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Archive for the ‘dolore’ Category

C’è inoltre una preoccupante tendenza nella psicologia moderna, che è quella di spingere al piacere ad ogni costo, anche paradossalmente mettendo a rischio la propria vita e la propria salute, vivendo di eccessi e sfidando la morte per sport o per passare una serata. Questa tendenza, per mettere a tacere una coscienza che pur è presente e che rimorde quando si fa qualcosa di contrario a principi etici universalmente riconosciuti, opera prevalentemente in due modi: minimizzando i rimorsi di coscienza, banalizzandoli e considerandoli privi di fondamento o tentando di rimuoverli. Estenderei questa riflessione in generale a tutto il “sentire” considerato negativo e dunque: perché avere paura della paura? Perché essere ansiosi per l’ansia? Perché essere tristi per la tristezza? Non sono le emozioni ad essere di carattere negativo o positivo di per sé, ma il modo in cui le viviamo e le sperimentiamo che ne determina la connotazione evolutiva o involutiva. Per esempio un’eccitazione smodata, un’euforia fuori controllo, può essere potenzialmente molto più distruttiva per l’essere umano che una acuta crisi depressiva. La crisi derivante da momenti di tristezza può infatti essere colta come un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non va e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento(1). Tutto sta nel non essere gestiti e travolti da quella determinata emozione, ma nel coglierla, nell’esserne sì consapevoli, ma come cogliamo e siamo consapevoli delle emozioni che provano certi attori nei film, dunque senza identificarci con essa. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e diviene problematico non quando lo percepiamo, ma quando si cronicizza e, da caratteristica di stato della nostra personalità, ne diviene caratteristica di tratto. Ecco quindi che rimuovere o bloccare una determinata emozione, non è funzionale all’elaborazione sopra descritta, anzi, contrasta decisamente con l’opportunità evolutiva che un certo “sentire” emotivo ci fornisce. Eliminare emozioni negative illudendosi in tal modo di diventare felici, sarebbe come pensare di poter superare traumi di natura psichica rimuovendo l’evento che li ha generati. La mancata consapevolezza sul piano cosciente di un determinato evento non rappresenta l’assenza completa di consapevolezza di quell’evento, al contrario, è dimostrabile la presenza di quella traccia a livello inconscio e la sua influenza, sempre a livello sottile, sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Quanto più rinforziamo l’inconscio, tanto più avremo difficoltà a controllare la nostra vita e a determinarne la qualità. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi da esso travolgere, ci consente di risparmiare tale energia e dirigerla verso un fine sempre più elevato. Questa è in sostanza la sublimazione: incanalare energia potenzialmente distruttiva verso un fine o in un’attività costruttiva ed evolutiva, fino a trascenderla completamente una volta giunti sul piano spirituale, dove non esiste dualità, ma solo comunione di Amore.

(1) Per un approfondimento si consiglia l’ascolto del ciclo di lezioni di Marco Ferrini su ‘Previsione, Gestione e Superamento della Crisi’.

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Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall’aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell’università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria. L’azione di questa proteina, in grado di rendere malleabili le cellule, impedisce ai ricordi degli eventi spaventosi di crescere troppo, evitando che si ripresentino in maniera ossessiva e impediscano una vita serena alla vittima e permette quindi di annullare gli effetti di uno spavento sul cervello, rendendo gli animali spavaldi anche dopo un’esperienza dolorosa. “Normalmente, per cancellare dalla testa dei topolini una paura, il suono viene ripetuto molte volte senza essere associato ad alcuna scossa. “Noi abbiamo scoperto con sorpresa – racconta su Science lo psichiatra Gregory Quirk che ha diretto l’esperimento – che non c’è bisogno di un nuovo condizionamento per riportare il topolino alla tranquillità. È sufficiente la somministrazione del fattore Bdnf all’interno della corteccia prefrontale”. Quest’area situata nella parte anteriore del cervello è considerata la sede del pensiero razionale e bilancia la sua attività con quella dell’amigdala, che regola la paura a livello istintivo. Un esperimento complementare a quello di oggi, condotto a gennaio alla Emory University, aveva dimostrato che bloccando nei topolini il gene che regola la produzione di Bdnf nell’amigdala, i ricordi paurosi non riuscivano a consolidarsi. E i roditori continuavano a muoversi spavaldi nonostante suoni e scosse elettriche. Un altro filone delle ricerche anti-paura punta invece a bloccare il consolidamento del ricordo subito dopo il trauma, somministrando un farmaco che blocca temporaneamente le nuove connessioni fra i neuroni. Ma anche se questi esperimenti sono utili alla comprensione dei meccanismi della mente, le applicazioni pratiche per l’uomo sono lontane. Questo filone delle neuroscienze subisce sempre delle accelerazioni nei periodi di guerra. I ricercatori portoricani hanno ricevuto parte dei loro finanziamenti dagli Stati Uniti, e un precedente studio americano aveva dimostrato che un soldato su otto torna dal fronte con disturbi di ansia o disordini da stress post-traumatico. Sono problemi causati dalle violenze vissute in battaglia che si riaffacciano anche dopo il ritorno alla vita normale(2)”. Sebbene l’esigenza di gestire tali eventi traumatici nasca con una motivazione positiva, come per esempio quella del reinserimento sociale di soldati in congedo, che hanno manifestato un disturbo post-traumatico da stress al rientro dal fronte militante, è possibile scorgere in questa modalità anche un grande pericolo per l’essere umano e per qualsiasi creatura, su diversi fronti. Da un punto di vista strettamente materialistico, potremmo affermare che la Natura ci ha fornito di un sistema interno di protezione, un meccanismo di reazione veloce e immediato, atto a preservare la specie in situazioni di pericolo. Se questo sistema istintuale non fosse presente, il rischio di incidenti e di conseguenza di mortalità sarebbe sicuramente più alto di quello normalmente sperimentato, per tutte le specie. Per quanto concerne la specie umana, ci sarebbero ulteriori implicazioni di una simile rimozione(3): da una prospettiva storica e sociologica quale apprendimento in senso evolutivo potrebbe esserci se l’umanità cancellasse errori/orrori storici quali Auschwitz-Birkenau, la strage di Hiroshima, il disastro ecologico di Cernobyl e, ahimè, molti, molti altri. Chi non conosce la propria storia è incapace di progredire e cancellare la memoria significa cancellare la possibilità di apprendimento che da determinate esperienze può scaturire. Anche da un punto di vista individuale: quali rischi si correrebbero se i bambini non potessero essere educati ad avere paura del pericolo, attraverso un’esperienza protetta come quella che la madre opera facendo, per esempio, toccare al figlio il forno appena più che tiepido per insegnargli a non toccarlo quando acceso perché scotta? Per imparare dagli errori è necessario ricordare in quale modo si sono commessi e per superare un trauma, anche laddove la responsabilità del suddetto non sia la nostra, è necessario elaborarlo nel modo migliore, non rimuoverlo.

(1) Elena Dusi Verso la pillola del coraggio “Proteina contro la paura” La Repubblica, 04 Giugno 2010
(2) Ibidem
(3) Uno dei meccanismi di difesa fondamentali indicati nella teoria psicoanalitica freudiana, che prevede l’allontanamento forzato dalla coscienza di pensieri, desideri e idee considerati minacciosi per la persona.

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1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?
L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.

2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?
I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.

3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.

4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.

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