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Archive for the ‘csb’ Category

QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE SECONDA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Negli Usa, dove già tentativi in questo senso sono in atto, in discussione ci sono definizioni di identità, uguaglianza, moralità, sicurezza; il concetto stesso di umanità. Il tecno-positivismo portato all’estremo dai transumanisti è già parte dei programmi di ricerca più avanzati della biomedicina contemporanea. Il progetto postumano, di fatto, è stato già avviato. Ciò di cui i paladini della tecno-scienza e del progresso, non sembrano rendersi conto, sono gli spaventosi “effetti collaterali” che questo terremoto culturale possa provocare. Al momento è impossibile predire tutti i possibili sviluppi di questa manipolazione della natura da parte dell’uomo. In una intervista, Natasha Vita-More prospetta alcuni scenari del futuro come quello, per esempio, dell'”upload”, suggerita da alcuni scienziati che lavorato in questo campo: “Un upload è una persona o una entità che è stata copiata in un medium sintetico (elettronico, etc.). Il cervello e la memoria (mente) sarebbero trasferite o ‘uploaded’ (caricate) in un ambiente/medium differente e l’entità/persona non sarebbe costretta entro determinati attributi fisiologici. Questa stessa entità/persona può downlodarsi (scaricarsi) in un corpo umano o in una varietà di veicoli mobili o meccanismi di trasporto. Noi potremmo vivere in ambienti multipli simultaneamente ed essere parte di differenti personalità. Molto probabilmente si svilupperebbe un controllo centrale o principale dell’entità/persona e le altre personalità sarebbero parte della centrale o principale entità.” E’ uno scenario veramente agghiacciante di una società di neo-Frankenstein gestiti da pochi eletti di dubbia levatura morale. Il dolore esistenziale che deriva dal portare un corpo in continua trasformazione e deperimento era sentito anche nell’antichità e quindi l’arte, la scienza e la spiritualità erano metodi reali e definitivi per risolvere i problemi esistenziali. Al momento sia la scienza sia la psicologia occidentali non sono riusciti a dare la risposta ai quesiti esistenziali sulla nascita e la morte. La vera natura della realtà non potrà essere nota finché non avverrà un cambiamento radicale nell’approccio alla vita e alla conoscenza. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei problemi fondamentali della psicologia come la natura e l’origine della mente, la continuità dell’esperienza, relazione corpo-psiche, l’immortalità dell’essere vivente, rimangono insoluti. Nella psicologia vedica la mente è costituita di materia molto sottile, e mente e corpo, essendo entrambe materiali, possono agire e reagire solo in presenza dell’Atman, che per definizione è quel principio vitale che dà vita a tutti i corpi, che è l’origine della coscienza. La scienza dell’anima, atmavidya, studia innanzitutto la componente di base di ciascun individuo, che è quella spirituale. Secondo la psicologia vedica non esiste una separazione netta tra scienza e arte. L’arte permette di costruire un oggetto la cui bellezza è tratta dai canoni che fondano le proprie radici nelle verità eterne dei testi della Rivelazione e della Tradizione. Le descrizioni di queste opere scientifiche, religiose, simboliche, forniscono il canone all’artista che lavora meditando egli stesso per primo su passi scritturali, su osservazioni dell’universo, sulle forze della natura. Arte di vivere significa comprendere la natura e entrare in armonia con il sistema cosmico-universale. Nella prospettiva della scienza vedica il mondo fisico, quello presentato dai cinque sensi, non esprime tutta la realtà, ma solo un riflesso di essa. Nella teoria della trasformazione (vikara) di Bhaktivinoda Thakura, si asserisce che le forme-immagini del mondo fenomenico sono modificazioni imperfette, vikara appunto, di quelle eterne e perfette del mondo spirituale. Nel Vishishtadvaita Vedanta di Ramanuja il mondo è reale ed è perfino strumento di liberazione dai limiti della materia, se ne facciamo un uso corretto. Se ci identifichiamo con esso, non può che causarci dolore e sofferenza. Secondo i numerosi testi della letteratura vedica il linga-sharira, o corpo sottile, possiede in totale diciotto componenti integrate e funzionanti come un tutt’uno. Di vita in vita ogni individuo si porta dietro, registrate nel corpo sottile, un numero incalcolabile di esperienze che, ogni volta, determinano non solo il successivo corpo fisico, ma anche una particolare visione del mondo. Questo passaggio viene descritto anche nella Bhagavad-gita, dove si spiega che il jiva (l’essere vivente) porta con sé le proprie concezioni di vita nel passaggio da un corpo all’altro e che ogni volta, nel nuovo corpo viene dotato di un particolare set sensoriale, che gravita attorno alla mente: “Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, così l’anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili.”(Bhagavad-gita, II-22). Si veda anche Bhagavad Gita XV.9. Nella gerarchia cosmica della Cosmogonia Vedica, i Manusha loka (lett.”i mondi degli umani”) sono i pianeti mediani dove i corpi sono formati da tessuti con altissima percentuale d’acqua; su questi pianeti la vita è breve e tormentata. Alla fine di un ciclo esistenziale dobbiamo “morire” per rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle attività compiute in questa vita. Così l’imprigionamento nella struttura psicofisica continua senza fine per colui che è limitato dalle concezioni materialistiche. Ha senso creare degli ibridi tecno-umanoidi per prolungare la sofferenza dell’umano?

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QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE PRIMA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Nell’arco esistenziale di ogni individuo avvengono tante trasformazioni, cambiano esteticamente i volti, i corpi, ma ancor più la mentalità, le convinzioni, il modo di vivere, la forma mentis. Gli umani sono afflitti da molti dolori: la malattia, l’infermità, la vecchiaia, i condizionamenti. Si chiama Primo Posthuman 2005. “Non ha età, non ha genere, non ha razza. E’ l’ essere umano dei sogni, un’utopia alla quale stanno lavorando scienziati e artisti”- così viene definito l’uomo del futuro nell’articolo di Laura Lazzaroni sull’arte transumanista “Qualcuno e’ perfetto(1) E’ “un individuo le cui caratteristiche di base sono così superiori a quelle di noi umani, da non essere più considerato umano secondo gli standard attuali, resistente alle malattie e all’età, che ha il controllo del proprio stato psico-emotivo, superiormente predisposto al piacere, all’amore, all’apprezzamento artistico, in grado di sperimentare stati di consapevolezza a noi sconosciuti”. Nel Dizionario Enciclopedico del Reader’s Digest, “transumano” è definito come “sorpassante; trascendente; oltre”. Nel Nuovo Dizionario Universale Webster, “transumanizzare” è inteso come “elevare o trasformare in qualcosa oltre l’umano”. Oggi si tende diffusamente a intendere il termine più riduttivamente come una transizione evolutiva dalla biologia umana tradizionale verso una nuova forma di biologia fusa con la tecnologia. Oltre a cercare di superare tutti i confini della biologia, il Transumanismo dunque aspira al miglioramento della condizione umana attraverso le nuove tecnologie, come la nanotecnologia e gli usi avanzati delle comunicazioni. Il transumanismo cerca anche di superare i limiti dell’arte e dell’estetica, per integrare l’arte con la tecnologia, la scienza e la vita stessa. In questa interconnessione tra l’arte e la scienza, i progressi della biotecnologia, dela nanotecnologia e dell’informatica presentano all’uomo un dilemma: quelli che oggi sono strumenti di cura, non potrebbero un domani servire a potenziare i corpi sani? L’artista multimediale, l’autrice di produzione artistiche transumaniste, Natasha Vita-More, suona ottimista: “Garanzia: ventiquattresimo paio aggiuntivo di cromosomi. I corpi abusati verranno sostituiti a spese dell’interessato. Ci riserviamo il diritto di cambiarli con un modello di seconda mano”.

(1) La Repubblica, Inserto D – #439, 26 Febbraio 2005.

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UNA NOTA SULL’ESTETICA DI PLATONE.
di Fabrizio Fittipaldi.

Uno dei grandi equivoci da sfatare, che per secoli ha appesantito e ancora continua ad appesantire l’atmosfera del mondo accademico, è quello che pretende mostrarci un Platone moralisticamente e bigottamente ostile all’arte e come ignaro del ruolo fondamentale che questa svolge per l’individuo e per la società. Effettivamente Platone prende vigorosamente le distanze da una concezione materialistica dell’arte, dalle rappresentazioni false, superficiali e illusorie di una realtà che è essa stessa illusoria e transeunte. Secondo lui queste immagini hanno il solo scopo di celebrare gli ingannevoli piaceri della dimensione materiale, nei suoi aspetti più grossolani o psicologici e, in quest’ultimo caso l’arte rischia di trasformarsi nella narcisistica autocelebrazione della personalità stessa dell’artista. L’arte autentica è piuttosto servizio; superamento, attraverso un coerente processo di purificazione, della propria dimensione egoica; trasformazione di sé in strumenti dell’Assoluto che, attraverso l’artista e nella concretezza della materia prescelta, si manifesta in questo mondo delle condizioni e si rende disponibile a chi, predisponendosi correttamente, desidera accedervi. L’arte è un ponte tra queste due dimensioni e, come l’essere incarnato, partecipa di entrambe. Per Platone l’arte è dunque puramente illusoria quando si propone come riflesso di terzo grado di una dimensione materiale che è già di per sé ingannevole e superficiale, manifestazione secondaria del “mondo delle idee” il quale, finalmente, costituisce l’eterno e supremo ordine che implicitamente sostiene e dirige il cosmo. È solo nella nostra epoca che si sono imposti i concetti di un’arte come modo di sentire e di relazionarsi con il mondo, e dell’esperienza “estetica” sensoriale e psicologica come originaria fonte di ispirazione per chi crea, nonché fine ultimo per lo spettatore che fruisce.

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San Gerolamo (IV-V secolo d. C.) è una delle figure colossali del cristianesimo antico, non soltanto la sua santità è uno degli esempi più grandi della storia ma il suo servizio intellettuale è stato decisivo per la storia della Chiesa, infatti Papa Benedetto XVI nota: “Gerolamo ha posto al centro della sua vita e della sua attività la Parola di Dio, che indica all’uomo i sentieri della vita, e gli rivela i segreti della santità. Di tutto questo non possiamo che essergli profondamente grati, proprio nel nostro oggi.” Ogni cattolico dovrebbe dare il giusto peso a queste parole del Papa che invita a prendere esempio da tale figura. San Gerolamo, è noto, fu l’autore della vulgata, la prima traduzione della Bibbia in latino. Egli fu uno dei pochissimi, tra i cristiani, a conoscere l’ebraico, oltre il greco. La sua acutezza e sensibilità intellettuale gli permise di compiere questa impresa nei confronti della Parola divina. Ma San Gerolamo fu anche uno strenuo difensore della pratica alimentare cristiana delle origini, il vegetarianesimo. Nella famosa, ma poco letta, Adversus Iovinianum egli scrisse: “…dopo la venuta di Gesù non possiamo più mangiare carne.”[1] Perché? Perché San. Gerolamo conosceva bene la Genesi, avendola tradotta, e nelle parole divine l’uomo viene chiaramente indicato come vegetariano. [2] San Gerolamo ha anche smascherato il cosiddetto permesso, dato dopo il Diluvio, di mangiare carne, definendo quel passo come una interpolazione tardiva, indice di un basso periodo spirituale. Comunque sia la venuta di Gesù costituisce per il Santo la venuta della perfezione originaria, e la vittoria sul peccato originale consente a ogni cristiano sincero di tornare ad una alimentazione pura e non violenta. San Gerolamo non destinava tale pratica alimentare solo a sé stesso o a quei pochi che volevano dedicarsi ad una severa pratica ascetica. Sappiamo che San Gerolamo visse nel deserto e lui stesso ci ha lasciato una straordinaria descrizione di sé in quella vita santa. Ma nelle sue lettere egli invita ogni cristiano autentico alla pratica vegetariana. Citiamo solo alcuni brevi, ma esaustivi, passi:

“ Ciò che i Bramani dell’India ed i gimnosofisti dell’Egitto osservano, cibandosi unicamente di farina di orzo, di riso e di frutta, perché una vergine di Cristo non deve farlo in modo completo? […] Si cibi di legumi, semola…[…] …lo facciano i seguaci di Iside e di Cibale, i quali, nella loro ghiotta astinenza, divorano fagiani e tortore fumanti…” [3]

Queste parole sono rivolte ad una madre cristiana che deve educare sua figlia e San Gerolamo indica nei dettagli la prassi educativa che può rendere solida la spiritualità cristiana. Sono attualissime queste indicazioni che dovrebbero ispirare il cristiano di oggi, portandolo a chiedersi come mai in altri cammini religiosi è insita la dieta vegetariana e in quella cristiana no; abbiamo in altri testi spiegato i motivi storici che hanno portato all’abbandono graduale di tale prassi, ma San Gerolamo ricorda al cristiano che la sua perfezione non può essere da meno rispetto ai cammini indicati dalla spiritualità indiana. Concludiamo con un episodio biblico, citato da San Gerolamo, che ci ricorda il cibo che Dio stesso manda agli uomini attraverso i suoi angeli: “Elia, fuggendo Gezabele, giace stanco sotto una quercia, ed è svegliato da un angelo che viene da lui e gli dice: «Alzati e mangia». Egli guardò, ed ecco, vicino alla sua testa, un pane di spelta e una brocca d’acqua. In verità, Dio non poteva mandargli vino aromatizzato, cibi cotti con olio e carni battute?”[4] Certo, poteva, ma non lo ha fatto…Dio manda solo cibo che ha origine dall’amore e che all’amore ci riporta. San Gerolamo ci indica che dopo Gesù ognuno di noi può essere servito dallo stesso angelo, come accadde ad Elia.

Prof. Valentino Bellucci, 2010-03-06

[1] S. Gerolamo, Adversus Iovinianum, II, 7.
[2] Genesi, I, 29. La biologia moderna conferma che l’essere umano è per costituzione frugivoro.
[3] S. Gerolamo, Lettere, Rizzoli, Milano 2009, pag.457,459 e 461.
[4] Ivi., pag. 113.

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E’ stato traumatico, per molti, il messaggio lanciato al recente convegno dedicato alla corretta alimentazione e svoltosi a Prova, soprattutto in un periodo nel quale la riscoperta della buona tavola e dei cibi tradizionali (molto spesso a base di carne) è diventata quasi una moda «culturale», esaltata anche dai mass-media. Ecco perchè hanno destato molta sorpresa affermazioni come «mangiar carne fa male» e «se la gente sapesse quello che provoca, non ne mangerebbe». A lanciare il messaggio, che di fatto era un invito a una dieta vegetariana, sono stati esperti di grande valore: Roberta Siani, responsabile del Progetto disordini alimentari del reparto di Psichiatria dell’ospedale cittadino di Borgo Roma; Pietro Madera, responsabile del Sert dell’Ulss 20; Francesca Bonini, biotecnologa e docente di alimentazione, che sono intervenuti col coordinamento del dottor Giuseppe Piasentin, medico del Pronto soccorso del «Fracastoro». Partendo dal presupposto che si tratta soprattutto di una questione di cultura, i relatori hanno chiarito che il problema del consumo della carne ha due importanti conseguenze: una sulla salute delle persone e una, più in generale, su quello – drammatico – della fame nel mondo. Ci sono tre categorie di cibi, ha ricordato Madera: i cibi «virtù», che assorbono l’energia dal sole e la trasmettono all’uomo, conferendogli salute, longevità e serenità (frutta fresca e verdura, cereali integrali, latte, burro, miele, yogurt, formaggi non fermentati e simili); i cibi «passione», dai sapori intensi, i quali danno un’energia che dura poco e che se sono consumati regolarmente producono malattia (cereali raffinati, spezie, caffé, formaggi stagionati, sale, dolci, zuccheri); infine i cibi «inerti», che hanno cioè poca energia, appesantiscono e intossicano, predisponendo alle cosiddette malattie del benessere e ai tumori (carne, salumi, alcol, grassi animali, uova dopo il quindicesimo giorno, cibi conservati, aceto). L’influenza del consumo di carne sul problema della fame nel mondo si evince invece da alcuni dati sorprendenti: per produrre un chilo di carne (sufficiente per sfamare 5-6 persone) si consumano 30mila litri di acqua e 16 chili di cereali (che ne sfamerebbero 40-50). Basti pensare che tre quarti della produzione mondiale di cereali è dedicata agli allevamenti per la produzione di carne. «Se si consumasse meno carne e si cambiasse il nostro sistema alimentare», hanno concluso gli esperti, «ridurremmo le patologie e daremmo al Terzo mondo la possibilità di soffrire meno la fame, senza contare che le popolazioni vegetariane sono meno aggressive e più pacifiche di quelle che si alimentano con la carne». Un invito esplicito, quindi, a preferire una dieta con meno carne o, addirittura, vegetariana, la sola in grado di garantire una alimentazione più sana, secondo i medici. Gli esempi di chi la segue, del resto, sono numerosi. La lista dei vegetariani celebri parte dall’antichità per arrivare ai nostri giorni e comprende, in ordine sparso, Aristotele, Pitagora, Cicerone, Diogene, Platone, Plinio, Socrate, Seneca, Sofocle, Epicuro, San Francesco, Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Edison, Franklin, Freud, Gandhi, Ippocrate, Mazzini, Newton, Nietsche, Paganini, Pascal, Wagner. Tanti anche i personaggi dello spettacolo e della cultura che non consumano carne: Giorgio Albertazzi, Brigitte Bardot, Adriano Celentano, John Lennon, Bob Dylan, Gianni Morandi, Sting, Jovanotti, Umberto Veronesi.

Fonte: L’Arena.it – di G.B.

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LA SANTA PASQUA E L’ALIMENTAZIONE
AGNELLINO, PANE E VINO.

Per una volta tanto non voglio parlare di economia, ma di una tematica alimentare di cui mi faccio portavoce durante il mio ultimo show “Funny Money”. Non posso fare a meno di intervenire a seguito del recente allontanamento di Beppe Bigazzi dai palinsesti RAI: questo dovuto per aver raccontato uno spaccato di vita e storia italiana dei primi decenni del secolo scorso, quando la preoccupazione principale non era la perdita del posto di lavoro o la solvibilità di un prestiro obbligazionario, quanto piuttosto che cosa si sarebbe dato da mangiare ai propri figli. Per chi non avesse ancora capito a che cosa mi sto riferendo, Bigazzi durante una puntata della “Prova del Cuoco” ha descritto sommariamente che cosa avveniva, in epoca di guerra e non solo, quando si mangiavano i gatti per necessità o povertà.

Nella mia provincia (Vicenza appunto), questo episodio è rieccheggiato fragorosamente a livello mediatico per ovvie motivazioni folkoristiche (chi non si ricorda gli sfottò durante il servizio militare “vicentino maledetto hai mangiato il mio micetto”). Non che sia a favore o giustifichi questi episodi (sono un devoto sostenitore della LAV) ed usanze alimentari del passato stile “L’albero degli zoccoli”, tuttavia mi ha fatto molto più adirare come le cronache mediatiche abbiano scritto fior di pagine sull’accaduto (più che altro perchè è stato coinvolto un personaggio noto della televisione), mentre non si soffermano un minuto a far comprendere, a tutti quelli che inorridiscono per un povero micio cucinato al vapore, la mattanza dei poveri agnellini che sta avvenendo proprio in questi giorni nei macelli italiani, per consentire di celebrare nel conviviale calore della propria famiglia un rituale altrettanto barbarico come quello della (Sanguinosa) Pasqua Cristiana.

In Italia alleviamo, cuciniamo e mangiano i conigli: per altre popolazioni questo è grande segno di inciviltà in quanto il coniglio è considerato un animale di affezione al pari del cane o del gatto, quindi guai a chi sogna di mangiarlo. Lo stesso a mio modo di vedere si potrebbe dire anche per il povero agnellino al quale viene riservato un trattamento piuttosto crudele: prima viene stordito, poi issato per una zampa, successivamente gli viene incisa la giugulare, e quando sopraggiunge la morte per iugulazione, allora passa alla operazioni di macellazione e porzionatura. Questo dovrebbe avvenire in teoria secondo il regolamento sanitario che definisce l’attività di macellazione, poi in pratica la fase di stordimento spesso viene “tralasciata” o “dimenticata” passando tosto alla recisione della giugulare da vivo ed in pieno stato di coscienza.

E tutto questo per consentire a tutte quelle mamme e ragazzini, recentemente indignati nel sentire in televisione di come si cucinava un gatto in tempi di fame e guerra, di poter gustare un abbacchio scottadito o un agnello al forno con patate alla menta nella Santa e Barbarica celebrazione della Pasqua Cristiana. Volete veramente trasmettere un messaggio di rinascita e resurrezione (intesa come una nuova epoca per risorgere) quale ci si aspetterebbe per la Pasqua ? Beh, allora smettete di ingozzarvi di carne e di sostenere con la vostra attività consumistica la proliferazione degli allevamenti intensivi a cominciare dai vitellini, finendo con i poveri ed innocenti agnellini. Che senso ha sostenere con il proprio comportamento consumistico un modello di sviluppo alimentare drogato quando un agnello per crescere di 1Kg in peso necessita di 10kg di cereali ? Ha senso in ottica cristiana decretare carestie, miseria e fame in paesi che non possono produrre il proprio sostentamento alimentare in quanto i terreni ed i loro raccolti di cereali sono asserviti all’ingrasso degli animali da reddito nei paesi occidentali. Così è chiamato oggi un agnellino: animale da reddito e non di affezione come il gatto.

Alla prossima Pasqua volete veramente abbracciare il pensiero cristiano e farlo vostro ? Volete contrastare la fame nel mondo ? Volete ridimensionare l’impatto ambientale dell’agricoltura e dell’allevamento intensivo ? Volete avere acque di falda più pulite ? Volete salvare l’Amazzonia dalla deforestazione ? Volete limitare l’effetto serra ? Per chi non lo sapesse, le deiezioni gassose dei bovini sono la principale causa dell’effetto serra sul pianeta. La soluzione a tutto questo esiste. Si chiama contingentamento del consumo di carne animale da allevamento intensivo (o meglio ancora la totale abolizione): il reale male del pianeta e la causa di moltissime patologie che colpiscono l’uomo in questi ultimi decenni. Cercate d’ora in poi, cominciando con quest’anno, di celebrare una Santa Pasqua e non una Sanguinosa Pasqua Barbarica: diventate anche voi fautori di un cambiamento per migliorare il nostro pianeta e preservarlo da quello che è considerata la peggiore minaccia per la sua stessa sopravvivenza. Preserve our planet: it’s up to you.

www.eugeniobenetazzo.com

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http://youtube.com/v/uSVYUgPiDyQAlbettone (VI), 1-5 Aprile 2010
Prabhupadadesh – Via Roma 9, Albettone (VI)
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta

Seminario residenziale.

Il programma prevede:
– pratiche di antiche vie di realizzazione interiore: mantra e meditazione
– lezioni di yoga e pranayama
– workshops: laboratori di gruppo sul tema del seminario
– filmati, letture, musica, teatro
– alimentazione vegetariana secondo i principi dello Yoga e dell’Ayurveda

Informazioni e Prenotazioni

Segreteria CSB
0587 733730
320 3264838
secretary@c-s-b.org

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