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Archive for the ‘Dio’ Category

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

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Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all’individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un’aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi. La risoluzione dei conflitti deve operare su due piani: quello più semplice ed immediato è verso l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri. Mentre i problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi, che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi richiede un lavoro interiore serio ed una disciplina da seguire; chi non ha voglia di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella propria personalità, è, suo malgrado, costretto a subire le spinte dell’inconscio e le conseguenze, per lo più ignote, dei propri samskara o dei desideri latenti. Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. È necessario avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è molto rischiosa. Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza; occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire. È assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società, attività, qualsiasi cosa senza averne la conoscenza necessaria. Ci sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino fallimentari. Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono. Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti, paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, diviene anche l’oggetto del conflitto. Affinché la relazione funzioni senza conflittualità è necessario che i due soggetti siano teocentrici. I conflitti si destrutturano in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo si trasformi da solo.

(1) Per approfondire lo studio relativo alle funzioni psichiche secondo la Psicologia dello Yoga si consiglia la lettura del libro Pensiero, Azione e Destino di Marco Ferrini.

Tratto da ‘Affinità Karmiche e Relazioni Familiari’ di Marco Ferrini.

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L’ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all’Amore. L’ego dà l’illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L’ego dà l’illusione di possedere l’amore, ma questo sentimento accostandosi all’ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L’amore divino immortale appartiene all’anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all’ego. Liberarsi dalla prigione dell’ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all’ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell’anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l’ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell’ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l’ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all’anima e a Dio. E’ la principale causa dell’invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell’ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l’ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c’è l’angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l’angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l’angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l’uno o verso l’altro. Assieme all’orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L’umiltà è l’atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l’antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell’aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell’ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L’offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell’ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall’Harinama japa o Harinama Sankirtana, l’implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest’ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l’umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L’umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

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SULLA SUBLIMAZIONE.
di Marco Ferrini.

La sublimazione è l’arte di trasferire gli impulsi su di un piano superiore, quindi potrebbe essere definita come ‘arte della trasformazione dei contenuti psichici. E’ fondamentale applicare la propria forza di volontà su piani ideali superiori perché se tale forza s’inclina verso il basso, l’esito sarà il mancato conseguimento dei propri progetti di crescita culturale, psicologica e spirituale, quindi l’insoddisfazione e il concreto rischio di incorrere in numerosi incidenti di percorso. Il processo della sublimazione avviene al più alto livello attraverso la preghiera e la meditazione, ma può essere favorito anche dall’esperienza estetica. Si pensi alla musica o ad una danza, che si esprime attraverso il corpo, la mimica, il ritmo: possono sembrare semplici esercizi estetici, ma attraverso di essi un’energia di natura negativa, talvolta persino distruttiva, derivante da rancori, violenza, inimicizie e simili, può rigenerarsi in energia ecologica e positiva, quel che si fa viene compiuto come atto di offerta al Divino. L’arte di far affluire le energie psichiche a livelli superiori è di grande valore e beneficio. Attraverso quest’arte i gradi di egoismo individuale possono gradualmente essere superati passando a stadi evolutivi sempre migliori: l’interesse può allargarsi dal piano personale a quello familiare, da quello di gruppo ad uno sempre più esteso all’intera compagine sociale, fino a considerare come primario il bene di tutte le creature di qualsiasi specie. L’espansione della benevolenza verso tutti gli esseri viventi porta ad una fratellanza cosmica e alla riscoperta di Dio come origine, seme e sostegno dell’universo in tutte le sue forme e manifestazioni di vita.Ogni esperienza dovrebbe essere considerata come una preziosa opportunità per migliorarsi, senza far distinzione tra amici o nemici, poiché in ogni creatura si dovrebbe vedere un frammento di Dio, sapendo guardare con occhio equanime alla zolla di terra e alla pepita d’oro (si veda Bhagavad-gitaVI.8). La tradizione psicologica della Bhakti offre strumenti teorici e pratici per acquisire questa capacità ed attitudine alla vita, raggiungendo quell’alto livello di consapevolezza che consente di affrontare in maniera costruttiva-evolutiva qualsiasi evento, anche i più dolorosi, senza esserne emotivamente travolti. Gestire la propria emotività è ben più difficile che gestire i propri pensieri. Al contrario di questi ultimi, infatti, le emozioni sono impulsi psichici prodotti dall’interazione di stimoli esterni ed interni che non passano attraverso un processo di razionalizzazione, e dunque non vengono mediati né sufficientemente arginati dall’intelletto (buddhi); come un fiume in piena, tracimano dal piano inconscio verso l’esterno. Spesso la propria comprensione dell’importanza della sublimazione si blocca ad un piano meramente razionale-teorico, senza un esercizio significativo dedicato alla sua realizzazione, ed accade che dall’inconscio fluiscano emozioni che risultano inarrestabili e che operano in senso contrario alla direzione in cui la persona vorrebbe andare. Per superare tali discrasie interne e realizzare sostanziali miglioramenti nella personalità si dovrebbe operare a livello della psiche profonda attraverso gli strumenti della visualizzazione meditativa e dell’immaginazione attiva e superare il piano meramente -intellettuale la consapevolezza del sé ed ascendendo ad una consapevolezza e ad una visione spirituali.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE QUINTA).
di Marco Ferrini.

5. LA VOLONTA’ NELLA BHAGAVAD-GITA
Nella Bhagavad-Gita sono presenti numerosi passaggi che enfatizzano l’importanza del Ruolo della Volontà: in primo luogo questa Opera sottolinea l’esistenza di un collegamento molto stretto tra il vivere uno stato di trascendenza e il disporre di una Volontà ferma, pura, compassionevole, dolce, misericordiosa. Nella Bhagavad-Gita infatti, la centratura della coscienza in Dio o altresì la visione spirituale, trascendente rispetto alla fantasmagoria del mondo fenomenico, viene frequentemente accostata all’intelligenza stabile, da cui derivano Volontà stabile, umore stabile, emozioni stabili e temperamento stabile. Temperamento, umore ed emozioni sono fenomeni della coscienza e quindi ne sono espressioni: un buon temperamento, un buon umore, e buone, costruttive, appaganti e gioiose emozioni rivelano una coscienza stabile; per poter essere stabile, la coscienza richiede di essere centrata nella propria base, nella propria origine, nella propria sorgente, in sé stessa, ovvero nel Sé Spirituale. Secondo la Bhagavad-Gita la coscienza è da considerarsi stabile esclusivamente quando completamente assorbita nel servizio a Dio; il servizio devozionale rappresenta infatti lo strumento principe per garantire il costante collegamento della coscienza individuale alla Coscienza Cosmica: quando la coscienza si collega a Dio, trascende il dualismo di bene e male, di eccitazione e depressione o di euforia e abbattimento e poiché in tal modo anche l’intelletto si collega stabilmente a Dio, la Volontà si rafforza e diviene solida (Bhagavad-Gita II.50). E’ possibile affermare che esiste una strettissima correlazione tra lo stato dell’intelletto (la parte più nobile dell’intelligenza individuale che può connettersi direttamente alla realtà, all’ordine superiore, al dharma, o a quello che David Bohm, uno dei padri della moderna fisica quantistica, ha definito ordine implicito) e la Volontà. Infatti, quando l’individuo condizionato abbandona l’intera varietà di desideri terreni, desideri per ciò che è temporaneo, effimero, aneliti che sono instabili per natura, per loro stessa definizione in quanto soggetti al tempo allo spazio e realizza che tali desideri non rappresentano altro che manifestazioni apparenti, semplici miraggi, quando nel medesimo individuo tale consapevolezza si rafforza ed è avvenuto il collegamento tra l’intelletto individuale e la Realtà Superiore, l’Essere Supremo, Dio in termini teologici, o il Sé archetipo, in termini psicologici, allora la Volontà diventa ferma, stabile e si colora delle migliori qualità e come afferma Krishna nella Bhagavad-gita shloka II.55: è solo quando il soggetto si pone perfettamente in contatto con l’Essere Supremo, con la pura trascendenza, che conquista un’intelligenza ferma e con essa una Volontà ferma! In tale speciale connessione dell’intelletto individuale con il Supremo, il soggetto non è più affranto dalle triplici miserie dell’esistenza condizionata: Adhibautika, Adhiatmica, Adhidaivika, relative rispettivamente ai disturbi provocati dagli altri esseri viventi, dal proprio corpo e dalla propria mente e dai cataclismi, non si esalta quando riceve buone notizie ed è libero dagli attaccamenti morbosi, dalla paura, dalla collera; in questo stato di mente, è possibile affermare che il soggetto è veramente saggio, la persona può dirsi psicologicamente stabile e ben centrata e la Volontà raggiunge la sua massima espressione: in questo stato psicologico la persona può esercitare la Volontà al massimo livello. Chi è privo di attaccamenti e non si esalta quando ottiene ciò che desidera, né si lamenta quando manca alla soddisfazione dei propri piani, si dice che sia situato perfettamente nella conoscenza: in Bhagavad-gita II.58 si afferma essere veramente saggio colui il quale riesce a ritrarre i sensi nel momento del pericolo, ovvero quando si potrebbe manifestare concretamente il rischio di essere travolti dall’illusione, di incorrere in uno ostacolo evolutivo; tale saggio viene metaforicamente paragonato ad una tartaruga poiché riesce a ritrarre i propri sensi dagli oggetti dei sensi come questa ritrae i propri arti dentro il guscio nel momento del pericolo. Esiste un grande senso di realtà nella Bhagavad-gita e questo senso di realtà evidenzia quante volte le persone rimangano frustrate nonostante abbiano il desiderio di dominare i sensi, le voglie, gli impulsi e quante volte falliscano in questo tentativo; Krishna spiega questo concetto nello shloka II.59: se l’essere incarnato, condizionato cerca di ritrarsi dal soddisfare i propri sensi attraverso un mero esercizio di Volontà, applicata in maniera forte, rude, quasi brutale alla restrizione dell’attività sensoriale, ma continua a coltivare l’attrazione per gli oggetti dei sensi, la brama per l’appagamento sensoriale a livello psichico, questo nobile tentativo non avrà successo e l’individuo cederà alla soddisfazione dei sensi comunque, sarà solo una questione di tempo, poi sperimenterà il fallimento poiché l’applicazione diretta, brutale della Volontà, non è miglior uso che ne possiamo fare. Tanto è vero che il sentimento di bramosia testimonia il desiderio di sperimentare attraverso l’immaginazione, creando la fantasia di godere di qualcosa, utilizzando l’immaginazione in maniera attiva, quando tale meccanismo mentale viene messo in atto, la Volontà può dirsi già vinta e se si tenta di bloccarla con un’imposizione diretta e brusca, si produrrà sempre un insuccesso. Krishna in Bhagavad-gita II.59 fornisce invece la chiave di lettura del problema indicando la soluzione per poterlo risolvere con successo. In realtà questo shloka spiega proprio come sia possibile conseguire questa vittoria innalzando il punto di vista, portandolo in alto, param: su di un piano superiore. Infatti, proprio quando la nostra visione drishtva, testimoniando, sperimentando un gusto superiore, si apre ad una dimensione superiore della vita, sviluppando una concezione superiore dello scopo della vita, diviene possibile resistere alle voglie, alle brame materiali e ridirigere l’immaginazione su saggi scenari, su panorami evolutivi. Krishna continua in Bhagavad-gita II.60 asserendo che i sensi sono così impetuosi da travolgere la mente anche di coloro che cercano di controllarla: dunque si riafferma il fatto che la Volontà non possa essere applicata brutalmente al controllo dei sensi, ma che piuttosto si debba portare l’intera struttura psichica ad un piano superiore, come detto nello shloka precedente. Non ci si deve illudere di possedere una vasta conoscenza, cultura, di essere evoluti e superiori alla percezione sensoriale, in quanto i sensi sono talmente impetuosi da poter essere paragonabili a fiumi in piena che possono travolgere l’assetto mentale anche di una persona che con serietà si sia prefissa di controllarli; dunque non è possibile controllare semplicemente con la Volontà una percezione sensoriale, ma è necessario collegare l’intelletto al Divino, vivere in una coscienza trascendente, in modo che l’intelletto si illumini e sia possibile vedere oltre l’apparenza, che è la percezione sensoriale stessa; al contrario se noi fissiamo la coscienza sulla percezione sensoriale e contempliamo gli oggetti dei sensi, allora nemmeno una forte Volontà sarà in grado di sbarrare la strada alle brame sensoriali. Nello shloka II.61, Krishna continua affermando che colui che dirige i propri sensi verso di Lui e fissa la propria coscienza in Lui, ottiene la soluzione per rendere la Volontà potente: fissando la coscienza in Dio, tale persona potrà dirsi veramente salda nella sapienza. Infatti lo shloka è tasya prajna pratisthita, dove prajna è la sapienza, pratisthita è fissa: Krishna afferma che quando la coscienza è fissa su di Lui, allora la sapienza è fissa, l’intelligenza è fissa e la Volontà diventa stabile. Come si accennava in precedenza, se invece di fissarsi in Dio, la coscienza si fissa sul fenomenico, centrandosi ad esempio sui sensi, la realtà esperita si esaurisce nella percezione sensoriale e come sistema di riferimento viene assunto l’apparato sensoriale, allora anche l’attenzione si riversa completamente sugli oggetti dei sensi ed il soggetto sviluppa un attaccamento irresistibile per tali elementi e da questo attaccamento deriva bramosia (Bhagavad-gita II.62). In tale modo si innesca una spirale discendente, disevolutiva, tale per cui ogni oggetto dei sensi, di qualunque natura sia: istinto sessuale, denaro, competitore, produrrà una reazione negativa nell’individuo che ne sarà colto sviluppando rispettivamente lussuria, avidità, gelosia o invidia, e se il godimento di tale oggetto dei sensi verrà ostacolato l’individuo sarà dominato da una forte collera nei confronti di questo ostacolo e così kama, krodha, lobha, moha e matsara si manifesteranno tutti a causa della contemplazione dell’oggetto dei sensi. E’ quindi possibile identificare una sequenza in questo processo degenerativo: contemplando l’oggetto dei sensi si sviluppa bramosia per questi oggetti, da questa origina collera quando si frappone un ostacolo fra la persona e l’oggetto desiderato, donna, uomo o qualsiasi sia tale oggetto desiderato in maniera morbosa, (Bhagavad-gita II.63) dalla collera si sviluppa frustrazione per il mancato conseguimento o godimento dell’oggetto bramato e dalla frustrazione deriva la confusione della memoria e quando la memoria è confusa l’intelligenza è perduta, e se perde l’intelligenza la persona cade in uno stato di semifollia e allora la Volontà diviene il peggiore strumento a disposizione dell’individuo poiché esercitare la Volontà in tale basso stato di coscienza significa diventare distruttivi e provocare una caduta dello stato evolutivo. Nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.64) viene affermato che chi controlla i sensi praticando i principi regolatori della libertà, attraverso la sadhana bhakti, può ottenere la completa misericordia del Signore e diventare libero da raga e dvesha: attrazione e repulsione, attaccamento e avversione; tale coppia di opposti è destabilizzante per la Coscienza perché sia nell’attaccamento, sia nella repulsione si manomette, si compromette la stabilità della Coscienza: attrazione e repulsione devono essere visti come due punti di un cerchio, essi, nel vortice della percezione sensoriale costituiscono due destabilizzatori che in realtà sottendono la stessa cosa, il medesimo principio, in quanto costituiscono un dvandva, una coppia di opposti e non vanno pertanto considerati due elementi separati, bensì facce della stessa medaglia. Raga e dvesha devono essere entrambi superati impiegandoli al servizio del Signore, di una causa nobile possibilmente trascendente. Il servizio a ciò che si situa ad un livello Superiore consente la armonizzione degli opposti e l’ottenimento di quello stato di sapiente, pura e saggia Volontà per mezzo della quale è possibile agire anche nel mondo evitando spiacevoli incidenti involutivi. Infatti nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.65) viene detto che per colui che è situato nella Coscienza Divina, Spirituale, cioè che ha spiritualizzato la propria coscienza, le triplici miserie dell’esistenza incarnata cessano ed in tale stato di felicità, nello stato di Coscienza illuminata si conquistano stabilità, serenità, gioia, lungimiranza e una Volontà irrefrenabile. Ma colui che fallisce nel collegarsi al Divino, unione che rappresenta proprio il significato stesso del termine Yoga, non può sviluppare né una intelligenza stabile, né un dominio della mente e dei sensi: senza che la struttura psichica sia completamente purificata non è infatti possibile raggiungere uno stato di pace e se non vi è pace, non vi è nemmeno stabilità e se non vi è stabilità, non vi è nemmeno felicità; dunque la Volontà è disturbata dai vari umori prodotti dall’instabilità e in Bhagavad-gita II.67 si dice che come una barca è sbattuta da venti impetuosi, così i sensi e la mente destabilizzano e travolgono l’intelligenza umana se questa intelligenza non è collegata, ma così come una barca non è portata via dalla corrente se ben ormeggiata, se l’intelletto è collegato al Signore (Bhagavad-gita II.50 Buddhi-yukto jahatiha), la vittoria è assicurata e allora venti, correnti marine e qualsiasi imprevisto che la vita incarnata sempre potrebbe riservare, non sarebbero più in grado di danneggiare, destabilizzare il soggetto, poiché il soggetto è ben situato nel Supremo; Krishna torna ad affermare nello shloka II.68 che Colui i cui sensi sono dominati, educati a non essere travolti e fagocitati dai loro oggetti, ma sono da essi staccati, è una persona dall’intelligenza stabile e dunque da una Volontà stabile.

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IL CIBO COME COMPLEMENTO ALLA VITA SPIRITUALE.
di Marco Ferrini.

Come ci spiegano i testi della letteratura indovedica, quello che mangiamo non solamente determina quello che noi siamo ma può essere determinante per quello che vogliamo diventare. Attraverso una scelta attenta della nostra dieta, possiamo cambiare radicalmente il nostro approccio alla vita, i nostri stati d’animo e la nostra relazione con il prossimo. Il cibo ci nutre ad ogni livello, nutre sia il corpo che la mente, e dalla sua qualità dipende il benessere dell’individuo nell’interezza della sua costituzione psicofisica. Inoltre e soprattutto il cibo dovrebbe essere preparato e cucinato secondo modalità che favoriscono un affinamento della coscienza e delle sue qualità superiori per permettere un’elevazione etico-morale e spirituale.

E’ importante dunque scegliere una dieta, è altrettanto importante però cucinare in modo corretto. Il nostro intento è quello di proporre del cibo sano, servito nella quantità giusta con metodologie di cottura che lo mantengano integro ed equilibrato. Una dieta dovrebbe essere vegetariana e rispettare le regole del cibo che viene offerto a Dio (niente carne, pesce, uova) ed essere anche in armonia con i fondamentali princìpi di una alimentazione sana. Spesso per disattenzione e per la poca importanza che si dà all’alimentazione si finisce per rifugiarsi in cibi che ci nutrono e che ci danno piacere solo superficiale. Le fritture, gli eccessi di zuccheri, lo scegliere sempre gli stessi cereali per nutrirci, il condire troppo con spezie e grassi, ci fa ammalare, rimanere insoddisfatti e poco lucidi e ciò è controproducente anche su di un piano spirituale, poiché questo tipo di alimentazione non aiuta il nostro impegno nelle pratiche per l’elevazione della coscienza.

Dieci regole importanti per un’alimentazione sana:

  1. Mangiare cibo vegetariano, cucinato con la giusta coscienza e come offerta a Dio.
  2. Scegliere cibi che possano essere assimilati lentamente dal nostro organismo e che producano scorie sufficienti per un suo buon funzionamento. Pochi cibi raffinati e zuccheri, niente eccitanti (con una dieta equilibrata non se ne sentirà nessun bisogno), escludere completamente le bevande alcoliche.
  3. Mangiare molto frutta e verdura alternando il cotto e il crudo; il cotto si assimila più facilmente e riscalda, il crudo mantiene integre le vitamine e la forza vitale dell’alimento.
  4. Scegliere cereali diversi ogni giorno, diversi da riso e frumento, ad esempio farro, mais, miglio. I cerali soprattutto se integrali devono essere ben cotti.
  5. Limitare i formaggi stagionati alternandoli a leguminose che è preferibile servire decorticate per evitare digestioni lunghe e laboriose. Consumare altresì latticini freschi e yogurt. Quest’ultimo aiuta la digestione e ci dà sostanze preziose.
  6. Diminuire i condimenti. Ogni alimento ha un suo carattere predominante (salato, amaro, dolce, piccante e acido), un condimento in suo contrasto è utile a valorizzarne le caratteristiche, è sbagliato sovrastarle e perderne l’essenza. Solitamente si utilizza almeno il 30% di condimento di troppo.
  7. Non aggiungere grassi inutili perché solo nella quantità giusta aiutano la digestione e sono il “ponte” tra noi e il cibo, aiutandoci a distinguerne le caratteristiche.
  8. Mangiare preferibilmente poche volte al giorno. A colazione cereali, latte, yogurt e frutta, a pranzo cereali, verdura cotta e cruda, proteine vegetali e derivati del latte, a cena una minestra e della verdura cotta. Tradizionalmente il pane è un alimento essenziale, ma deve essere ben integrato e moderato nelle quantità.
  9. Quantificare il cibo a seconda dei nostri reali bisogni.
  10. Degustare attraverso i cinque sensi il cibo offerto a Dio con l’intento di coglierne l’essenza. Cercare di sviluppare la coscienza per riconoscerne il valore intrinseco, naturale e spirituale. Ciò è possibile mangiando lentamente, con gusto e masticando bene ogni boccone, con attenzione, meglio se in silenzio.

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LE DOMANDE ETERNE DELL’ANIMA ETERNA.
IL TEMA DELL’IMMORTALITA’ NELLA VITA
E NELLE OPERE DI LEV TOLSTOJ.
di Tania Zakharova.

A cavallo dei secoli XIX-XX nell’ambiente ortodosso della Russia correvano voci che il noto scrittore Lev Tosltoj avesse visitato Belovodia, un paese mitico che custodisce nella forma originaria i trattati dottrinali e i riti dell’autentico cristianesimo. La descrizione del regno di Belovodia ricorda i racconti vedici che parlano dei saggi illuminati sull’ Himalaya. Ma anche se Lev Nikolaevic Tolstoj non era mai stato sull’Himalaya, i concetti vedici, che negli ultimi anni della sua attività letteraria attraversano come un filo rosso le sue opere, furono il frutto di uno studio approfondito dei testi vedici dell’India antica. Lo scrittore ammirava i Veda e riteneva che questi testi sacri veicolassero la conoscenza di Dio in una forma ideale: “Gli Inni Vedici trasmettono sentimenti molto elevati e ciononostante la loro sublime bellezza è comprensibile per tutti, sia per le persone colte che per quelle poco istruite. Se lo scopo dell’arte è quello di trasmettere i sentimenti, che sorgono dalla coscienza religiosa, allora come può essere non compreso il sentimento basato sulla religiosità, ovvero sul rapporto dell’uomo con Dio?”(1). I Veda indubbiamente hanno lasciato una forte impronta sullo stile del famoso scrittore russo. Il dirigente della casa editrice “Intermediario”, S.N. Durylin, ricorda: “Il suo linguaggio era brillante, espressivo e chiaro; con competenza e semplicità poteva parlare di Kant, di Tiutcev o di filosofia del Vedanta.” Lo scrittore indiano Premcand notò che “alcuni racconti di L.Tolstoj raggiungono una tale altezza che viene naturale pensare che siano stati tratti dalle Upanishad “. E in effetti in molte opere di Tolstoj vengono trattati temi che lo scrittore aveva attinto dalla letteratura vedica. Lev Nikolaevic Tolstoj fu un lettore appassionato delle opere dell’India classica come il Mahabharata e il Ramayana(2). Ma soprattutto conosceva ed amava la quintessenza dei Veda: la Bhagavad-gita. Esprimendo per quest’ultima il più alto apprezzamento spesso faceva rimandi a questo grande testo nei suoi diari e nelle sue lettere. Nelle raccolte “I pensieri dei saggi per ogni giorno”, “Per l’anima”, “Il sentiero della vita”, l’autore ha incluso diverse massime tratte dai Purana, dalle Upanishad, dalla Bhagavad-gita, dal Mahabharata e dalla Manu-smriti. L’interesse del famoso scrittore russo per i Veda non si esauriva mai, ma lo studio più approfondito dell’antica filosofia indiana fu da lui svolto nel periodo della sua crisi esistenziale fino alla fine degli anni settanta-inizio anni ottanta, quando Tolstoj sentì la necessità a intraprendere una seria ricerca spirituale alla scoperta del senso della vita. Nel 1907, nella lettera a Baba Premanand Bharati, Lev Tolstoj espresse la convinzione che “la religiosa, metafisica idea di Krishna rappresenta l’eterno e universale fondamento di tutti gli autentici sistemi filosofiche e di tutte le religioni” (1-77, pag.36). Molte dottrine vediche sono state comprese da Lev Nikolaevic grazie allo studio dei lavori di noti scrittori, filosofi e pensatori (sia antichi che moderni), la cui concezione del mondo è stata improntata alla filosofia vedica. Fra i grandi nomi menzionati spesso nei libri di Tolstoj troviamo Pitagora, Platone, A. Silesius(3), Emerson, Thoreau, ma in modo particolare lo scrittore rileva Arthur Schopenhauer e Kant: Nel 1869 descrivendo a Fet la sua traduzione in russo dell’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Tolstoj scriveva: “Non so se cambierò mai la mia opinione, però al momento sono sicuro che Schopenhauer è uno dei più grandi geni dei nostri tempi”. Successivamente, analizzando i concetti di Schopenhauer noterà che “Il cuore della sua filosofia contiene un tragico errore, per provare il quale è stato sprecato un enorme talento e genio; l’errore che la vita non ha senso. Ma il senso della vita consiste proprio nell’eseguire la volontà dell’Ente Supremo, seguire la propria destinazione e lasciare questo mondo” (22,с.248). Numerosi ricercatori dell’attività letteraria di L.Tolstoj traggono dalle sue opere una tavolozza ricca e variopinta di concezioni filosofiche. Sia nelle opere che nella vita, Tolstoj è sempre stato un appassionato ricercatore della Verità. Man mano che cambiava la sua visione del mondo, nel corso degli anni, gli scritti che uscivano dalla sua penna si riempivano di nuovi contenuti. Già nella trilogia “Infanzia, adolescenza, giovinezza” – la prima opera che gli portò fama letteraria – Lev Тоlstoj affronta uno dei fondamenti della filosofia vedica: i quesiti “sulla destinazione dell’uomo, sulla vita futura, sull’immortalità dell’anima” (2-1,pag.165). I Veda in tutta autorevolezza affermano che la nostra personalità presente si è formata in base alle nostre vite passate; tutte le esperienze precedenti, tutti i pensieri, le impressioni ricevute sono impressi nelle profondità dell’inconscio. A volte la memoria delle vite precedenti arriva alle porte della nostra esistenza presente: “All’improvviso ho sperimentato una sensazione particolare: ho rivissuto un episodio, una ripetizione di quello che mi era già successo: e anche in quell’occasione cadeva una pioggia leggera e il sole tramontava dietro le betulle” (2-1,pag.266). Queste emozioni del giovane protagonista dell’opera autobiografica di Tolstoj, Nikolenka, sono un tipico esempio di deja vu – un sentimento di qualcosa di già vissuto provocato dall’esperienza delle vite passate. Ed ecco come Nikolenka Irteniev giunge all’idea di reincarnazione: “Ecco la vita – e ho disegnato sulla lavagna una figura ovale. Dopo la vita l’anima trasmigra nell’Immortalità; ecco l’immortalità – e ho tracciato una linea da una parte della figura fino all’estremità della lavagna. E come mai dall’altro lato non c’è una linea simile? E’ vero, come può esserci immortalità da un lato solo? Sicuramente esistevamo prima di questa vita anche se ne abbiamo perduto il ricordo ” (2-1,pag.165). In uno dei suoi romanzi più famosi, “Guerra e pace”, lo scrittore esplora le dinamiche di lotta interiore, del conflitto intrapsichico che avviene in ciascun individuo e che in ultima analisi si esplica nella forma di guerra nel mondo esterno. Il celebre romanzo è ricco di riflessioni sulla collocazione dell’uomo nell’universo. Il tema della trasmigrazione dell’anima è un motivo ricorrente in quest’opera letteraria. Natasha, una delle giovani protagoniste del romanzo, rivolgendosi ai suoi amici Nikolai e Sonia, rivela: “A volte uno ricorda e ricorda, finché non arriva a ricordare quel che aveva sperimentato prima di nascere in questo mondo… Se l’anima è immortale… e io vivrò per sempre.. vuol dire che ho sempre vissuto prima, ho vissuto l’intera eternità “. – Questo fenomeno si chiama metempsicosi(4), – disse Sonia che sempre studiava bene e ricordava tutto” (3-1,pag.614). Anche Dolly Oblonskaya nel romanzo “Anna Karenina”, nei suoi intimi colloqui filosofici con la sorella, la madre ed alcuni amici, spesso li sorprende con il suo libero pensiero nei confronti della religione: “Aveva una sua strana religione di metempsicosi, nella quale credeva fermamente senza preoccuparsi troppo dei dogmi della Chiesa” (2-8,pag.290). Dopo innumerevoli nascite e morti, l’essere vivente, incarnandosi in un corpo umano, acquisisce la possibilità di porre domande, che si sono presentate a Pier Bezuchov in “Guerra e pace”: “Che cosa dobbiamo amare e che cosa odiare? Per che cosa viviamo e che cos’è il nostro “io”? Che cos’è la vita e cos’è la morte? Che cos’è quella forza misteriosa che dirige tutto?” (3-1, pag.408). La millenaria Psicologia Vedica concentra l’attenzione su tutti i piani dell’essere umano, inteso e trattato come un organismo bio-psico-spirituale. Come insegna il Samkhya infatti, i costituenti della personalità umana sono lo spirito o purusha e l’apparato psicofisico: corpo e mente. Il sé empirico (jiva-bhuta) è un insieme di spirito cosciente e di materia priva di coscienza. Il corpo fisico grossolano è composto da 5 elementi fisici (terra, acqua, fuoco, aria, etere), mentre il corpo sottile include mente, intelletto, falso ego e le dieci facoltà sensoriali esterne. L’esperienza nel mondo fenomenico appartiene al corpo sottile, che è il primo a formarsi in base alle tendenze accumulate nel corso delle vite precedenti, e non al corpo fisico che perisce con la morte. La natura ontologica del purusha (o atman) è immortalità, coscienza e beatitudine. Il piano spirituale è caratterizzato appunto da ananda, una gioia profonda che si espande dentro e fuori. Un’identificazione totalizzante con lo strumento corporeo e psichico ostacola la comprensione della vita, così come la comprensione e l’accettazione del fenomeno morte. Che cosa può soddisfare l’inestinguibile necessità dell’animo umano di realizzare la propria essenza spirituale? “Nell’uomo è insita la necessità di felicità; quindi essa è lecita. Se la soddisfiamo egoicamente, ovvero cercando ricchezza, fama, comodità, potrebbe succedere che le circostanze esterne non ci permetteranno di soddisfare tali desideri, dunque sono proprio questi desideri che sono illeciti e non l’anelito alla felicità. E allora quali sono i desideri che possono essere soddisfatti sempre, a prescindere dalle circostanza esterne? Quali? Amore, abnegazione” (2-3,pag.227). Ferito gravemente nella battaglia di Borodino, Andrei Bolkonskij, uno dei personaggi centrali di “Guerra e Pace”, si sente illuminato da una realizzazione: “Si è rivelata a me una felicità nuova, imprescindibile dall’uomo, una felicità al di fuori delle influenza esterne, la felicità inerente solo all’anima… Ho sperimentato quel sentimento d’amore che è l’essenza stessa dell’anima… Amare tutto – amare Dio in tutte le manifestazioni. Si può amare la persona cara con l’amore umano; ma amare il nemico è possibile solo con l’amore divino” (3-2, pag.375.). La persona separata da Dio non può essere felice. Su questo riflette la contessa Maria – personificazione letteraria della madre di Tolstoj : “Nel corso della vita la contessa Maria era sempre più stupita dalla miopia della gente che cerca qui, sulla terra, il godimento e la felicità: la gente che lavora, soffre, lotta e fa del male a sé stessa e agli altri solo per raggiungere questa felicità impossibile, illusoria(5) e peccaminosa” (Guerra e Pace/3-1,pag.572). I testi vedici affermano che la realizzazione della propria essenza immortale è possibile solo attraverso la purificazione e la liberazione dalle identificazioni della personalità temporanea, quindi attraverso la trasformazione di tutte le energie dell’essere. Quando si comincia a comprendere la natura dell’anima, la vita si presenta in tutta la sua sconfinata libertà. Dice Pier in “Guerra e Pace” : “Sento che non solo non posso cessare di esistere come niente cessa di esistere nel mondo, ma che sono sempre stato e che sarò per sempre.” (3-1,с.457) . “Sappi che non può essere distrutto ciò che pervade il corpo. Nessuno può distruggere l’anima eterna” – afferma la Bhagavad-gita (II.17). A causa della posizione marginale del jiva-bhuta la permanenza dell’eterna essenza spirituale nel corpo materiale temporaneo sembra innaturale, conflittuale di per sé. Tolstoj spesso sottolinea questa incompatibilità: Andrei Bolkonskij, ascoltando il canto di Natasha, si sente un nodo alla gola: “Soprattutto sentiva che gli veniva quasi da piangere per questa vividamente percepita, drammatica contraddizione fra qualcosa di infinitamente grande e indefinibile che era in lui e qualcosa di stretto e carnale che si sentiva di essere” (3-1,pag.549). Il conflitto fra la natura superiore e quella inferiore dell’essere umano comprende diversi aspetti. Le tentazioni del mondo fenomenico possiedono una forza magnetizzante e sono difficili da superare: “La carne spinge all’appagamento dei desideri materiali e lo spirito illuminante anela a vivere per Dio, per gli altri, e la risultante di questo processo è la vita non più animale, e più ci si avvicina a Dio, più si diventa illuminati. E quindi più cercheremo di vivere per Dio, più velocemente percepiremo la nostra parte nobile, mentre il lato animale sfumerà da sé.”(6) La lotta interiore di un ricercatore spirituale diventa più difficile in una società assorta nella gratificazione dei sensi. Il protagonista del romanzo “La Resurrezione”, Dmitrij Nechliudov riflette: “Quando crediamo nel sé dobbiamo scegliere e prendere decisioni non a favore del proprio io animale, che cerca i piaceri facili, ma quasi sempre contro di esso; se dovessimo seguire la massa, non rimarrebbe più niente da decidere, già tutto è stato deciso, e sempre deciso contro l’io spirituale e a favore dell’io animale” (2-13,pag.53). In una delle storie del celeberrimo Mahabharata, alla domanda di Yamaraja, il “governatore” del regno della morte, – qual è la cosa più sorprendente in questo mondo? – il saggio re Yudhisthira risponde: La cosa più sorprendente è che se anche tutti i giorni vediamo morire innumerevoli creature, pensiamo ed agiamo come se il nostro corpo vivesse per sempre! Nella concezione materialistica della vita, le persone hanno il terrore della morte e cercano di negare questo fenomeno attuando una rimozione: “Petr Ivanovic cominciò a chiedere i particolari della dipartita di Ivan Ilyic come se la morte fosse un’avventura propria solo ad Ivan Ilyic e per niente riguardante lui “( La morte di Ivan Ilyic /2-12,pag.60). Gli eroi di Tolstoj spesso pongono domande sulla destinazione ultima dopo la dipartita: “Dove mi troverò quando non sarò più qui ?” (La morte di Ivan Ilyic /2-12,pag.85). Secondo la filosofia dei Veda esistono infinite dimensioni di coscienza nelle quali può trovarsi l’essere vivente dopo la sua dipartita dal mondo fenomenico; la morte rappresenta solo un passaggio in una di queste dimensioni governate dalle leggi Divine. Il concetto di morte come forma di transizione in un’altra dimensione di esistenza e come possibilità di liberazione dall’imprigionamento materiale imprime un’altra prospettiva di vita. Nel testo non finito “Gli appunti postumi dell’eremita Fiedor Kuzmitc”, incontriamo le seguenti riflessioni: “Prima tante volte pensavo che l’uomo non può fare a meno di desiderare… tutta la vita ruota attorno al desiderio. E mi è venuto in mente che se tutta la vita è sorgere di desideri e la gioia della vita consiste nel loro appagamento, forse dovrebbe esistere un desiderio proprio di ogni essere umano, sempre, e che potrebbe essere sempre esaudito? E per me è diventato chiaro che questo sarebbe possibile per un uomo che desidererebbe la dipartita. Tutta la sua vita sarebbe un avvicinarsi a questo desiderio, non il desiderio della morte in sé, ma di quel fluire della vita che porta al trapasso. Questo fluire è la liberazione dalle passioni e dalle tentazioni di quell’essenza spirituale che dimora in ogni uomo. Ora, liberandomi da una parte di quello che mi bloccava, che mi nascondeva la natura dell’anima, la sua unità con Dio, comincio a realizzare questo con chiarezza. Se avessi posto come il bene supremo la liberazione dalle passioni, l’avvicinamento a Dio, tutto quello che mi avvicina alla morte, la vecchiaia, le malattie, sarebbe stato l’appagamento del mio principale, unico desiderio” (17, pag.160). In modo particolare L.Tolstoj ha cercato di risolvere il mistero della morte negli ultimi anni della sua vita, giungendo alla conclusione che la morte è una forma che il Signore prende per mostrarsi agli atei, e che l’unica possibilità di liberarsi dalla paura della morte è avvicinarsi a Dio. Il grande scrittore è stato coerente con la sua ricerca filosofica e le sue realizzazioni. Citiamo di seguito alcune righe tratte dal suo diario, scritte poco tempo prima del suo trapasso, nel 1909: “Non sto bene, sento la debolezza del corpo, e così semplice, chiara e facile sembra ora la liberazione dal corpo – non la morte, la liberazione”. “Morendo, si applica lo sforzo maggiore sulla liberazione dell’anima attraverso l’amore”. “Ultimamente ho una febbre alta costante, forse sto per morire. Stranamente non ho paura, ma una specie di intensa curiosità”. “Sento nell’anima qualcosa di nuovo, di buono, lontano dal samsara, e molto, molto gioioso”.

(1) Che cos’è l’arte?/1-30, pag.109.
(2) Nella biblioteca di Iasnaya Poliana è stata conservata fino a oggi l’edizione del Ramayana (in lingua francese) in due volumi con gli appunti in matita fatti da L.Tolstoj.
(3) Angelus Silesius (Iogann Sheffler 1624-1677), teologo e mistico tedesco che ha descritto le cinque fasi per avvicinarsi a Dio, cominciando dal ruolo del servitore, amico, figlio, fino al rapporto con Dio in qualità di fratello e amante. Questa dottrina, insolita per il Cristianesimo, assomiglia molto alla concezione vedica dei rasa.
(4) Dal greco metempsychosis – trasmigrazione dell’anima.
(5) I Veda chiamano la felicità materiale capala sukha: temporanea, effimera, quindi illusoria.
(6) “La luce che illumina nel buio”/2-11,pag. 211.

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