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Le persone vanno amate non per quello che fanno, ma per quello che sono. Ogni individuo è unico e speciale in quanto scintilla divina; non sono le abilità o le qualità esteriori che dimostra a conferirgli valore, sebbene questi due aspetti siano intrinsecamente connessi. Ciascun talento ha infatti origine in tale matrice divina e rimane allo stato potenziale o si esplicita a seconda del livello di coscienza dell’individuo che ne è portatore. Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d’affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un’accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d’accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l’individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un’attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un’attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un’attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell’ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all’infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l’impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l’impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell’amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d’amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell’altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l’attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l’inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos’altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d’amore per noi stessi. Ciò che è vero nei confronti dell’altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all’inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l’altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo – universo in perenne trasformazione – essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall’alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un’opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.

(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l’amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza
 Einaudi, 2001.
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