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Archive for the ‘creatività’ Category

5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?
Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un’occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.

6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?
Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.

7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.

8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.

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LOGOS ED EROS NELLA PERSONALITA’ MASCHILE E FEMMINILE:
INTEGRAZIONE, ARMONIZZAZIONE
E SUPERAMENTO DEGLI OPPOSTI.
di Marco Ferrini

La Psicologia indovedica spiega che l’individualità dell’essere è eterna, immutabile e di natura spirituale, mentre la personalità è in transito ed è, come spiegava anche Jung, costituita dalla somma dei contenuti psichici con i quali l’io si identifica. Le esperienze, le impressioni, i fatti e le circostanze esteriori modificano la personalità ma non l’individualità. Una personalità che si sviluppa in maniera armonica, senza conflitti intrapsichici, è in grado di interagire bene ed integrarsi con gli altri. I conflitti nelle relazioni rappresentano infatti l’esito delle problematiche irrisolte dentro di noi. Integrazione ed armonizzazione della personalità sono possibili sviluppando in noi qualità e facoltà carenti, portando al contempo a maturazione quelle già acquisite e dalle quali trarre l’energia e la forza necessaria per colmare le lacune superando i nostri limiti. Alcune funzioni psicologiche in certi caratteri sono deboli costituzionalmente, ovvero dipendono dalla peculiare natura della persona e dal tipo psicologico che la caratterizza. Vi sono ad esempio individui molto dotati di razionalità operativa e senso pratico, con grandi capacità di concretizzare idee e progetti. Altri invece in cui è maggiormente sviluppata una naturale propensione immaginativa verso l’intuito, l’arte, la sfera dei sentimenti e delle emozioni. Ci sono poi casi in cui alcune qualità di un individuo si sono arenate ad uno stadio infantile e primitivo di sviluppo, non tanto per debolezze costituzionali, quanto a seguito di circostanze e fattori esterni che hanno causato traumi nella personalità, con conseguenti rimozioni ed inibizioni inconsce. I traumi producono determinate inclinazioni e tendenze nella personalità, irrompendo talvolta a livello cosciente in modo tumultuoso e lasciando il soggetto in un grave stato di disorientamento, confusione e sofferenza. La personalità storica, quella di cui possiamo raccontare in senso autobiografico, è sovente caratterizzata da uno squilibrio tra ciò che potremmo definire il principio del Logos e quello dell’Eros. Logos, che in greco significa verbo, parola, ragione, è il principio di conoscenza, tradizionalmente associato agli uomini e alla mascolinità. Il Logos ricerca il sapere, l’analisi, la chiarezza e gli spazi ben delineati. E’ la legge dell’intelletto e della mente umana. Serve a ben orientarsi. L’Eros, termine che deriva dal nome del figlio della dea Afrodite, può essere definito come il principio di accoglienza, unione e collegamento, la sfera emozionale, generalmente associata alle donne e alla femminilità. L’Eros cerca il calore, l’affetto, la sensibilità e la spontaneità. A questi due princìpi archetipici corrispondono due diverse categorie di conoscenza e di approccio alla realtà: la conoscenza razionale e mediata, fondata sul ragionamento, sulla deduzione, sul senso critico e sullo spirito di analisi, e la conoscenza immediata che si nutre della capacità intuitiva. La polarità tra il lato femminile e quello maschile è una delle principali che troviamo nell’animo umano. Generalmente la persona tende infatti a dare maggiore risalto all’uno o all’altro di questi aspetti (maschile o femminile), solitamente a quello che la rispecchia anche fisicamente. Nel corso della storia la società umana ha favorito più spesso l’aspetto maschile rispetto al femminile. Piuttosto di riconoscere che la personalità evoluta di ogni uomo e di ogni donna dovrebbe essere il risultato di un’azione reciproca e integrata tra maschile e femminile, si è venuto spesso a creare un ordine statico, quasi dicotomico, nella convinzione che le donne abbiano caratteristiche unilateralmente femminili e gli uomini unilateralmente maschili. Scambiando poi la forza fisica per la forza morale, considerando la razionalità dell’intelletto come superiore in ogni caso all’intuitività del sentimento, agli uomini sono stati assegnati ruoli predominanti e privilegiati nella guida del governo e della società. In verità nessuno è esclusivamente uomo o donna, perché nella personalità di ognuno sono compresenti caratteristiche maschili e femminili, in misura maggiore o minore a seconda dei residui karmici di esperienze compiute in questa vita o nelle precedenti, laddove abbiamo indossato corpi di uomini e donne con forme mentis peculiari, i cui tratti ancora permangono nelle nostre attuali tendenze, propensioni caratteriali, talenti e difetti innati. Accade spesso che nell’uomo tendano a rimanere involute, sconnesse e mal integrate le facoltà che appartengono alla sfera dell’Eros, mentre nella donna si avvertono generalmente maggiori carenze sul piano del Logos. Lavorare all’integrazione della personalità è fondamentale per acquisire il meglio delle caratteristiche maschili e femminili sviluppandole a prescindere dal proprio genere. In verità, infatti, noi non siamo né uomini né donne, ma essenze uniche ed eterne (atman) caratterizzate in origine da un’individualità armonica di natura puramente spirituale. L’essere incarnato, pur essendo portatore di un corpo di genere femminile o maschile, non deve identificarsi né con il genere né con il corpo, rammentando che l’uno e l’altro sono un fatto temporaneo ed esterno alla propria natura profonda e originaria, una maschera che deriva dalle esperienze compiute e dalle tendenze acquisite, da samskara e vasana. Come accennato, il Logos designa la razionalità, il pensiero, l’audacia nelle argomentazioni logiche e nella capacità di analisi. Sovente accade che chi ha queste qualità molto ben sviluppate sia invece tremendamente carente sul piano affettivo, nei sentimenti, nelle intuizioni, nella sensibilità. Non è raro che una facoltà o tendenza della personalità prenda il sopravvento, venga estremizzata ed ipersviluppata a scapito di altre parimenti importanti. In alcune persone certe caratteristiche tipicamente maschili risultano ad uno stadio infantile, per cui la lucidità e il distacco emotivo appaiono inadeguati, emergendo invece con forza tendenze all’azione impulsiva, ad un’intuizione spesso erronea perché condizionata da un’istintività e passionalità che il soggetto non sa gestire. Quando il sentimento non è illuminato dalla razionalità si rivela fortemente dannoso, scadendo nella passione cieca e nel sentimentalismo. L’impulsività e il desiderio si sostituiscono alla corretta visione delle cose, portando a conclusioni affrettate, infondate e fallaci, prodromi inevitabili di delusione e sofferenza. L’Eros, che è il mondo dell’affettività e dei sentimenti, si trasforma in un turbinio di passioni gravi, tenebrose, incontenibili e torbide se non è rischiarato dal lume discernente dell’intelletto tramite la forza del ragionamento (vitarka), della riflessione (vicara) e dell’osservazione matura e distaccata (vairagya). Analogamente il Logos, se non è ben equilibrato ed integrato con la sfera dell’Eros, rischia di soffocare emozioni e sentimenti positivi con una razionalità sterile. Anche le neuroscienze indicano che i due emisferi cerebrali sono deputati a ruoli e funzioni diverse: l’emisfero sinistro è preposto a quelle funzioni prettamente maschili legate al processo cognitivo, logico-razionale, mentre l’emisfero cerebrale destro è la sede delle emozioni, della creatività, e dunque delle caratteristiche e propensioni tipicamente femminili. Occorre imparare ad armonizzare la funzione psicologica estrovertita con quella introvertita, valorizzando ed integrando Logos ed Eros.Potremmo dire che, a prescindere dal corpo fisico che indossiamo, la nostra natura è androgina, nutrita dalla compresenza a livello biologico e psichico di tratti maschili e femminili.Come spiega Krishna nel sesto capitolo della Bhagavad-gita (VI.6), una mente squilibrata, ribelle e selvaggia è il peggior nemico dell’essere umano. Per contro, chi conquista la mente, arrivando a percepirla come strumento nelle mani del sé, ritrova se stesso e ottiene tutto quel che desidera. Nella Bhagavad-gita (II. 54-55) Arjuna chiede a Krishna: “Quali sono i sintomi di una persona la cui coscienza è immersa nella trascendenza? Come parla e con quali parole? Come si siede e come cammina?” Krishna risponde “O Partha, la persona che si libera da ogni desiderio di gratificazione dei sensi generato dalla speculazione mentale, e con la mente così purificata trova soddisfazione soltanto nel sé, è situata nella pura coscienza spirituale”. In quest’ultima strofa compare un termine molto interessante, mano-gatan, che indica le fughe della mente, le corse letali per inseguire bramosie effimere e piaceri illusori. Certi squilibri mentali e aspetti involuti della personalità sono spesso poco conosciuti e compresi, non raramente vengono infatti svalutati e negletti a causa di condizionamenti culturali, mentre l’individuo rimane in uno stato crescente d’immaturità psicologica che, se non sanato, arriva a produrre anche gravi patologie e disturbi comportamentali. È dunque un onere imprescindibile quello di occuparsi seriamente dell’eliminazione di scompensi e disarmonie a carico della personalità, prima che esse si strutturino radicandosi in profondità. In un mondo dominato dall’elemento maschile, con tendenze discriminatorie nei confronti degli aspetti femminili, dove permane comunque la propensione ad un’identificazione totalizzante con il corpo e con il genere, questa ricerca di integrazione non sempre risulta tra le più facilmente accettabili. La cultura Bhaktivedantica insegna a guardare con lo stesso rispetto a donne e uomini, non immedesimandosi unilateralmente in un genere o nell’altro, perché l’immagine che ci rimanda lo specchio non corrisponde alla nostra natura originaria e profonda. Il sé è ben oltre le connotazioni storiche e temporanee di maschio e femmina, la sua identità pura mente spirituale è definita in sanscrito nitya svarupa ed in essa trovano perfetta sintesi ed espressione qualità maschili e femminili. Il sé è l’essenza spirituale (atman) e il centro unificatore della coscienza, è l’individualità unica ed eterna, la quale non risente ontologicamente delle patologie che affliggono il corpo e la mente. Come spiega anche Jung, grande studioso di opere indovediche, l’individuazione del sé è la chiave di volta di tutti i processi di evoluzione e di crescita umana. La scoperta dell’atman permette al soggetto di centrarsi in sé stesso, di ritrovare il proprio baricentro. Essa armonizza ed equilibra tendenze opposte, sana le contraddizioni e i conflitti dell’io storico, amplificando la coscienza in direzione della sua universalità. Per spiegare il principio universale del sé Jung elabora un interessante parallelismo con il processo alchemico. Gli antichi alchimisti si proponevano di trasformare la materia grezza in oro filosofale e nella Nigredo alchemica Jung vede il confronto con l’ombra della personalità, nell’Albedo il confronto con gli archetipi dell’Anima e dell’Animus e nell’Opus la scoperta della coscienza integrata del sé. L’esperienza di unione e integrazione degli opposti complementari si consegue con il raggiungimento di un livello superiore di coscienza, nel quale le categorie del mondo e del pensiero ordinario vengono trascese conciliandosi in una unità dinamica. Come asseriva Lewin, “le parti sono diverse dalla loro somma”. Nella Bhagavad-gita (II.45) colui che ha trasceso la forza magnetica degli opposti è definito nirdvandva. Per i latini eludere i campi di forza degli opposti era la “congiuntio oppositorum” ricercata da tutti coloro che capivano che esiste una dimensione superiore di completezza, libertà e amore, in cui ci si può esprimere all’infinito senza le catene dei condizionamenti e della convenzionalità.
Tratto dal libro ‘Dall’Eros all’Amore’.

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