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Archive for the ‘felicità’ Category

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

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Karman e morte: ognuno si trova a subire le conseguenze di azioni compiute in precedenza. Lei ha parlato di “programmazione” della vita: le chiedo qualche commento su questo tema.

Programmare vuol dire agire con consapevolezza, farsi carico in modo responsabile di come “muoviamo” cose e persone intorno a noi. Possiamo farlo secondo tre dinamiche: col pensiero, con le parole e con le azioni. L’azione nasce dal desiderio (kama), si sviluppa nel verbo (vac) e si conclude generalmente nell’atto fisico (karman). Nei Testi Sacri di ritualistica karman sta solitamente ad indicare l’atto per eccellenza, quello sacrificale, l’azione che, se perfettamente eseguita, contiene già in sé il risultato desiderato. Quando invece l’agire è accompagnato da insufficiente consapevolezza, da bassa coscienza, il risultato può prodursi ugualmente ma distorto, imprevisto, non nella direzione desiderata, bensì, magari, in quella opposta. Per progettare il futuro si deve dunque conoscere molto bene la scienza dell’azione, che include la conoscenza delle reazioni. La dottrina del karman assicura a chi la segue il raggiungimento degli obiettivi desiderati; essa viene esposta in maniera accurata nei capitoli quarto e quinto della Bhagavad-gita. La vita incarnata condiziona l’essere a soffrire, ad invecchiare, ad ammalarsi, a morire e a nascere di nuovo. I saggi dell’antichità si sono dunque chiesti: “Ma qual è l’azione per eccellenza, capace di mondare dalle conseguenze che generalmente da essa derivano?”. Questo agire perfetto è magnificamente rappresentato dall’atto compiuto per amore divino (bhakti). L’azione distaccata, motivata dall’amore per Dio, non è paragonabile a quella generata dall’amore mondano, che ha come caratteristiche la lussuria, la concupiscenza, l’instabilità, il desiderio intenso ed egoico di godere dell’effimero. Per amore generalmente s’intende quel sentimento che permette di provare piacere nel dar piacere ad altri, ma nella letteratura Vedica il termine bhakti si riferisce esclusivamente a Dio e al guru e consiste in un elevato e profondo sentimento di fede e devozione amorosa riposto in Loro in egual misura. A questo proposito nella Shvetashvatara Upanishad(1) leggiamo che la conoscenza spirituale viene rivelata alla grande anima che ripone la stessa suprema fede amorosa (parabhakti) in Dio e nel Maestro. L’arte dell’azione consiste dunque in un agire pieno ma distaccato dalle passioni mondane e, al livello più elevato di coscienza, ispirato da una sorta di innamoramento per Dio, per il Creatore, supremo Amico ed Amante. Qualcuno potrà chiamarLo Armonia universale, Coscienza, Bene, ma parliamo sempre della stessa Entità, che ha infiniti nomi, come Brahman, Paramatman, Bhagavan, Ishvara. Il Dio di grazia e misericordia, il Dio d’amore è Bhagavan, la Persona suprema. L’azione compiuta per dovere e tesa alla soddisfazione del Supremo non solo permette di riprogettare la vita in senso positivo e luminoso, ma fa sì che il suo autore non debba più rinascere nel mondo dell’esistenza condizionata. Chi considera il piano fisico come l’unico piano esistenziale ha timore di abbandonarlo, ma coloro che percepiscono dimensioni più elevate, non sono morbosamente avvinghiati al mondo materiale, non hanno un comportamento fobico quando intuiscono che debbono lasciarlo. Dunque i materialisti non si preoccupino: neanche volendo potrebbero lasciare l’universo fenomenico, infatti dovranno rimanere qui fino a che tutte le promesse non saranno state mantenute e tutti i debiti totalmente estinti; prima di allora nessuno potrà evadere dalla prigione del mondo sensibile. In condizione di pura follia i prigionieri a volte se la godono spensieratamente, ma i piaceri mondani hanno vita breve e finiscono immancabilmente per trasformarsi in sofferenza. Il corpo umano è un’opera d’arte, un gioiello, uno strumento di alto valore tecnologico, che potenzialmente permette di fare eccezionali esperienze cognitive; tuttavia è fragile e dura poco. Consapevoli di ciò le persone intelligenti si dedicano alla scienza della realizzazione spirituale e si trasferiscono su livelli di coscienza più sicuri prima che arrivi la tempesta, che si presenta, sempre puntuale, sotto forma di infermità, vecchiaia e morte. Qualcuno può sperare di evitare le malattie, più problematico è sfuggire alla vecchiaia, inevitabile è la morte. La mia sfida nei vostri confronti consiste nel riuscire a farvi rimettere in gioco, a stimolarvi, indurvi a riprogettare il vostro futuro, ma poi siete voi che dovete farlo; voi dovete pensare con la vostra testa ed agire in proprio; io posso darvi solo degli orientamenti. Di regola i bisogni fisici vengono soddisfatti facilmente. Le istanze psicologiche e intellettuali vanno invece risolte su piani più alti. Dove nascono i gusti, le tendenze, gli attaccamenti? Non sul piano fisico. Quando la persona se ne va dal corpo, quel corpo non ha più nessun attaccamento anzi, è già in corso la sua dissoluzione ad opera del tempo. Gli attaccamenti risiedono invece nella mente sotto forma di anartha(2). Nelle Upanishad viene più volte affermato che per nascere alla vita spirituale si deve morire a quella materiale e che questo morire per rinascere non comporta nessun dolore. Togliersi una vecchia benda che ormai non ha più niente a che fare con noi, non è doloroso. È quando le ferite sono ancora aperte, sanguinanti, purulente, che è penosa anche la più semplice delle operazioni. Con l’arma della Conoscenza, con la virtù del distacco e con una guida spirituale qualificata, lo scollamento della benda è perfino piacevole. La Bhagavad-gita(3) afferma infatti che la disciplina dello yoga si pratica con gioia e produce la più grande felicità (susukham).

(1) Shvetashvatara Upanishad VI.23.
(2) An-artha: ostacoli alla realizzazione degli scopi (artha). I principali sono la lussuria o la bramosia in senso lato (kama), la collera (krodha), la cupidigia (lobha), l’illusione (moha) e l’invidia (matsara).
(3) Bhagavad-gita IX.2.

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C’è inoltre una preoccupante tendenza nella psicologia moderna, che è quella di spingere al piacere ad ogni costo, anche paradossalmente mettendo a rischio la propria vita e la propria salute, vivendo di eccessi e sfidando la morte per sport o per passare una serata. Questa tendenza, per mettere a tacere una coscienza che pur è presente e che rimorde quando si fa qualcosa di contrario a principi etici universalmente riconosciuti, opera prevalentemente in due modi: minimizzando i rimorsi di coscienza, banalizzandoli e considerandoli privi di fondamento o tentando di rimuoverli. Estenderei questa riflessione in generale a tutto il “sentire” considerato negativo e dunque: perché avere paura della paura? Perché essere ansiosi per l’ansia? Perché essere tristi per la tristezza? Non sono le emozioni ad essere di carattere negativo o positivo di per sé, ma il modo in cui le viviamo e le sperimentiamo che ne determina la connotazione evolutiva o involutiva. Per esempio un’eccitazione smodata, un’euforia fuori controllo, può essere potenzialmente molto più distruttiva per l’essere umano che una acuta crisi depressiva. La crisi derivante da momenti di tristezza può infatti essere colta come un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non va e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento(1). Tutto sta nel non essere gestiti e travolti da quella determinata emozione, ma nel coglierla, nell’esserne sì consapevoli, ma come cogliamo e siamo consapevoli delle emozioni che provano certi attori nei film, dunque senza identificarci con essa. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e diviene problematico non quando lo percepiamo, ma quando si cronicizza e, da caratteristica di stato della nostra personalità, ne diviene caratteristica di tratto. Ecco quindi che rimuovere o bloccare una determinata emozione, non è funzionale all’elaborazione sopra descritta, anzi, contrasta decisamente con l’opportunità evolutiva che un certo “sentire” emotivo ci fornisce. Eliminare emozioni negative illudendosi in tal modo di diventare felici, sarebbe come pensare di poter superare traumi di natura psichica rimuovendo l’evento che li ha generati. La mancata consapevolezza sul piano cosciente di un determinato evento non rappresenta l’assenza completa di consapevolezza di quell’evento, al contrario, è dimostrabile la presenza di quella traccia a livello inconscio e la sua influenza, sempre a livello sottile, sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Quanto più rinforziamo l’inconscio, tanto più avremo difficoltà a controllare la nostra vita e a determinarne la qualità. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi da esso travolgere, ci consente di risparmiare tale energia e dirigerla verso un fine sempre più elevato. Questa è in sostanza la sublimazione: incanalare energia potenzialmente distruttiva verso un fine o in un’attività costruttiva ed evolutiva, fino a trascenderla completamente una volta giunti sul piano spirituale, dove non esiste dualità, ma solo comunione di Amore.

(1) Per un approfondimento si consiglia l’ascolto del ciclo di lezioni di Marco Ferrini su ‘Previsione, Gestione e Superamento della Crisi’.

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Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall’aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell’università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria. L’azione di questa proteina, in grado di rendere malleabili le cellule, impedisce ai ricordi degli eventi spaventosi di crescere troppo, evitando che si ripresentino in maniera ossessiva e impediscano una vita serena alla vittima e permette quindi di annullare gli effetti di uno spavento sul cervello, rendendo gli animali spavaldi anche dopo un’esperienza dolorosa. “Normalmente, per cancellare dalla testa dei topolini una paura, il suono viene ripetuto molte volte senza essere associato ad alcuna scossa. “Noi abbiamo scoperto con sorpresa – racconta su Science lo psichiatra Gregory Quirk che ha diretto l’esperimento – che non c’è bisogno di un nuovo condizionamento per riportare il topolino alla tranquillità. È sufficiente la somministrazione del fattore Bdnf all’interno della corteccia prefrontale”. Quest’area situata nella parte anteriore del cervello è considerata la sede del pensiero razionale e bilancia la sua attività con quella dell’amigdala, che regola la paura a livello istintivo. Un esperimento complementare a quello di oggi, condotto a gennaio alla Emory University, aveva dimostrato che bloccando nei topolini il gene che regola la produzione di Bdnf nell’amigdala, i ricordi paurosi non riuscivano a consolidarsi. E i roditori continuavano a muoversi spavaldi nonostante suoni e scosse elettriche. Un altro filone delle ricerche anti-paura punta invece a bloccare il consolidamento del ricordo subito dopo il trauma, somministrando un farmaco che blocca temporaneamente le nuove connessioni fra i neuroni. Ma anche se questi esperimenti sono utili alla comprensione dei meccanismi della mente, le applicazioni pratiche per l’uomo sono lontane. Questo filone delle neuroscienze subisce sempre delle accelerazioni nei periodi di guerra. I ricercatori portoricani hanno ricevuto parte dei loro finanziamenti dagli Stati Uniti, e un precedente studio americano aveva dimostrato che un soldato su otto torna dal fronte con disturbi di ansia o disordini da stress post-traumatico. Sono problemi causati dalle violenze vissute in battaglia che si riaffacciano anche dopo il ritorno alla vita normale(2)”. Sebbene l’esigenza di gestire tali eventi traumatici nasca con una motivazione positiva, come per esempio quella del reinserimento sociale di soldati in congedo, che hanno manifestato un disturbo post-traumatico da stress al rientro dal fronte militante, è possibile scorgere in questa modalità anche un grande pericolo per l’essere umano e per qualsiasi creatura, su diversi fronti. Da un punto di vista strettamente materialistico, potremmo affermare che la Natura ci ha fornito di un sistema interno di protezione, un meccanismo di reazione veloce e immediato, atto a preservare la specie in situazioni di pericolo. Se questo sistema istintuale non fosse presente, il rischio di incidenti e di conseguenza di mortalità sarebbe sicuramente più alto di quello normalmente sperimentato, per tutte le specie. Per quanto concerne la specie umana, ci sarebbero ulteriori implicazioni di una simile rimozione(3): da una prospettiva storica e sociologica quale apprendimento in senso evolutivo potrebbe esserci se l’umanità cancellasse errori/orrori storici quali Auschwitz-Birkenau, la strage di Hiroshima, il disastro ecologico di Cernobyl e, ahimè, molti, molti altri. Chi non conosce la propria storia è incapace di progredire e cancellare la memoria significa cancellare la possibilità di apprendimento che da determinate esperienze può scaturire. Anche da un punto di vista individuale: quali rischi si correrebbero se i bambini non potessero essere educati ad avere paura del pericolo, attraverso un’esperienza protetta come quella che la madre opera facendo, per esempio, toccare al figlio il forno appena più che tiepido per insegnargli a non toccarlo quando acceso perché scotta? Per imparare dagli errori è necessario ricordare in quale modo si sono commessi e per superare un trauma, anche laddove la responsabilità del suddetto non sia la nostra, è necessario elaborarlo nel modo migliore, non rimuoverlo.

(1) Elena Dusi Verso la pillola del coraggio “Proteina contro la paura” La Repubblica, 04 Giugno 2010
(2) Ibidem
(3) Uno dei meccanismi di difesa fondamentali indicati nella teoria psicoanalitica freudiana, che prevede l’allontanamento forzato dalla coscienza di pensieri, desideri e idee considerati minacciosi per la persona.

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Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi; quest’ultimo non rappresenta neanche l’ombra di tale felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge vengono considerati prodotti illusori della vita umana(1). Quando l’essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione. Colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico e diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. L’involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha. Ananda appartiene all’atman, che costituisce la vera sorgente energetica della persona, di natura puramente spirituale, non fisica o psichica, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono sat e cit. Noi siamo anima, siamo atman. Sat, cit e ananda sono caratteristiche per noi impossibili da perdere, qualsiasi cosa succeda, perché sono intrinseche, inseparabili da ciò che oggettivamente e intimamente siamo, sebbene possano essere più o meno appannate dall’ignoranza, neglette o atrofizzate. Ananda, inoltre, non è semplicemente l’esito di una reazione fisico-chimica. Clinicamente si possono indurre euforia e una vasta gamma di altre emozioni, ma ananda non la si può ottenere per reazione chimica. Una reazione chimica o in generale uno stato mentale o emotivo indotto artificialmente, va monitorato per l’alta probabilità che degeneri in effetti collaterali dannosi: anche un farmaco, se si sbaglia la dose, può uccidere. Ananda, invece, non ha effetti collaterali, è anzi un’energia che non solo è benefica per la persona stessa, ma innesca gradualmente anche l’energia latente della medesima natura, nelle persone circostanti. Individui veramente beati, perché capaci di questo amore divino, costituiscono una risorsa a disposizione di tutti, la loro compagnia è perciò immensamente preziosa. Come si fa a risvegliare ananda? Come si fa a liberare il sé dai condizionamenti? Come giungere all’illuminazione? Innanzitutto frequentando persone che abitualmente vivono con una coscienza risvegliata, virtuosa (sattvica); in sanscrito questo tipo di compagnia è detta satsanga. Sattvaguna è un’energia della natura3 vivendo nella quale si giunge via via a percepire una dimensione che è la più elevata, dalla quale si intuiscono realizzazioni, risposte appaganti a ciò che tutti cerchiamo da sempre: l’amore. Quell’“Amor che move il sole e l’altre stelle” di cui ha parlato anche Dante4 e che è causa e fine di tutto ciò che esiste.

(1) [[Bhagavad-gita V.22: Ye hi samsparsa-ja bhoga duhkha-yonaya eva teady antavantah kaunteya na tesu ramate budhah – La persona liberata non subisce l’attrazione del piacere materiale dei sensi, ma è sempre in una condizione di estasi perché gode di un piacere interiore. Così la persona realizzata prova una felicità senza limiti perché si concentra sul Signore Supremo.]]

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.
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Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale, l’essere umano non può vivere senza gli altri, qualsiasi posizione assuma nella società vive sempre in relazione con gli altri; perfino nel sogno ci sono gli altri e non solo gli amici occupano costantemente la nostra coscienza e ci incatenano a loro, ma anche i nemici possono farlo, addirittura con maggior efficacia, divenendo i cardini attorno ai quali la vita scorre in una relazione dolorosa. Gli altri possono quindi costituire fonte di gioia, soddisfazione e nostra ispirazione o di sofferenza e sentimenti negativi; certo è che hanno un’influenza notevole sullo sviluppo della nostra personalità e ne siamo in qualche misura dipendenti. Che siamo dipendenti da amici o che siamo dipendenti da nemici, siamo sempre nella necessità di rapportarci agli altri. Gli altri rappresentano inoltre il nostro banco di prova, la nostra cartina di tornasole, il nostro metro di confronto: una persona non sa nemmeno quel che vale se non si raffronta con gli altri, un bambino non impara né a camminare né a parlare senza gli altri. Dunque, l’essere umano non può esistere senza gli altri, perde anche la cognizione di sé, a meno che non sia così evoluto spiritualmente da avere realizzato la propria natura assoluta, la nitya svarupa, cioè quella identità ultima che è la sua vera intima essenza, eterna, immutabile ed indipendente da circostanze esteriori. Se nel relativo gli altri sono essenziali per tutte le ragioni sopraccitate, nell’assoluto lo sono in quanto oggetti della nostra compassione, destinatari del nostro amore, terminali della nostra relazione d’affetto: quindi non per prendere, ma per dare. L’assoluto porta in sé un’auto-soddisfazione, un’auto-soddisfacimento, una beatitudine tutta interiore, per cui gli altri non sono più il nostro nutrimento essenziale, ma sono elementi a cui inevitabilmente ci sentiamo connessi ed in armonia in quanto figli di uno stesso Creatore. Tale processo inizia quando inizia la realizzazione e culmina al momento della realizzazione spirituale: essa avanza per gradi e nella misura in cui il soggetto gradualmente evolve, scopre gli altri quali oggetti del suo amore. La società sarebbe un nome astratto se non fosse composta di donne e di uomini, di individui che lottano per raggiungere la felicità, la libertà o lottano anche semplicemente per conoscersi, per sapere chi sono, per comprendere la natura delle loro inclinazioni, la natura dei loro istinti, la natura dei loro bisogni e dei loro desideri.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l’Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta (20 e 27 Novembre, 4 Dicembre 2008).

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L’ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all’Amore. L’ego dà l’illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L’ego dà l’illusione di possedere l’amore, ma questo sentimento accostandosi all’ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L’amore divino immortale appartiene all’anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all’ego. Liberarsi dalla prigione dell’ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all’ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell’anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l’ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell’ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l’ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all’anima e a Dio. E’ la principale causa dell’invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell’ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l’ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c’è l’angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l’angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l’angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l’uno o verso l’altro. Assieme all’orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L’umiltà è l’atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l’antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell’aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell’ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L’offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell’ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall’Harinama japa o Harinama Sankirtana, l’implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest’ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l’umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L’umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

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“Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore”. (tratto da “Dall’Eros all’Amore” di Marco Ferrini).

Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell’amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall’analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l’osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all’anticipazione dell’utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all’empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all’individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall’azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall’organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l’irrefrenabile impulso all’orgasmo ed innalza il tono dell’umore all’euforia, all’eccitazione e all’entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d’apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento. L’attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch’essa importante per l’innalzamento del tono dell’umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell’uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un’agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch’essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l’appetito, quale attività contrastante l’atto erotico, dal quale tutta l’attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l’erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l’esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
 Anche altri neuromediatori intervengono nell’eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all’induzione dell’aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l’ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell’eros provocato principalmente dalla dopamina, nell’organismo si produce, immediatamente dopo l’orgasmo, un ormone che induce l’affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l’ossitocina. Questa viene definita “ormone dell’amore” anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l’affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall’utero e durante l’allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell’ambito della coppia rafforzando l’attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell’emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l’eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l’impeto aggressivo, induce l’appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l’orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell’umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l’atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l’eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l’attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall’ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza. L’assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l’incremento endorfinico prodotto dall’orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l’instaurarsi della sindrome d’astinenza. E’ questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell’uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell’era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell’individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman. L’anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). “La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore”. (tratto da “Dall’Eros all’Amore” di Marco Ferrini). Se è l’ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all’oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all’alternarsi dell’inverno e dell’estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell’anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.

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E’ possibile contrastare le emozioni negative utilizzando quelle positive. La stragrande maggioranza delle volte il soggetto cosciente non riesce a fare ciò poiché la forza di questi prodotti psichici è altamente superiore alla volontà di cui egli dispone sul piano cosciente; ma la mente razionale, il pensiero, può aiutare molto ad affrontare le emozioni negative. Il pensiero è per definizione di natura fredda, mentre le emozioni sono generalmente cariche di desiderio, di sentimento o risentimento.

Se paragonati a dei colori si potrebbe visualizzare il primo come di tonalità chiara, grigio perla leggermente tendente al celeste, mentre le seconde come un colore torbido, caldo: rosso scuro o amaranto. È già una terapia contrapporre un pensiero ad un’emozione, in quanto la natura fredda del primo ha il potere di rendere più trasparente il contenuto torbido tipico della natura calda della seconda. D’altra parte, è sicuramente difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un’emozione, poiché quest’ultima possiede una carica psichica ben più potente. Per questo motivo si rende necessario affiancare al pensiero positivo anche emozioni di segno positivo, che per questo devono essere ben archiviate nella memoria, in modo da essere immediatamente a disposizione nel momento in cui si desidera evocarle, proprio come una valigetta del pronto soccorso, sempre pronta per l’uso. Le emozioni positive sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l’operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte, in virtù della carica emotiva forte che anch’esse posseggono. Tali emozioni possono essere connesse ad insegnamenti che abbiamo ricevuto, rappresentare momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale e costituiscono ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all’approssimarsi della morte.

Concludendo, è possibile affermare che, se un pensiero positivo è ottimale per contrastare un altro pensiero, di natura negativa, la sola funzione razionale non è tuttavia sufficiente ad arginare la carica psichica di un’emozione negativa. Il pensiero razionale può solo apportare un piccolo contributo in tal senso in quanto è utile a scegliere le emozioni positive da recuperare dalla memoria, a disporre una strategia, ma il materiale psichico con il quale veramente si contrasta un’emozione è sostanzialmente un’altra emozione, possibilmente di medesima intensità, ma di segno contrario. Quest’ultimo principio viene espresso anche dal saggio Patanjali(1), che suggerisce la meditazione su pensieri opposti (e per esteso su emozioni) a quelli ostacolanti(2), per consentire all’individuo l’evoluzione del proprio livello coscienziale.

(1) Patanjali, la cui data di nascita non è certa (alcuni esperti ritengono sia vissuto tra l’800 a.C. e il 300 a.C., mentre gli induisti sostengono possa essere vissuto anche diecimila anni prima dell’avvento di Cristo), sistematizzò la disciplina yogica, fino ad allora tramandata oralmente. Compilò quattro libri in merito tutti scritti in aforismi (sutra) rispettivamente Samadhi, Sadhana, Vibhuti e Kaivalya. Il cuore dell’insegnamento di Patanjali è rappresentato dall’Ashtanga Yoga o yoga delle otto membra: stadi attraverso cui lo yogi può gradualmente raggiungere l’unione con Dio, il Samadhi.

(2) Patanjali, Yoga Sutra – Sadhana Pada, sutra 33: vitarkabadhane pratipakshabhavanam – [per contrastare] le fantasie o i pensieri ostacolanti [si deve meditare] su quelli opposti contrari.

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

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Le persone si intrattengono spesso parlando dei loro sogni: sogni da realizzare, sogni ancora tutti da sognare, sogni finiti in quel celebre cassetto senza fondo che aspetta ancora di essere aperto. E’ chiaro che quando parliamo di realizzare i nostri sogni, con la parola sogno non ci stiamo riferendo all’attività psichica che si attiva mentre dormiamo, bensì ad un sinonimo di desiderio o fantasia. Per quanto riguarda il termine desiderio, l’etimologia ce ne svela la natura più profonda. Le due parole latine che compongono il desiderio sono la particella de- che in questo caso indica allontanamento, ‘via da’ e sidus-sideris, dal significato di ‘stella, astro’. Letteralmente, dunque, desiderio significa ‘lontano dalle stelle’, indica la mancanza di sidera, delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Se ci riflettiamo, effettivamente il desiderare implica una lacuna, una mancanza: si desidera quel che ci manca e quello che, secondo noi, completerebbe la nostra vita o ci procurerebbe una gioia al momento assente. E’ proprio a questo punto, all’inizio cioè del processo, che dobbiamo porre particolare attenzione alla motivazione e alla natura del nostro desiderio: cosa stiamo desiderando? E soprattutto: perché? Siamo proprio sicuri che quella cosa, quella persona, quella situazione andrà a colmare qualche nostra lacuna e ci farà stare meglio? Attraverso questo processo logico saremo probabilmente in grado di evitare i danni maggiori, sempre che il desiderare egoico, dribblando tutti i filtri razionali, non sia già divenuto sentire, ovvero non si sia già prepotentemente insediato nei nostri sensi. Quando così accade, la manovra di inversione a U riesce raramente, e in ogni caso con grande difficoltà. Questo perché l’energia del desiderio non è più semplicemente psichica, ma è entrata nella centralina dei sensi mandandola in fibrillazione. Ecco come la Bhagavad-gita, testo di millenaria sapienza, conferma e mette in guardia:

“Come un vento impetuoso spazza via una barca sull’acqua, così uno solo dei sensi su cui la mente si fissa porta via l’intelligenza dell’uomo(1)”.

Quando il pensare/desiderare/fantasticare è ormai nella fase del sentire, quella del volere è dietro l’angolo ed è piuttosto arduo schivarla. E’ per questo che, come affermano le Upanishad e la Gita e come ben sintetizza Marco Ferrini nel suo “Pensiero, Azione, Destino”, è davvero importante monitorare i nostri pensieri e i nostri desideri, perché da quelli scaturiscono inesorabilmente le azioni che orientano il nostro presente e anche il nostro futuro. Il desiderio vola sulle ali della fantasia, che il dizionario descrive come quella “facoltà dello spirito capace di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse, in parte o in tutto diverse dalla realtà”. Tale concetto ci rimanda inevitabilmente a quello di visualizzazione e a quello veicolato dal sanscrito vikalpa. Vikalpa, nel linguaggio proprio dello Yoga darshana(2), indica un fantasticare che può avere natura costruttiva, oppure condizionante. Nel primo caso la visualizzazione che il soggetto proietta sul proprio schermo mentale è basata su sat, sulla realtà, intendendo per realtà qualcosa che risponde ad una natura vera e buona e che affonda le proprie radici nel principio cosmico del dharma, l’Ordine universale. Questa è la dinamica che segue un desiderio sano, ben orientato, che darà buoni frutti. In caso contrario il fantasticare avrà ali corte, perché non avendo una base reale nel senso appena spiegato, obbligherà il soggetto a naufragare, generalmente dopo qualche esperienza deludente e dolorosa.


(1) Bg. II.67.
(2) Uno dei sei darshana o sistema di pensiero classico dell’India. L’autore, il saggio Patanjali, negli Yogasutra che costituiscono tale darshana ha raccolto tutti i principali insegnamenti sullo Yoga. Il CSB ha svolto numerosi lavori e studi comparati con la odierna psicologia su questo tema, richiedibili via internet o direttamente alla nostra Segreteria.

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