Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘desiderio’ Category

Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell’efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”).  La tradizione indovedica, con la sua mole di letteratura sull’argomento – inspiegabilmente ignorata dalle università occidentali – offre contributi preziosi e necessari alla comprensione delle dinamiche affettive e relazionali, dei risvolti emotivi e dei sentimenti ad esse sottesi, fornendo teorie, strumenti e metodi di crescita psicologica e spirituale. Un monumento alla scienza psicologica come la Bhagavad-gita, ad esempio, utilizzando il linguaggio del mito e del racconto, ci svela le cinque verità fondamentali sulla condizione degli esseri viventi: Dio (Ishvara), l’individuo (jiva), la natura (prakriti), il tempo (kala) e l’azione (karma) e attraverso un avvincente dialogo tra coscienza superiore (Krishna) e coscienza condizionata (Arjuna), svela via via tutti i segreti di una conoscenza confidenziale, intima e spirituale, intrisa di passaggi gioiosi che parlano direttamente al cuore del lettore. Pronunciate da Dio in Persona, le parole che compongono gli shloka della Bhagavad-gita contengono una potenza rivelatrice che illumina concetti portanti della scienza psicologica. Ad esempio, sul ruolo della volontà e del senso di responsabilità rispetto alle azioni che l’essere umano compie, sul senso di colpa che le accompagna, sulla natura dell’identità individuale, il terzo capitolo offre svariati temi di riflessione, come il rapporto tra io (falso ego) e anima spirituale, l’influenza dei guna (gli attributi della materia) sul comportamento, la condizione esistenziale di chi agisce lasciandosi guidare da una coscienza materiale: 
“Sviata per l’influenza del falso ego, l’anima spirituale, crede di essere l’autrice delle proprie azioni,
che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale.”
(Bhagavad-gita III.27)
In merito all’esercizio della libertà nel rispetto di un ordine etico superiore (il dharma) e alla necessità per l’individuo di mantenere e coltivare il collegamento con il mondo dello spirito e con la sua vera natura, troviamo varie e articolate spiegazioni. 
“È molto meglio compiere il proprio dovere, anche se in modo imperfetto, che compiere perfettamente quello altrui.
È meglio fallire nel compimento del proprio dovere che impegnarsi nei doveri di altri perché seguire la via altrui è pericoloso.”
(Bhagavad-gita III.35)
Riguardo al tema dei rapporti, tutta l’opera è un costante richiamo alla felicità che deriva da un’unione salda ed elevata con tutte le creature:

“Chi vede in ogni essere l’Anima Suprema, ovunque la stessa, non si lascia trascinare dalla mente alla degradazione.
Si avvicina così alla destinazione spirituale.”
(Bhagavad-gita XIII.29)

E anche: 
“Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri viventi e vede tutti gli esseri viventi in Me.
In verità, la persona realizzata vede Me, il Signore Supremo, in ogni luogo.”
(Bhagavad-gita VI.29)
Il dialogo tra Arjuna e Krishna possiede l’eco di una psicoterapia perfetta, fatta di tempismo (rassicurazione e consolazione iniziale, seguita da ritmi incalzanti ed esortazioni, in un generale clima di accettazione e comprensione) che si conclude così: 

“Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale.
Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio.”
(Bhagavad-gita XVIII.63)
Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada scrive, nell’Introduzione a La Bhagavad-gita così com’è: “La Bhagavad-gita (conosciuta anche come Gitopanishad) è considerata una delle maggiori Upanishad e costituisce l’essenza della conoscenza vedica. [….] Che cosa si propone la Bhagavad-gita? Il suo fine è quello di liberare gli uomini dall’ignoranza a cui li ha costretti l’esistenza materiale. Ogni giorno l’uomo si trova alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, sta per affrontare una guerra fratricida; deve o non deve combattere? Chiuso nel suo profondo dilemma, egli cerca una soluzione rivolgendosi a Krishna, che gli espone allora la Bhagavad-gita. Come Arjuna, anche noi siamo immersi nell’angoscia a causa dell’esistenza materiale, che consideriamo come l’unica realtà. Ma noi non siamo fatti per soffrire, perché siamo eterni e la nostra vita in questo mondo illusorio (asat) è solo passeggera. Tutti gli esseri umani soffrono, ma ben pochi indagano sulla loro vera natura o sulla ragione della sofferenza. Nessuno sarà veramente perfetto se non si chiede il perché della sofferenza, se non la rifiuta e sceglie di porvi rimedio. Possiamo considerarci uomini solo quando questa domanda si affaccia alla nostra mente”. Una psicoterapia che non si interroghi sulle qualità dell’anima e sul vero scopo dell’esistenza umana rischia evidentemente di rimanere impantanata in questioni di statistica e di calcoli delle probabilità, allontanandosi dal suo vero senso e dalla sua funzione. Il sistema di pensiero bhaktivedantico, basato su una tradizione millenaria e sostenuto da teorie e da tecniche collaudate nel corso dei secoli, da grandi rishi, offre la certezza di una conoscenza pura ed eterna, fonte d’ispirazione e di gioia per la conquista di una salute fondata sull’Amore.
“Le vostre cure non serviranno a niente se non ci metterete amore”.
 (San Pio) 
“Nessuna medicina è in grado di curare ciò che la felicità non riesce a curare .
 (Gabriel Garcia Marquez)

“La medicina migliore per l’uomo è l’uomo stesso. Il massimo grado di medicina è l’amore”.
(Paracelso)
Annunci

Read Full Post »

“In verità si dice anche che l’uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l’azione, quale è l’azione, tale è il risultato che consegue(1)”.

Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita Krishna analizza psicologicamente la fisiologia del desiderio. Ad una domanda cruciale di Arjuna: “O discendente di Vrishni, cosa spinge l’uomo a commettere errori anche quando non lo desidera, come se vi fosse costretto?”, Krishna risponde: “E’ lussuria soltanto, o Arjuna. Essa nasce dal contatto con l’influenza materiale della passione poi, trasformandosi in collera, diventa il nemico devastatore del mondo e la sorgente di ogni peccato(2)”. Il desiderio frustrato produce collera, la quale scarica una serie di negatività sugli organi che governano il corpo e produce sofferenza, distruzione della memoria, del sapere e di conseguenza anche dell’equilibrio. Come ben sappiamo, vi sono persone che hanno pagato due soli minuti di collera con venti anni di galera o con la rovina totale sul piano fisico ed economico, oltre che su quello delle relazioni sociali. Quindi la collera va evitata, ma per poter far ciò occorre gestire il desiderio con molta attenzione. Nella Katha-upanishad come nella Bhagavad-gita vengono descritti la materia inerte (prakriti), i sensi (indriya), la mente (manas) ed infine l’intelligenza (buddhi). Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita(3), Krishna spiega come la persona che è situata nel sé riesca a dominare e quindi a governare ed armonizzare gli impulsi sensoriali senza reprimerli. Non serve a nulla rimuovere, dimenticare, nascondere tra le pieghe della mente, perché questa lancerà comunque i suoi strali di protesta, disturbando tutte le funzioni dell’individuo, nel sonno e nella veglia. Il Supremo ha un altro piano: gestire l’energia inferiore elevando la coscienza e acuendo la consapevolezza. La trasmigrazione dell’essere da un corpo ad un altro è un fenomeno che avviene proprio in forza dei desideri coltivati e delle azioni compiute. Esiste una sostanziale causalità tra desiderio ed azione: il primo è infatti il seme della seconda. Il piano fisico è l’ultimo sul quale si manifesta la realtà; l’azione ha la sua origine nel desiderio, poi passa alla fase verbale per esplicitarsi infine sul piano degli elementi fisici. E’ dunque essenziale comprendere bene la genesi e le dinamiche dell’agire per non ritrovarsi inermi di fronte a fatti compiuti, incapaci di gestire il proprio presente e di progettare il proprio futuro.

(1) Brihadaranyaka-upanishad IV.4.5. Traduzione ripresa da Upanishad Vediche, a cura di Carlo della Casa. Torino, UTET, 1976. P. 77.
(2) Bhagavad-gita III.36-37. La traduzione è di chi scrive.
(3) Cfr. Bhagavad-gita III.37-43.

Tratto da “Vita, Morte e Immortalità”.

Read Full Post »

In qualsiasi impresa la nostra predisposizione gioca un ruolo decisivo. Se non c’è una buona predisposizione non vi sarà successo, quello vero che è spirituale: tutto il resto non ha consistenza, non dura e non ha valore. I testi indovedici ci spiegano che la potenza, l’energia, la forza derivano dalla purezza. Se ne deduce che l’aspetto più importante nella preparazione all’agire è la purificazione, della mente e del cuore. Si potrebbero leggere e studiare molti libri, ma non è da ciò che si trarrà la forza per ben agire e la capacità di ispirare altri. La forza deriva dalla purezza e la purezza genera trasparenza. Come nell’acqua pulita si può vedere un oggetto che giace sul fondo, e non è possibile vederlo se l’acqua è torbida, così una mente velata, offuscata ed ottenebrata dai condizionamenti, non riesce a vedere né a discernere la verità: per farlo occorre produrre uno stato di trasparenza, di purezza interiore. Anche nella comunicazione, per avere successo, è più che mai indispensabile una buona attitudine, tanto in chi parla quanto in chi ascolta. Quando ad uno dei due interlocutori manca questa sensibilità e questo impegno, il dialogo non si svolge nel migliore dei modi e non porta i frutti sperati. Non è sufficiente il desiderio intenso di chi parla, occorre l’attenzione, altrettanto intensa e pulita, di chi ascolta. Coltivando la purezza possiamo ricostituire per intero la nostra riserva d’amore e investirla tutta nella relazione con Creatore, creato e creature. Quando ciò avviene si manifestano i segni visibili di pacificità, serenità e soddisfazione interiore. Chi è soddisfatto nell’anima non ha bisogno di oro, argento o brillanti, di riconoscimenti od onori, poiché già dentro di sé ha trovato quel che lo appaga in tutto. Come spiega Krishna nella Bhagavad-gita (XVIII.54): egli non ha rimpianti né brame; è profondamente umile avendo realizzato che la potenza illusoria dell’energia materiale è insuperabile e che solo abbandonandosi a Dio possiamo varcare i confini delle apparenze ed entrare nella realtà (cfr. Bhagavad-gita VII.14).
Nel suo più alto insegnamento lo Yoga è questa visione ritrovata, è la reintegrazione del sé nella realtà universale, la sua ricongiunzione in amore con Dio e con tutte le creature. La libertà interiore, patrimonio inalienabile di ciascun essere, va utilizzata tutta per volgersi alla purificazione e perseguire il supremo bene. Sebbene molte dinamiche possano sfuggire al nostro controllo, noi abbiamo sempre la possibilità di modulare e scegliere la nostra risposta agli eventi, la nostra attitudine interiore. Se ci sono pensieri disturbanti che impediscono un corretto agire, possiamo evocare esattamente il loro opposto, come Patanjali rishi insegna nel Sadhana Pada (II 33): vitarka badhane pratipaksha bhavanam. Ad esempio: pensare con orgoglio di essere al centro dell’attenzione ed aspirare unicamente al proprio tornaconto egoistico è esiziale, micidiale per la nostra coscienza; se insorge questo pensiero dobbiamo spostarci nel suo opposto: “Agisco non per me ma per il bene di tutti gli esseri. Offro ad uno scopo superiore, a Dio, le mie azioni con tutto il mio amore. Spero che il Signore possa gradire la sincerità della mia umile offerta, nonostante i miei limiti, e che nella Sua infinita misericordia le conferisca reale valore”. L’umiltà e la sincerità dei nostri sforzi, faranno sì che potremo essere recipienti di intelligenza e forza necessarie per agire in ogni circostanza in maniera costruttiva, per la nostra ed altrui evoluzione. Il segreto del successo è il puro spirito di offerta, il predisporsi con umiltà, tolleranza, fede e gioia, pronti a riconoscere il valore altrui e ad agire per il bene di tutti. Con questa attitudine possiamo affrontare positivamente qualsiasi impresa o evento, anche una malattia, una grave perdita o un tradimento. Di fronte agli ostacoli che incontriamo occorre far fronte; non abbattersi ma fronteggiarli con serenità e fiducia, come un atleta che con entusiasmo si accinge ad una corsa a ostacoli sapendo che sono proprio gli ostacoli a spronarlo al miglioramento delle prestazioni, a superare i propri limiti. Ogni evento va accolto come una possibilità di crescita e di formazione. Questo è ciò che offre la grande scuola della vita, per realizzare un’armonica integrazione tra corpo, psiche e anima, tra varna e ashram, tra individuo e società, tra immanenza e trascendenza. Mantenendo fissa la meta, dobbiamo imparare a nuotare nel grande mare dell’essere per trovare il nostro porto sicuro, la nostra centratura, il nostro equilibrio, utilizzando le sollecitazioni alle quali siamo continuamente esposti. In questa ardua ma affascinante impresa la predisposizione gioca un ruolo essenziale, e per questo deve essere almeno “buona”.

Read Full Post »

Ciò che è fondamentale comprendere è che il desiderio mette in moto un processo creativo sul piano sottile. Desiderando, soprattutto se il desiderio è accompagnato da una carica emotiva forte, emaniamo una frequenza energetica che richiama invariabilmente cose, persone e situazioni sintonizzate su quella stessa frequenza. Pensieri e desideri sui quali ci concentriamo di più, consapevolmente o meno, diventano “cose” e si concretizzano nei vari episodi della nostra vita. Questo è, in sintesi, il principio alla base della ormai nota “Law of attraction”, la legge di attrazione, una delle leggi che governano l’universo. La fisica quantistica conferma che l’universo nel quale viviamo è un insieme di vibrazioni energetiche; anche i nostri pensieri e desideri lo sono e ciascun individuo è come una potente stazione radio. Certe vibrazioni entrano in risonanza con vibrazioni simili e determinano specifici campi di frequenza. In sintesi potremmo affermare che ciò che emaniamo sarà ciò che attraiamo e in tal senso è proprio vero che il mondo è come un grande specchio che riflette la nostra realtà interiore. Il lavoro più impegnativo consiste nel sondare le nostre pulsioni inconsce, visto che i desideri inconsci non sono meno forti di quelli consci, ma sono molto meno determinabili. Risulta quindi prioritario diventare quanto prima e quanto più profondamente consapevoli dei semi che giacciono sul fondale del nostro inconscio prima che si dischiudano manifestando situazioni a noi sgradevoli o addirittura ostacolanti per il nostro percorso evolutivo. Questa analisi è fondamentale anche per riuscire a trovare una coerenza nella nostra modalità di “emissione energetica”; ad esempio, se sul piano cosciente desideriamo stringere amicizie sul piano di sattvaguna(1), ma il nostro inconscio ci sospinge ancora verso situazioni tamasiche o rajasiche, probabilmente queste ultime spinte avranno la meglio, oppure sfioreremo per breve tempo compagnie più elevate per essere poi risucchiati in vecchie e ripetitive dinamiche. Se desideriamo cambiare vita o se intendiamo modificarne almeno alcuni aspetti, dovremmo modificare la nostra frequenza, che in termini pratici significa modificare i nostri pensieri, ovvero i nostri contenuti mentali. Secondo la sapienza dell’India classica nell’universo operano tre macrofrequenze, cui ho già precedentemente accennato: si tratta di sattva, rajas e tamas. Le persone che vibrano secondo la frequenza di sattvaguna generalmente si circondano di bontà e benessere; quelle che vibrano secondo la frequenza di rajas, secondo la Gita vanno inesorabilmente incontro alla sofferenza, perché sono impulsive, frenetiche e sconsiderate nell’azione e nella reazione; chi, infine, è sintonizzato sulla frequenza di tamas, perpetuando un atteggiamento apatico e negativo, non farà che attrarre nella propria vita situazioni che somiglieranno a vicoli ciechi e depressione. Chi impara a sognare “da sveglio” nel senso vero dell’espressione, coltiva la propria consapevolezza, seleziona i propri contenuti mentali, comprende a fondo che cosa veramente desidera, mette a fuoco il proprio sogno e ci si “prova dentro”, incanala la propria energia e la propria affettività nella direzione della realizzazione del sogno senza lasciare spazio ad interferenze ostacolanti, predisponendosi con lietezza d’animo e fiducia. Per poter giungere a tale lucidità di pensiero ed efficacia nell’azione è condizione imprescindibile intraprendere un percorso di autodisciplina attraverso il quale riportare armonia nella nostra vita, sviluppando modalità psicofisiche che ci orientino verso un trend evolutivo. La sadhana bhakti, millenario sentiero di realizzazione del sé percorso con successo da grandi Maestri e da loro trasmesso ai propri discepoli di era in era, offre anche all’uomo di oggi strumenti quantomai preziosi per uscire da condizioni frammentate ed alienanti e ritrovare un appagamento profondo e duraturo. Scopo del Centro Studi Bhaktivedanta, con i suoi numerosi programmi ed attività, è proprio quello di mettere a disposizione antiche tecniche ed imperitura saggezza con un linguaggio ed una metodologia adatti ai nostri tempi. Buona continuazione e buona realizzazione dei vostri sogni.

(1) I guna sono i costituenti della materia, potenti energie archetipe che strutturano l’universo. Sattva indica in generale la virtù con tutte le sue caratteristiche, tra cui bontà, luminosità e visione; rajas e tamas indicano rispettivamente la passione e l’inerzia/ignoranza.

Read Full Post »

Le persone si intrattengono spesso parlando dei loro sogni: sogni da realizzare, sogni ancora tutti da sognare, sogni finiti in quel celebre cassetto senza fondo che aspetta ancora di essere aperto. E’ chiaro che quando parliamo di realizzare i nostri sogni, con la parola sogno non ci stiamo riferendo all’attività psichica che si attiva mentre dormiamo, bensì ad un sinonimo di desiderio o fantasia. Per quanto riguarda il termine desiderio, l’etimologia ce ne svela la natura più profonda. Le due parole latine che compongono il desiderio sono la particella de- che in questo caso indica allontanamento, ‘via da’ e sidus-sideris, dal significato di ‘stella, astro’. Letteralmente, dunque, desiderio significa ‘lontano dalle stelle’, indica la mancanza di sidera, delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Se ci riflettiamo, effettivamente il desiderare implica una lacuna, una mancanza: si desidera quel che ci manca e quello che, secondo noi, completerebbe la nostra vita o ci procurerebbe una gioia al momento assente. E’ proprio a questo punto, all’inizio cioè del processo, che dobbiamo porre particolare attenzione alla motivazione e alla natura del nostro desiderio: cosa stiamo desiderando? E soprattutto: perché? Siamo proprio sicuri che quella cosa, quella persona, quella situazione andrà a colmare qualche nostra lacuna e ci farà stare meglio? Attraverso questo processo logico saremo probabilmente in grado di evitare i danni maggiori, sempre che il desiderare egoico, dribblando tutti i filtri razionali, non sia già divenuto sentire, ovvero non si sia già prepotentemente insediato nei nostri sensi. Quando così accade, la manovra di inversione a U riesce raramente, e in ogni caso con grande difficoltà. Questo perché l’energia del desiderio non è più semplicemente psichica, ma è entrata nella centralina dei sensi mandandola in fibrillazione. Ecco come la Bhagavad-gita, testo di millenaria sapienza, conferma e mette in guardia:

“Come un vento impetuoso spazza via una barca sull’acqua, così uno solo dei sensi su cui la mente si fissa porta via l’intelligenza dell’uomo(1)”.

Quando il pensare/desiderare/fantasticare è ormai nella fase del sentire, quella del volere è dietro l’angolo ed è piuttosto arduo schivarla. E’ per questo che, come affermano le Upanishad e la Gita e come ben sintetizza Marco Ferrini nel suo “Pensiero, Azione, Destino”, è davvero importante monitorare i nostri pensieri e i nostri desideri, perché da quelli scaturiscono inesorabilmente le azioni che orientano il nostro presente e anche il nostro futuro. Il desiderio vola sulle ali della fantasia, che il dizionario descrive come quella “facoltà dello spirito capace di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse, in parte o in tutto diverse dalla realtà”. Tale concetto ci rimanda inevitabilmente a quello di visualizzazione e a quello veicolato dal sanscrito vikalpa. Vikalpa, nel linguaggio proprio dello Yoga darshana(2), indica un fantasticare che può avere natura costruttiva, oppure condizionante. Nel primo caso la visualizzazione che il soggetto proietta sul proprio schermo mentale è basata su sat, sulla realtà, intendendo per realtà qualcosa che risponde ad una natura vera e buona e che affonda le proprie radici nel principio cosmico del dharma, l’Ordine universale. Questa è la dinamica che segue un desiderio sano, ben orientato, che darà buoni frutti. In caso contrario il fantasticare avrà ali corte, perché non avendo una base reale nel senso appena spiegato, obbligherà il soggetto a naufragare, generalmente dopo qualche esperienza deludente e dolorosa.


(1) Bg. II.67.
(2) Uno dei sei darshana o sistema di pensiero classico dell’India. L’autore, il saggio Patanjali, negli Yogasutra che costituiscono tale darshana ha raccolto tutti i principali insegnamenti sullo Yoga. Il CSB ha svolto numerosi lavori e studi comparati con la odierna psicologia su questo tema, richiedibili via internet o direttamente alla nostra Segreteria.

Read Full Post »

IL MATRIMONIO E LA FAMIGLIA (PARTE PRIMA).
Da una lezione di Marco Ferrini del 13 Maggio 2008.

Famiglia, matrimonio, figli rappresentano un’unica realtà, costituita da elementi da considerarsi nel loro complesso come inscindibili, se non a costo di gravi errori e conseguenti significativi disagi e sofferenze. Intendiamo spiegare questa complessa realtà secondo gli Shastra o testi del pensiero psicologico e filosofico indovedico e secondo gli insegnamenti e le realizzazioni di vita dei Maestri di tale Tradizione, tenendo di conto che viviamo in un’epoca purtroppo molto inquinata da condizionamenti culturali, sociologici e psicologici. Non è facile sottrarsi alla pressione che essi esercitano, permeando ogni sfera del nostro vivere quotidiano e rafforzando a volte nostre tendenze antiche e malsane abitudini contratte a seguito di errori e di cattive impostazioni nel rapportarci a noi stessi e agli altri. Intendendo valutare alcune caratteristiche determinanti che si consiglia di ben valutare per chi desidera intraprendere la vita matrimoniale, il primo elemento fondamentale da prendere in considerazione è il grado di responsabilità della persona che si pensa come futuro coniuge; una responsabilità ovviamente da misurarsi non soltanto a parole ma soprattutto nella realtà dei fatti e nella storia della vita personale del soggetto. Il livello e la qualità della responsabilità che si è in grado di assumere e mantenere nel tempo sono essenziali per ritenersi idonei al matrimonio. Matrimonio significa prole e prole implica educazione, dunque un intenso, complesso e lungo impegno, che nella società di oggi dura come minimo 30 anni di cure assidue dedicate ai figli. Prendere decisioni impulsive, sulla spinta di passioni non sufficientemente elaborate, e indulgere nella cattiva abitudine di accettare e rifiutare – senza opportuna previa valutazione – la persona del coniuge, non è certa una mentalità che si confà a chi desidera vivere nel benessere, il che implica necessariamente “essere – bene”. Il matrimonio richiede fedeltà, che non è una qualità secondaria ma fondamentale, sia nell’uomo che nella donna. La scelta dello sposo o della sposa dovrebbe essere per la vita. Certo si deve prevedere anche il caso di una donna o di un uomo che si separino dal proprio coniuge e si risposino con un’altra persona, ma ciò non dovrebbe essere un fenomeno diffuso – come invece purtroppo avviene oggi – quanto piuttosto un episodio raro, un’eccezione sulla base di motivazioni veramente serie, non certo per superficialità, instabilità di carattere, vulnerabilità o fragilità affettiva, o per una colpevole negligenza nella fase di valutazione e scelta del coniuge. Fintanto infatti che la mente non viene educata ad un’approfondita analisi e continua ad essere trasportata dagli impulsi che s’impongono alla coscienza, non farà altro che perpetrare l’errore muovendosi acriticamente da un oggetto del desiderio ad un altro e ad un altro ancora. Coloro che hanno tali tendenze e conformazioni caratteriali certo non hanno la maturità sufficiente per intraprendere una vita matrimoniale. La castità è un valore essenziale per il matrimonio, ed è un dovere sia per la moglie che per il marito, ma la castità viene ridicolizzata da coloro che credono che questa dimensione sensibile sia l’unica esistente. Tanti oggi pensano che chi crede ancora nella castità sia vittima di inibizioni o che abbia subito un lavaggio del cervello. Ma chi davvero avrà subito questo lavaggio del cervello? Chi pensa che la vita sia limitata ai bisogni del corpo e che difende il motto: “chi può se la goda”, oppure chi crede in una vita dedicata allo sviluppo della persona nel suo complesso, sul piano fisico, psichico e spirituale? Chi sceglie quest’ultima via s’impegna in una disciplina che non è repressiva, che non nega la soddisfazione dei desideri primari assurgendo a castigo paranoico, ma li trasforma e li sublima fino a renderli propedeutici a tappe evolutive ulteriori. Il bisogno di affetto deve essere assolutamente soddisfatto, così come il bisogno di amare ed essere amati, ma per soddisfarli veramente occorre capire qual è la modalità migliore, più idonea e benefica. Se uno mi parlasse di una disciplina di vita che include la rinuncia all’amare e all’amore, definirei quella cosiddetta disciplina una sorta di attacco terroristico, poiché uccide l’essenza stessa della persona; essa sarebbe di fatto insostenibile, come se ci obbligassero ad una dieta che prevede la completa astensione dal cibo. Scambiare affetto è essenziale sul piano psicologico, così come amare è prerogativa irrinunciabile sul piano spirituale. Ma per riuscire davvero ad amare occorre scoprire l’autentico significato di Amore, che non può essere disgiunto dalla consapevolezza dell’esistenza di un Ordine cosmo-etico che regola la vita di tutte le creature, e per il quale vige la legge psicologica della reciprocità, per cui ogni azione che compiamo influenza la nostra coscienza e quel che facciamo agli altri ritorna inesorabilmente su di noi, nel bene e nel male, poiché l’inconscio – come un grande ed infallibile orecchio interno – registra ogni nostro movimento, fisico e mentale. Per questo le Upanishad affermano che comportandosi male si diventa male e si diventa bene se si agisce nel bene.

Read Full Post »

LA MASCHERA TRASFORMA.
Antica Narrazione Cinese.


In un favoloso impero, viveva una principessa molto bella, unica figlia dell’imperatore. Venne per lei il tempo di sposarsi, e decise con suo padre, di non limitare le ricerche del suo futuro sposo alle sole persone di corte, ma di estenderle in tutto il regno. Così l’imperatore mandò i suoi messaggeri per cercare l’uomo più bello perché sapeva che l’interiorità di un uomo si manifesta nei tratti del suo volto. Un ladro ed assassino che viveva in una lontana provincia saputo del bando, si fece costruire dal miglior artigiano una maschera, perché la durezza del suo volto rivelava la sua crudeltà. Quando la indossò, vide davanti a sé un uomo gentile e fine, un uomo che aveva qualità di dignità, di forza e onestà, di gentilezza e amore. Fu prescelto senza esitazioni per diventare il futuro sposo della regina. Al ladro si presentò subito una terribile alternativa: sia accettando, che rifiutando il suo segreto sarebbe durato poco, con conseguenze facilmente prevedibili. Trovò un espediente, chiese alla principessa per ponderare la questione, la principessa fu molto comprensiva, l’idea le sembrò saggia ed accettò. Il ladro era considerato l’uomo più bello e più nobile del regno e, per non tradirsi doveva agire conformemente al suo aspetto, a come appariva. Per un anno intero, aveva sofferto e combattuto per vivere secondo i sentimenti che la maschera mostrava. Quando arrivò il giorno dell’incontro con la principessa, decise di dire la verità. Al che la principessa disse: “Sono stata ingannata, sarai libero solo se ti toglierai la maschera per farmi vedere qual è il tuo vero volto.” Il ladro si tolse la maschera con mani tremolanti, allora adirata la principessa disse ancora: “Ora mi stai ingannando, la tua maschera è perfettamente uguale al tuo volto.” Noi diventiamo l’immagine di ciò che il nostro cuore desidera.

Read Full Post »

Older Posts »