Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘consapevolezza’ Category

Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.  Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda). Rimuovere avidya rappresenta il primo indispensabile passo da compiere per attivare il decondizionamento ed arrivare a quella dimensione in cui si può percepire appieno la nostra natura profonda, ontologica. A tale scopo non è però sufficiente l’informazione teorica che l’essere è di natura spirituale e immortale. Alcuni credono che una volta affrontate certe questioni dal punto di vista concettuale il lavoro sia concluso, ma la realtà è ben diversa. Una conoscenza di questo tipo può rappresentare un buon inizio, ma per dare risultati concreti deve poi essere calata nella pratica, vissuta, sperimentata, fino a diventare, in maniera sostanziale, continua e stabile, qualcosa di luminoso per il ‘sé’ e per la coscienza del soggetto. Soltanto dopo la sperimentazione, la conoscenza acquisita costituirà una conquista ed una consapevolezza stabili. Il vero imperativo della vita consiste dunque nel conoscere chi siamo. Non soltanto i rishi vedici affermavano questa verità, ma anche Socrate, Platone, Lao-Tze e gli illuminati di tutti i tempi e di tutte le tradizioni. Dopo avidya, la seconda causa di condizionamento è asmita, l’identificazione con il corpo e con tutto ciò che ad esso è collegato. Se chiedessi ad alcuni tra voi di presentarsi, qualcuno direbbe: “sono una studentessa” oppure “sono un militare e ho questo grado” oppure: “sono un professore universitario”, “sono un meccanico della Fiat”, “sono un postino”, e così via. Si tratta di identificazioni con il corpo-oggetto, ma l’atman non è oggetto, è soggetto. Se vogliamo liberarci di ciò che ci limita e ci impedisce di avere piena libertà di azione, per prima cosa dobbiamo conoscere l’origine dei nostri condizionamenti. Essi sono generati proprio dall’identificazione con il corpo, con un ambiente, con un colore di pelle, con un ruolo nella società che li crea. La terza e la quarta causa di condizionamento sono raga (attrazione) e dvesha (repulsione). È utile studiarle assieme poiché sono come due facce della stessa medaglia. Gli antichi saggi spiegano infatti che ciò che genera attrazione, poi finirà col generare repulsione, mentre ciò che genera repulsione potrà successivamente generare attrazione. Il saggio si sottrae a questi due condizionamenti trascendendoli entrambi. Raga, si potrebbe tradurre anche con il termine “piacere”; paradossalmente, il cosiddetto piacere diventa causa di condizionamento e presto cede il posto al suo contrario: il dolore. La Bhagavad-gita (V.22) insegna che: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, che sono dovute al contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, questi piaceri hanno un inizio e una fine e l’uomo saggio non trae gioia da essi”. È facile per tutti capire che la repulsione (dvesha) è fonte di sofferenza, ma molti hanno difficoltà a comprendere che anche il piacere può diventare origine di condizionamento e conseguenza di dolore. Questo perché, a causa della natura instabile di questo mondo, non possiamo aspettarci di mantenere per sempre gli oggetti del nostro piacere. Nel momento in cui li perdiamo, proviamo un dolore che è tanto acuto quanto intenso, a causa dell’attaccamento che abbiamo sviluppato per essi. Abhinivesha è la quinta fonte di condizionamento ed è costituita dall’attaccamento alla vita in un determinato corpo, ovvero, tradotto in termini occidentali, dalla paura della morte. Può essere una lucida ossessione giornaliera o rimanere serpeggiante nell’inconscio, ma il concetto che ognuno ha della morte è un condizionamento che dura tutta una vita e anche vita dopo vita. Se si è oppressi da questi condizionamenti, l’armonia è pressoché impossibile, è pura utopia, mentre diventa una dimensione reale quando i condizionamenti vengono meno. L’armonia ha inizio con la comunione di quelle che Jung ha chiamato funzione estrovertita e funzione introvertita. La funzione estrovertita, come già detto, è la caratteristica di proiettarsi nel mondo, di identificarsi, di misurarsi con l’oggetto e di far dipendere massimamente la propria opinione dall’oggetto, di verificare se quello che si sente è vero in base alla risposta che dà l’oggetto. Di per sé questo atteggiamento è già patologico, ma è proprio di una fascia così ampia di popolazione che ormai viene considerato normalità. Nella funzione introvertita l’individuo tende ad avere un riscontro esclusivamente interiore che spesso, nella sua forma patologica, porta ad una negazione del mondo e degli oggetti, quindi di tutto ciò che è esterno a sé. L’armonia è comunione tra le due funzioni estrovertita e introvertita e quindi trascendimento delle stesse, dove l’oggetto e il soggetto partecipano della causa originaria da cui entrambi provengono. Quindi, spirito e materia, essenza e sostanza, tornano ad armonizzarsi sul piano spirituale ed ecco che si ristabilisce la salute psicofisica. In questo modo si spiegano remissioni spontanee di malattie gravissime, guarigioni miracolose e facoltà mentali straordinarie, anche se spesso la persona viene illuminata per breve tempo e poi torna nel grigio della “normalità”.
Tratto da Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza.

Annunci

Read Full Post »

SULLA SUBLIMAZIONE.
di Marco Ferrini.

La sublimazione è l’arte di trasferire gli impulsi su di un piano superiore, quindi potrebbe essere definita come ‘arte della trasformazione dei contenuti psichici. E’ fondamentale applicare la propria forza di volontà su piani ideali superiori perché se tale forza s’inclina verso il basso, l’esito sarà il mancato conseguimento dei propri progetti di crescita culturale, psicologica e spirituale, quindi l’insoddisfazione e il concreto rischio di incorrere in numerosi incidenti di percorso. Il processo della sublimazione avviene al più alto livello attraverso la preghiera e la meditazione, ma può essere favorito anche dall’esperienza estetica. Si pensi alla musica o ad una danza, che si esprime attraverso il corpo, la mimica, il ritmo: possono sembrare semplici esercizi estetici, ma attraverso di essi un’energia di natura negativa, talvolta persino distruttiva, derivante da rancori, violenza, inimicizie e simili, può rigenerarsi in energia ecologica e positiva, quel che si fa viene compiuto come atto di offerta al Divino. L’arte di far affluire le energie psichiche a livelli superiori è di grande valore e beneficio. Attraverso quest’arte i gradi di egoismo individuale possono gradualmente essere superati passando a stadi evolutivi sempre migliori: l’interesse può allargarsi dal piano personale a quello familiare, da quello di gruppo ad uno sempre più esteso all’intera compagine sociale, fino a considerare come primario il bene di tutte le creature di qualsiasi specie. L’espansione della benevolenza verso tutti gli esseri viventi porta ad una fratellanza cosmica e alla riscoperta di Dio come origine, seme e sostegno dell’universo in tutte le sue forme e manifestazioni di vita.Ogni esperienza dovrebbe essere considerata come una preziosa opportunità per migliorarsi, senza far distinzione tra amici o nemici, poiché in ogni creatura si dovrebbe vedere un frammento di Dio, sapendo guardare con occhio equanime alla zolla di terra e alla pepita d’oro (si veda Bhagavad-gitaVI.8). La tradizione psicologica della Bhakti offre strumenti teorici e pratici per acquisire questa capacità ed attitudine alla vita, raggiungendo quell’alto livello di consapevolezza che consente di affrontare in maniera costruttiva-evolutiva qualsiasi evento, anche i più dolorosi, senza esserne emotivamente travolti. Gestire la propria emotività è ben più difficile che gestire i propri pensieri. Al contrario di questi ultimi, infatti, le emozioni sono impulsi psichici prodotti dall’interazione di stimoli esterni ed interni che non passano attraverso un processo di razionalizzazione, e dunque non vengono mediati né sufficientemente arginati dall’intelletto (buddhi); come un fiume in piena, tracimano dal piano inconscio verso l’esterno. Spesso la propria comprensione dell’importanza della sublimazione si blocca ad un piano meramente razionale-teorico, senza un esercizio significativo dedicato alla sua realizzazione, ed accade che dall’inconscio fluiscano emozioni che risultano inarrestabili e che operano in senso contrario alla direzione in cui la persona vorrebbe andare. Per superare tali discrasie interne e realizzare sostanziali miglioramenti nella personalità si dovrebbe operare a livello della psiche profonda attraverso gli strumenti della visualizzazione meditativa e dell’immaginazione attiva e superare il piano meramente -intellettuale la consapevolezza del sé ed ascendendo ad una consapevolezza e ad una visione spirituali.

Read Full Post »

Ogni persona è per propria natura desiderosa di amare ed di essere amata. In realtà la vita non ha altro scopo e in nient’altro trova il suo valore se non nell’amore, ma la cognizione certa di tale sentimento è un traguardo elevato e, come tale, richiede impegno, consapevolezza elevata, cura, sacrificio, coerenza, lealtà e verità. L’amore è un sentimento radiante, potenzialmente capace di espandersi all’infinito, in grado di dare completa soddisfazione all’essere rendendolo interiormente forte e autonomo, libero da condizionamenti, consapevole e maturo. Esso rappresenta il sentimento naturale e spontaneo della nostra matrice più profonda, della nostra spiritualità. Nella cultura diffusa dell’Occidente il vero amore è un po’ come l’Araba Fenice: mitologico, raro e spesso apparentemente irraggiungibile. Generalmente le persone sperimentano più di frequente l’eccitazione dei sensi, ma scoprono poi, con delusione e sofferenza, che non si tratta di qualcosa che nutre veramente, anzi, spesso depaupera corpo e mente di energie preziose. L’amore autentico è sperimentato da chi vive nella consapevolezza della sostanza autentica dell’essere e della realtà e dona una gioia duratura, profonda e indipendente da condizioni esterne. La cultura della società in cui viviamo è purtroppo impregnata di concetti falsi, superficiali, pericolosi, che inducono i cittadini-consumatori, che sono sempre in cerca di stimoli, di eccitazioni e di nuove promiscuità in equilibrio precario, a diventare assillati ricercatori non di amore ma di eros, se non addirittura di infima promiscuità. Quindi per riscoprire l’amore in tutte le sue speciali e sublimi sfumature (i rasa descritti nei testi della tradizione Bhaktivedantica) occorre prendere coscienza di noi stessi e della nostra natura più profonda, poiché tutte le problematiche della sfera affettiva sono collegate ad una percezione distorta del senso di sé. Il Vedanta, lo Yoga ed altre opere della letteratura indovedica descrivono l’essere incarnato come composito, poiché costituito biologicamente di un corpo oggetto dell’esperienza empirica, caratterialmente di una struttura psichica e spiritualmente di una essenza eterna e immutabile. Questa, l’atman, rappresenta il fulcro e baricentro della personalità, il centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e sostegno stesso della vita. Il paradosso consiste in questo, che proprio di essa, della sua essenza vera l’individuo smarrisce la consapevolezza a causa dell’imporsi di condizionamenti strutturati. Questi ultimi rendono la persona schiava di una percezione e di una comprensione superficiale di sé, che la vincolano alla dipendenza da stimoli sensoriali e da passioni egoiche, da bisogni indotti. Tutti legami che però spesso appaiono insopprimibili, fino ad occupare l’intero campo della coscienza. Se l’amore è la più alta espressione dell’essere, l’eros lo si può paragonare ad un fuoco che divampa e tutto divora, fino a distruggere anche se stesso. In mancanza infatti di un processo di elevazione della coscienza, i desideri e le bramosie, frutto dell’identificazione con il corpo psicofisico, non diminuiscono con l’indebolimento del corpo, bensì sempre più incatenano al continuo sorgere e dissolversi di attrazioni e repulsioni (raga e dvesha) fondate su di un’affettività patologica che produce relazioni frustranti, con profonde delusioni e sofferenze. I grandi Maestri della tradizione Bhaktivedantica hanno insegnato come superare gli opposti e riscoprire il sentimento vero dell’amore attraverso la destrutturazione dei condizionamenti e la trasformazione e sublimazione delle proprie energie. Il processo chiamato sadhana-bhakti, che viene compiutamente descritto nella letteratura Bhaktivedantica, permette di avviare tale fondamentale opera di trasformazione, sublimazione e trascendenza delle pulsioni egoiche, consentendo di accrescere e valorizzare le qualità migliori di ogni individuo e renderlo capace di compiere quell’affascinante viaggio interiore che fa giungere dall’io al sé, dall’eros all’amore, dalla morte alla vita. Il segreto del successo per avvicinarsi sempre più a tale stato interiore dell’essere, fondato sulla più alta consapevolezza spirituale, non risiede dunque nella repressione di istinti e passioni. Infatti, questi, se repressi tendono a strutturarsi in maniera ancor più potente a livello inconscio. La soluzione non può essere nemmeno quella del loro libero sfogo che aprirebbe completamente le porte al dominio della coscienza da parte dell’ego o io inferiore. Quindi la realizzazione del sé e l’elevazione fino al sentimento dell’amore richiedono trasformazioni armoniche della personalità, scelte ponderate, svolte coscienti e sono l’esito di una serie di sforzi ben coordinati e costanti, volti a consentire il passaggio del potenziale umano dalle istanze dell’ego a quelle del sé, attraverso lo sviluppo delle più elevate qualità dell’anima. Come ha affermato anche Arthur Schopenhauer, “l’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”. La conoscenza di immediato valore pratico che ci tramandano i testi millenari della tradizione Bhaktivedantica, con i loro tanti e significativi esempi di vite trasformate e di coscienze illuminate, oltre alla nostra personale esperienza nell’applicazione di tali metodologie, ci dimostrano che tale trasformazione dei sentimenti è possibile attraverso un processo di rieducazione della personalità. Cambiamento in cui pulsioni ed emozioni possono essere ri-orientate e rese propedeutiche a quell’evoluzione interiore che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla solida beatitudine della Bhakti, quindi del vero amore trionfante.

Per approfondimenti si consiglia la lettura del libro Dall’Eros all’Amore, di Marco Ferrini – Ed. CSB.

Read Full Post »

L’ESPERIENZA ESTATICA D’AMORE QUALE CHIAVE
PER LO SCRIGNO DELL’AUTENTICA FELICITA’
.
di Marco Ferrini.

La vita è scambio di amore, si basa sul dare e ricevere amore. Chi ha carenze d’amore vive una vita triste, dominata dalla sua personalità ombra. Finché non chiariamo l’equivoco di base sull’identità non ci sarà possibilità di sviluppare amore; questo sentimento che è sapienza divina si degrada in sentimentalismo e la vita viene conosciuta soltanto attraverso meccanicismi sensoriali. Da tempo immemorabile sembra che dentro di noi convivano due persone. Una è l’io storico, detto anche “falso ego”: sospettoso, arrogante, orgoglioso, irritabile, egocentrico e sostanzialmente pauroso e vile. L’altra è il sé, l’essere spirituale spesso celato, l’atman, la cui chiara voce di saggezza solo raramente viene udita e ancora più raramente ascoltata. Il sé (terminologia yunghiana), l’anima (terminologia cristiana), l’atman, (terminologia vedantica), è il solo esistente reale. L’io è solo l’ombra del sé, che prende realtà a causa di una distorsione mentale che nella lingua italiana, viene definita immedesimazione. Quando un soggetto si immedesima in qualcos’altro rispetto a se stesso si verifica un coinvolgimento condizionante che è poi alla base di tutti gli attaccamenti ad una serie di oggetti effimeri, per natura soggetti a trasformazione, degrado e dissoluzione. Il più forte tra tutti questi attaccamenti, il più diffuso, il più vissuto come assolutamente normale è l’identificazione con il corpo. Pur arrivando talvolta a comprendere che in essenza noi non siamo il corpo, sono veramente rari coloro che non si identificano con esso. E’ vero che il corpo umano è un dono divino, uno strumento di straordinaria preziosità, ma non è noi. Il sistema nervoso è una poderosa macchina ideata per portarci al successo, nella dimensione dalla quale siamo venuti, quanto di più affascinante si possa immaginare in termini di struttura biologica, ma non è in sé la vita. Quando la vita scivola via dal corpo, ad esempio per un infarto, benché tutto il sistema nervoso sia fisiologicamente intatto, potete constatare che la persona è morta. Quindi ciò che fa funzionare meravigliosamente questa macchina portentosa è l’atman, l’oggetto della nostra ricerca. La civiltà moderna, che ha grandi meriti in innumerevoli campi, produce tuttavia una cultura ombra perché comunica ossessivamente l’identificazione con il corpo, la necessità di acquisire ricchezze, per ambizione di potere e per esorcizzare la paura pur sapendo bene che, per definizione, la ricchezza è come l’acqua del mare, più se ne beve e più si diventa assetati. Il mito falso di una vita agiata fondata sul piacere dei sensi è la più grave calamità in corso, la più dolorosa, e più mortifera. La ricchezza, la vecchiaia, la gioventù, la bellezza non garantiscono la felicità, altrimenti i problemi della droga, della violenza, dell’alcolismo, del tabagismo non sarebbero così diffusi. Nella condizione non illuminata di identificazione con la mente il piacere è spesso l’aspetto gradevole e fugace del ciclo continuo e alternato di dolore e piacere. Il piacere deriva da qualcosa che è esterno a noi, mentre la gioia nasce dall’interno. Ciò che oggi ci dà piacere domani ci procurerà dolore perché, per quanto possa durare, prima o poi dovremo inevitabilmente separarcene, e la sua assenza sarà per noi fonte di dolore. Se ci pensiamo bene ogni piacere contiene in sé il seme del dolore, l’altra faccia della medaglia, che si rivelerà col tempo. Quando le passioni agitano il cuore e la mente si provano molti dolori a causa degli attaccamenti materiali. Queste forze, se non ben organizzate, armonizzate e canalizzare, non lavorano per il nostro bene. Molte tendenze distruttive vengono vissute inizialmente come innocue per mancanza di conoscenza, di discernimento fra l’Io ed il sé, di discriminazione fra l’effimero ed il reale (avidya). Occorre quindi la Conoscenza per canalizzarle, per trasformarle, come si fa con le acque impetuose di un torrente quando si converte il loro impeto da energia distruttiva in energia elettrica oppure in energia motrice per far girare le pale di un mulino. Noi siamo dotati di un meraviglioso sistema progettato per il successo della nostra struttura psichica rendendola capace di realizzare il processo di autoconsapevolezza al fine della nostra elevazione. La capacità di riflettere sul proprio processo di pensiero e di distaccarsi emotivamente dalle emozioni è una prerogativa esclusivamente umana, che ci differenzia dagli animali, la cui struttura psichica non è altrettanto evoluta. Gli uomini hanno la prerogativa di poter governare le tendenze, che invece negli animali regnano sovrane e si chiamano istinto. Questa è la grande differenza nell’ambito del regno animale tra gli uomini e gli animali propriamente detti. Noi possiamo analizzare i nostri paradigmi per determinare se sono reali oppure se dipendono da condizionamenti o situazioni impermanenti di vario genere. Gli animali non possono cambiare le proprie tendenze, mentre gli umani possono farlo. Magari può richiedere sacrificio ma ne vale veramente la pena. L’impresa, perché di vera e propria impresa si tratta, di elevare la coscienza e di espandere la propria visione della realtà è la più grande decisione che un essere umano possa pretendere. Mai avrete speso meglio il vostro tempo, mai avrete speso meglio la vostra salute, il vostro vigore. Chi invece consuma il vigore, la salute, il tempo e il denaro in imprese effimere vede crescere solo la propria miseria e la propria insoddisfazione. Infatti anche quello che prima di conseguirlo vi attirava come miele, una volta ottenuto si rivelerà nella sua inconsistenza intrinseca legata alla sua temporaneità. Ogni sogno crolla di fronte alla sua realtà, tranne il sé e Dio. Per questo i grandi saggi di tutte le tradizioni religiose dicono che questo mondo è sofferenza, che l’esperienza umana è un’esperienza di dolore. Ma se questo è vero in senso generale ciò non toglie che ciascun individuo dotato di buona volontà può di fatto trasformare il proprio destino e conoscere il successo nutrendosi di quel sentimento per cui noi tutti viviamo: l’amore. L’emozione estatica di amore, soddisfazione e intensa felicità può essere sperimentata anche nella dimensione nella quale viviamo attualmente, purché ci si liberi dalle morse attanaglianti dei condizionamenti. Nella letteratura vedica troviamo descritta la figura del jivanmukta, termine che risulta dalla combinazione di due termini sanscriti: jivan, che significa vita, e mukta che è participio passato di moksha, liberazione, e si può tradurre quindi con liberato. Dunque jivanmukta è il “liberato in vita”. Nei Veda questo termine è ricorrente ed indica che esiste la possibilità di essere liberati anche qui, sebbene temporaneamente il jiva sia ancora incapsulato nel corpo fisico. L’emozione estatica costituisce la natura stessa dell’anima, la sua attitudine più propria o atman svabhava. Quando questa dimensione si sfiora semplicemente è chiamata bhava, quando si penetra in essa viene definita prema. Anche un semplice contatto con essa produce emozioni che restano indimenticabili per tutto il resto della vita.

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

Read Full Post »