-Birkenau, la strage di Hiroshima, il disastro ecologico di Cernobyl e, ahimè, molti, molti altri. Chi non conosce la propria storia è incapace di progredire e cancellare la memoria significa cancellare la possibilità di apprendimento che da determinate esperienze può scaturire. Anche da un punto di vista individuale: quali rischi si correrebbero se i bambini non potessero essere educati ad avere paura del pericolo, attraverso un’esperienza protetta come quella che la madre opera facendo, per esempio, toccare al figlio il forno appena più che tiepido per insegnargli a non toccarlo quando acceso perché scotta? Per imparare dagli errori è necessario ricordare in quale modo si sono commessi e per superare un trauma, anche laddove la responsabilità del suddetto non sia la nostra, è necessario elaborarlo nel modo migliore, non rimuoverlo.

(1) Elena Dusi Verso la pillola del coraggio “Proteina contro la paura” La Repubblica, 04 Giugno 2010
(2) Ibidem
(3) Uno dei meccanismi di difesa fondamentali indicati nella teoria psicoanalitica freudiana, che prevede l’allontanamento forzato dalla coscienza di pensieri, desideri e idee considerati minacciosi per la persona.

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Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi; quest’ultimo non rappresenta neanche l’ombra di tale felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge vengono considerati prodotti illusori della vita umana(1). Quando l’essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione. Colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico e diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. L’involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha. Ananda appartiene all’atman, che costituisce la vera sorgente energetica della persona, di natura puramente spirituale, non fisica o psichica, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono sat e cit. Noi siamo anima, siamo atman. Sat, cit e ananda sono caratteristiche per noi impossibili da perdere, qualsiasi cosa succeda, perché sono intrinseche, inseparabili da ciò che oggettivamente e intimamente siamo, sebbene possano essere più o meno appannate dall’ignoranza, neglette o atrofizzate. Ananda, inoltre, non è semplicemente l’esito di una reazione fisico-chimica. Clinicamente si possono indurre euforia e una vasta gamma di altre emozioni, ma ananda non la si può ottenere per reazione chimica. Una reazione chimica o in generale uno stato mentale o emotivo indotto artificialmente, va monitorato per l’alta probabilità che degeneri in effetti collaterali dannosi: anche un farmaco, se si sbaglia la dose, può uccidere. Ananda, invece, non ha effetti collaterali, è anzi un’energia che non solo è benefica per la persona stessa, ma innesca gradualmente anche l’energia latente della medesima natura, nelle persone circostanti. Individui veramente beati, perché capaci di questo amore divino, costituiscono una risorsa a disposizione di tutti, la loro compagnia è perciò immensamente preziosa. Come si fa a risvegliare ananda? Come si fa a liberare il sé dai condizionamenti? Come giungere all’illuminazione? Innanzitutto frequentando persone che abitualmente vivono con una coscienza risvegliata, virtuosa (sattvica); in sanscrito questo tipo di compagnia è detta satsanga. Sattvaguna è un’energia della natura3 vivendo nella quale si giunge via via a percepire una dimensione che è la più elevata, dalla quale si intuiscono realizzazioni, risposte appaganti a ciò che tutti cerchiamo da sempre: l’amore. Quell’“Amor che move il sole e l’altre stelle” di cui ha parlato anche Dante4 e che è causa e fine di tutto ciò che esiste.

(1) [[Bhagavad-gita V.22: Ye hi samsparsa-ja bhoga duhkha-yonaya eva teady antavantah kaunteya na tesu ramate budhah – La persona liberata non subisce l’attrazione del piacere materiale dei sensi, ma è sempre in una condizione di estasi perché gode di un piacere interiore. Così la persona realizzata prova una felicità senza limiti perché si concentra sul Signore Supremo.]]

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.
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1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?
L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.

2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?
I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.

3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.

4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.

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Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell’energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire – dopo la prima curva – che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s’impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l’amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l’apprezzamento e l’affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos’altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l’utilità è il principio e se l’utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

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L’ESPERIENZA ESTATICA D’AMORE QUALE CHIAVE
PER LO SCRIGNO DELL’AUTENTICA FELICITA’
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di Marco Ferrini.

La vita è scambio di amore, si basa sul dare e ricevere amore. Chi ha carenze d’amore vive una vita triste, dominata dalla sua personalità ombra. Finché non chiariamo l’equivoco di base sull’identità non ci sarà possibilità di sviluppare amore; questo sentimento che è sapienza divina si degrada in sentimentalismo e la vita viene conosciuta soltanto attraverso meccanicismi sensoriali. Da tempo immemorabile sembra che dentro di noi convivano due persone. Una è l’io storico, detto anche “falso ego”: sospettoso, arrogante, orgoglioso, irritabile, egocentrico e sostanzialmente pauroso e vile. L’altra è il sé, l’essere spirituale spesso celato, l’atman, la cui chiara voce di saggezza solo raramente viene udita e ancora più raramente ascoltata. Il sé (terminologia yunghiana), l’anima (terminologia cristiana), l’atman, (terminologia vedantica), è il solo esistente reale. L’io è solo l’ombra del sé, che prende realtà a causa di una distorsione mentale che nella lingua italiana, viene definita immedesimazione. Quando un soggetto si immedesima in qualcos’altro rispetto a se stesso si verifica un coinvolgimento condizionante che è poi alla base di tutti gli attaccamenti ad una serie di oggetti effimeri, per natura soggetti a trasformazione, degrado e dissoluzione. Il più forte tra tutti questi attaccamenti, il più diffuso, il più vissuto come assolutamente normale è l’identificazione con il corpo. Pur arrivando talvolta a comprendere che in essenza noi non siamo il corpo, sono veramente rari coloro che non si identificano con esso. E’ vero che il corpo umano è un dono divino, uno strumento di straordinaria preziosità, ma non è noi. Il sistema nervoso è una poderosa macchina ideata per portarci al successo, nella dimensione dalla quale siamo venuti, quanto di più affascinante si possa immaginare in termini di struttura biologica, ma non è in sé la vita. Quando la vita scivola via dal corpo, ad esempio per un infarto, benché tutto il sistema nervoso sia fisiologicamente intatto, potete constatare che la persona è morta. Quindi ciò che fa funzionare meravigliosamente questa macchina portentosa è l’atman, l’oggetto della nostra ricerca. La civiltà moderna, che ha grandi meriti in innumerevoli campi, produce tuttavia una cultura ombra perché comunica ossessivamente l’identificazione con il corpo, la necessità di acquisire ricchezze, per ambizione di potere e per esorcizzare la paura pur sapendo bene che, per definizione, la ricchezza è come l’acqua del mare, più se ne beve e più si diventa assetati. Il mito falso di una vita agiata fondata sul piacere dei sensi è la più grave calamità in corso, la più dolorosa, e più mortifera. La ricchezza, la vecchiaia, la gioventù, la bellezza non garantiscono la felicità, altrimenti i problemi della droga, della violenza, dell’alcolismo, del tabagismo non sarebbero così diffusi. Nella condizione non illuminata di identificazione con la mente il piacere è spesso l’aspetto gradevole e fugace del ciclo continuo e alternato di dolore e piacere. Il piacere deriva da qualcosa che è esterno a noi, mentre la gioia nasce dall’interno. Ciò che oggi ci dà piacere domani ci procurerà dolore perché, per quanto possa durare, prima o poi dovremo inevitabilmente separarcene, e la sua assenza sarà per noi fonte di dolore. Se ci pensiamo bene ogni piacere contiene in sé il seme del dolore, l’altra faccia della medaglia, che si rivelerà col tempo. Quando le passioni agitano il cuore e la mente si provano molti dolori a causa degli attaccamenti materiali. Queste forze, se non ben organizzate, armonizzate e canalizzare, non lavorano per il nostro bene. Molte tendenze distruttive vengono vissute inizialmente come innocue per mancanza di conoscenza, di discernimento fra l’Io ed il sé, di discriminazione fra l’effimero ed il reale (avidya). Occorre quindi la Conoscenza per canalizzarle, per trasformarle, come si fa con le acque impetuose di un torrente quando si converte il loro impeto da energia distruttiva in energia elettrica oppure in energia motrice per far girare le pale di un mulino. Noi siamo dotati di un meraviglioso sistema progettato per il successo della nostra struttura psichica rendendola capace di realizzare il processo di autoconsapevolezza al fine della nostra elevazione. La capacità di riflettere sul proprio processo di pensiero e di distaccarsi emotivamente dalle emozioni è una prerogativa esclusivamente umana, che ci differenzia dagli animali, la cui struttura psichica non è altrettanto evoluta. Gli uomini hanno la prerogativa di poter governare le tendenze, che invece negli animali regnano sovrane e si chiamano istinto. Questa è la grande differenza nell’ambito del regno animale tra gli uomini e gli animali propriamente detti. Noi possiamo analizzare i nostri paradigmi per determinare se sono reali oppure se dipendono da condizionamenti o situazioni impermanenti di vario genere. Gli animali non possono cambiare le proprie tendenze, mentre gli umani possono farlo. Magari può richiedere sacrificio ma ne vale veramente la pena. L’impresa, perché di vera e propria impresa si tratta, di elevare la coscienza e di espandere la propria visione della realtà è la più grande decisione che un essere umano possa pretendere. Mai avrete speso meglio il vostro tempo, mai avrete speso meglio la vostra salute, il vostro vigore. Chi invece consuma il vigore, la salute, il tempo e il denaro in imprese effimere vede crescere solo la propria miseria e la propria insoddisfazione. Infatti anche quello che prima di conseguirlo vi attirava come miele, una volta ottenuto si rivelerà nella sua inconsistenza intrinseca legata alla sua temporaneità. Ogni sogno crolla di fronte alla sua realtà, tranne il sé e Dio. Per questo i grandi saggi di tutte le tradizioni religiose dicono che questo mondo è sofferenza, che l’esperienza umana è un’esperienza di dolore. Ma se questo è vero in senso generale ciò non toglie che ciascun individuo dotato di buona volontà può di fatto trasformare il proprio destino e conoscere il successo nutrendosi di quel sentimento per cui noi tutti viviamo: l’amore. L’emozione estatica di amore, soddisfazione e intensa felicità può essere sperimentata anche nella dimensione nella quale viviamo attualmente, purché ci si liberi dalle morse attanaglianti dei condizionamenti. Nella letteratura vedica troviamo descritta la figura del jivanmukta, termine che risulta dalla combinazione di due termini sanscriti: jivan, che significa vita, e mukta che è participio passato di moksha, liberazione, e si può tradurre quindi con liberato. Dunque jivanmukta è il “liberato in vita”. Nei Veda questo termine è ricorrente ed indica che esiste la possibilità di essere liberati anche qui, sebbene temporaneamente il jiva sia ancora incapsulato nel corpo fisico. L’emozione estatica costituisce la natura stessa dell’anima, la sua attitudine più propria o atman svabhava. Quando questa dimensione si sfiora semplicemente è chiamata bhava, quando si penetra in essa viene definita prema. Anche un semplice contatto con essa produce emozioni che restano indimenticabili per tutto il resto della vita.

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

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