Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘devozione’ Category

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

Read Full Post »

L’ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all’Amore. L’ego dà l’illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L’ego dà l’illusione di possedere l’amore, ma questo sentimento accostandosi all’ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L’amore divino immortale appartiene all’anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all’ego. Liberarsi dalla prigione dell’ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all’ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell’anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l’ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell’ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l’ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all’anima e a Dio. E’ la principale causa dell’invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell’ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l’ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c’è l’angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l’angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l’angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l’uno o verso l’altro. Assieme all’orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L’umiltà è l’atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l’antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell’aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell’ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L’offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell’ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall’Harinama japa o Harinama Sankirtana, l’implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest’ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l’umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L’umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

Read Full Post »