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Archive for the ‘condizionamenti’ Category

Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato. La tendenza dell’uomo occidentale medio è proiettarsi fuori di sé per identificarsi con l’oggetto, cercando di valorizzarsi in esso. In questa proiezione verso l’esterno l’individuo si è smarrito, per cui, con grande difficoltà e spesso con sofferenza, si chiede: “Ma io, chi sono? Qual è la mia natura? Qual è il senso della vita? Da dove vengo? È questa la mia prima nascita? Cosa mi accadrà dopo la morte?”. La filosofia delle Upanishad risponde a domande come queste. Nel saggio “Vita, Morte ed Immortalità”, rifacendomi a vari passi della letteratura vedica, ho spiegato tutte le dinamiche che precedono e che seguono la morte fisica. Nel Rigveda, nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Bhagavad-gita e nelle antiche narrazioni note come Purana, sono contenute dettagliate informazioni volte a spiegare quali sono le dinamiche che governano e guidano l’essere nei drammatici momenti in cui fuoriesce dal corpo. Il grande affresco cosmologico e cosmogonico dipinto dai Purana dà la possibilità, a qualsiasi ricercatore sincero, di approfondire la propria esperienza e conoscenza, per contestualizzarsi secondo le proprie coordinate di guna(1) e karma(2), sapendo da dove proviene, dov’è e dove sta andando. Dall’acquisizione di questi dati, gran parte della tensione che attanaglia l’uomo si depotenzia e la serenità insita nella natura umana, sorge di nuovo; dalla serenità sgorga la letizia e dalla letizia la beatitudine, che costituisce la natura ontologica dell’essere vivente. L’esatto contrario accade quando l’essere si identifica con le varie “etichette” o personalità storiche nascita dopo nascita: “Sono una donna. Sono giovane e bella. Sono anziana. Sono vecchia e malata”. In quest’ultimo caso il dolore viene vissuto come esperienza di funzioni che vengono meno, di disadattamento rispetto allo stile di vita precedente; ne consegue una depressione, che porta con sé una profonda sofferenza psichica. Generalmente le persone concludono il loro segmento di vita, angosciate, impaurite, sofferenti, il che certamente non proietta verso una bella prospettiva. Non è mia intenzione spaventare nessuno, ma qualsiasi individuo con una visione aperta, sensibile a tali tematiche, si sarà già reso conto dell’esistenza di questi problemi e dell’importanza di trovare una soluzione. Il punto dolente sta nel fatto che la società non vuole pensare a tutto questo e lo rimuove. Le persone preferiscono distrarsi, stordirsi, e nel peggiore dei casi ubriacarsi o drogarsi, nel tentativo di sfuggire alla triste realtà, perché non sanno come affrontarla. L’uomo è un essere difettoso, ma nella sua imperfezione ha una potenzialità: condivide la natura del Supremamente Perfetto, per cui lo si può considerare almeno potenzialmente perfetto. Una volta intuita la strada, l’essere umano ha la capacità di cambiare e, da paradosso qual è, pieno di conflitti, diventare una persona serena, riducendo gradualmente gli strati che lo ottundono, fino a vedere la Realtà. Questa Realtà è stata annunciata da grandi saggi anche all’Occidente. Molti di loro appartenevano a tradizioni mistiche, religiose; altri si erano elevati attraverso l’esperienza personale, anche laica, ma è certo che tutti hanno parlato di una dimensione costituita da immortalità, consapevolezza e beatitudine.

(1) Le tre energie che determinano il condizionamento degli esseri incarnati. Sono: Tamas (ignoranza); Rajas (passione) e Sattva (virtù).
(2) Legge di causa-effetto su cui si regge l’universo fenomenico, per la quale ad ogni azione positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

Tratto dal libro ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’ di Marco Ferrini.

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TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA’ (PARTE QUINTA).
di Marco Ferrini.

5. LA VOLONTA’ NELLA BHAGAVAD-GITA
Nella Bhagavad-Gita sono presenti numerosi passaggi che enfatizzano l’importanza del Ruolo della Volontà: in primo luogo questa Opera sottolinea l’esistenza di un collegamento molto stretto tra il vivere uno stato di trascendenza e il disporre di una Volontà ferma, pura, compassionevole, dolce, misericordiosa. Nella Bhagavad-Gita infatti, la centratura della coscienza in Dio o altresì la visione spirituale, trascendente rispetto alla fantasmagoria del mondo fenomenico, viene frequentemente accostata all’intelligenza stabile, da cui derivano Volontà stabile, umore stabile, emozioni stabili e temperamento stabile. Temperamento, umore ed emozioni sono fenomeni della coscienza e quindi ne sono espressioni: un buon temperamento, un buon umore, e buone, costruttive, appaganti e gioiose emozioni rivelano una coscienza stabile; per poter essere stabile, la coscienza richiede di essere centrata nella propria base, nella propria origine, nella propria sorgente, in sé stessa, ovvero nel Sé Spirituale. Secondo la Bhagavad-Gita la coscienza è da considerarsi stabile esclusivamente quando completamente assorbita nel servizio a Dio; il servizio devozionale rappresenta infatti lo strumento principe per garantire il costante collegamento della coscienza individuale alla Coscienza Cosmica: quando la coscienza si collega a Dio, trascende il dualismo di bene e male, di eccitazione e depressione o di euforia e abbattimento e poiché in tal modo anche l’intelletto si collega stabilmente a Dio, la Volontà si rafforza e diviene solida (Bhagavad-Gita II.50). E’ possibile affermare che esiste una strettissima correlazione tra lo stato dell’intelletto (la parte più nobile dell’intelligenza individuale che può connettersi direttamente alla realtà, all’ordine superiore, al dharma, o a quello che David Bohm, uno dei padri della moderna fisica quantistica, ha definito ordine implicito) e la Volontà. Infatti, quando l’individuo condizionato abbandona l’intera varietà di desideri terreni, desideri per ciò che è temporaneo, effimero, aneliti che sono instabili per natura, per loro stessa definizione in quanto soggetti al tempo allo spazio e realizza che tali desideri non rappresentano altro che manifestazioni apparenti, semplici miraggi, quando nel medesimo individuo tale consapevolezza si rafforza ed è avvenuto il collegamento tra l’intelletto individuale e la Realtà Superiore, l’Essere Supremo, Dio in termini teologici, o il Sé archetipo, in termini psicologici, allora la Volontà diventa ferma, stabile e si colora delle migliori qualità e come afferma Krishna nella Bhagavad-gita shloka II.55: è solo quando il soggetto si pone perfettamente in contatto con l’Essere Supremo, con la pura trascendenza, che conquista un’intelligenza ferma e con essa una Volontà ferma! In tale speciale connessione dell’intelletto individuale con il Supremo, il soggetto non è più affranto dalle triplici miserie dell’esistenza condizionata: Adhibautika, Adhiatmica, Adhidaivika, relative rispettivamente ai disturbi provocati dagli altri esseri viventi, dal proprio corpo e dalla propria mente e dai cataclismi, non si esalta quando riceve buone notizie ed è libero dagli attaccamenti morbosi, dalla paura, dalla collera; in questo stato di mente, è possibile affermare che il soggetto è veramente saggio, la persona può dirsi psicologicamente stabile e ben centrata e la Volontà raggiunge la sua massima espressione: in questo stato psicologico la persona può esercitare la Volontà al massimo livello. Chi è privo di attaccamenti e non si esalta quando ottiene ciò che desidera, né si lamenta quando manca alla soddisfazione dei propri piani, si dice che sia situato perfettamente nella conoscenza: in Bhagavad-gita II.58 si afferma essere veramente saggio colui il quale riesce a ritrarre i sensi nel momento del pericolo, ovvero quando si potrebbe manifestare concretamente il rischio di essere travolti dall’illusione, di incorrere in uno ostacolo evolutivo; tale saggio viene metaforicamente paragonato ad una tartaruga poiché riesce a ritrarre i propri sensi dagli oggetti dei sensi come questa ritrae i propri arti dentro il guscio nel momento del pericolo. Esiste un grande senso di realtà nella Bhagavad-gita e questo senso di realtà evidenzia quante volte le persone rimangano frustrate nonostante abbiano il desiderio di dominare i sensi, le voglie, gli impulsi e quante volte falliscano in questo tentativo; Krishna spiega questo concetto nello shloka II.59: se l’essere incarnato, condizionato cerca di ritrarsi dal soddisfare i propri sensi attraverso un mero esercizio di Volontà, applicata in maniera forte, rude, quasi brutale alla restrizione dell’attività sensoriale, ma continua a coltivare l’attrazione per gli oggetti dei sensi, la brama per l’appagamento sensoriale a livello psichico, questo nobile tentativo non avrà successo e l’individuo cederà alla soddisfazione dei sensi comunque, sarà solo una questione di tempo, poi sperimenterà il fallimento poiché l’applicazione diretta, brutale della Volontà, non è miglior uso che ne possiamo fare. Tanto è vero che il sentimento di bramosia testimonia il desiderio di sperimentare attraverso l’immaginazione, creando la fantasia di godere di qualcosa, utilizzando l’immaginazione in maniera attiva, quando tale meccanismo mentale viene messo in atto, la Volontà può dirsi già vinta e se si tenta di bloccarla con un’imposizione diretta e brusca, si produrrà sempre un insuccesso. Krishna in Bhagavad-gita II.59 fornisce invece la chiave di lettura del problema indicando la soluzione per poterlo risolvere con successo. In realtà questo shloka spiega proprio come sia possibile conseguire questa vittoria innalzando il punto di vista, portandolo in alto, param: su di un piano superiore. Infatti, proprio quando la nostra visione drishtva, testimoniando, sperimentando un gusto superiore, si apre ad una dimensione superiore della vita, sviluppando una concezione superiore dello scopo della vita, diviene possibile resistere alle voglie, alle brame materiali e ridirigere l’immaginazione su saggi scenari, su panorami evolutivi. Krishna continua in Bhagavad-gita II.60 asserendo che i sensi sono così impetuosi da travolgere la mente anche di coloro che cercano di controllarla: dunque si riafferma il fatto che la Volontà non possa essere applicata brutalmente al controllo dei sensi, ma che piuttosto si debba portare l’intera struttura psichica ad un piano superiore, come detto nello shloka precedente. Non ci si deve illudere di possedere una vasta conoscenza, cultura, di essere evoluti e superiori alla percezione sensoriale, in quanto i sensi sono talmente impetuosi da poter essere paragonabili a fiumi in piena che possono travolgere l’assetto mentale anche di una persona che con serietà si sia prefissa di controllarli; dunque non è possibile controllare semplicemente con la Volontà una percezione sensoriale, ma è necessario collegare l’intelletto al Divino, vivere in una coscienza trascendente, in modo che l’intelletto si illumini e sia possibile vedere oltre l’apparenza, che è la percezione sensoriale stessa; al contrario se noi fissiamo la coscienza sulla percezione sensoriale e contempliamo gli oggetti dei sensi, allora nemmeno una forte Volontà sarà in grado di sbarrare la strada alle brame sensoriali. Nello shloka II.61, Krishna continua affermando che colui che dirige i propri sensi verso di Lui e fissa la propria coscienza in Lui, ottiene la soluzione per rendere la Volontà potente: fissando la coscienza in Dio, tale persona potrà dirsi veramente salda nella sapienza. Infatti lo shloka è tasya prajna pratisthita, dove prajna è la sapienza, pratisthita è fissa: Krishna afferma che quando la coscienza è fissa su di Lui, allora la sapienza è fissa, l’intelligenza è fissa e la Volontà diventa stabile. Come si accennava in precedenza, se invece di fissarsi in Dio, la coscienza si fissa sul fenomenico, centrandosi ad esempio sui sensi, la realtà esperita si esaurisce nella percezione sensoriale e come sistema di riferimento viene assunto l’apparato sensoriale, allora anche l’attenzione si riversa completamente sugli oggetti dei sensi ed il soggetto sviluppa un attaccamento irresistibile per tali elementi e da questo attaccamento deriva bramosia (Bhagavad-gita II.62). In tale modo si innesca una spirale discendente, disevolutiva, tale per cui ogni oggetto dei sensi, di qualunque natura sia: istinto sessuale, denaro, competitore, produrrà una reazione negativa nell’individuo che ne sarà colto sviluppando rispettivamente lussuria, avidità, gelosia o invidia, e se il godimento di tale oggetto dei sensi verrà ostacolato l’individuo sarà dominato da una forte collera nei confronti di questo ostacolo e così kama, krodha, lobha, moha e matsara si manifesteranno tutti a causa della contemplazione dell’oggetto dei sensi. E’ quindi possibile identificare una sequenza in questo processo degenerativo: contemplando l’oggetto dei sensi si sviluppa bramosia per questi oggetti, da questa origina collera quando si frappone un ostacolo fra la persona e l’oggetto desiderato, donna, uomo o qualsiasi sia tale oggetto desiderato in maniera morbosa, (Bhagavad-gita II.63) dalla collera si sviluppa frustrazione per il mancato conseguimento o godimento dell’oggetto bramato e dalla frustrazione deriva la confusione della memoria e quando la memoria è confusa l’intelligenza è perduta, e se perde l’intelligenza la persona cade in uno stato di semifollia e allora la Volontà diviene il peggiore strumento a disposizione dell’individuo poiché esercitare la Volontà in tale basso stato di coscienza significa diventare distruttivi e provocare una caduta dello stato evolutivo. Nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.64) viene affermato che chi controlla i sensi praticando i principi regolatori della libertà, attraverso la sadhana bhakti, può ottenere la completa misericordia del Signore e diventare libero da raga e dvesha: attrazione e repulsione, attaccamento e avversione; tale coppia di opposti è destabilizzante per la Coscienza perché sia nell’attaccamento, sia nella repulsione si manomette, si compromette la stabilità della Coscienza: attrazione e repulsione devono essere visti come due punti di un cerchio, essi, nel vortice della percezione sensoriale costituiscono due destabilizzatori che in realtà sottendono la stessa cosa, il medesimo principio, in quanto costituiscono un dvandva, una coppia di opposti e non vanno pertanto considerati due elementi separati, bensì facce della stessa medaglia. Raga e dvesha devono essere entrambi superati impiegandoli al servizio del Signore, di una causa nobile possibilmente trascendente. Il servizio a ciò che si situa ad un livello Superiore consente la armonizzione degli opposti e l’ottenimento di quello stato di sapiente, pura e saggia Volontà per mezzo della quale è possibile agire anche nel mondo evitando spiacevoli incidenti involutivi. Infatti nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.65) viene detto che per colui che è situato nella Coscienza Divina, Spirituale, cioè che ha spiritualizzato la propria coscienza, le triplici miserie dell’esistenza incarnata cessano ed in tale stato di felicità, nello stato di Coscienza illuminata si conquistano stabilità, serenità, gioia, lungimiranza e una Volontà irrefrenabile. Ma colui che fallisce nel collegarsi al Divino, unione che rappresenta proprio il significato stesso del termine Yoga, non può sviluppare né una intelligenza stabile, né un dominio della mente e dei sensi: senza che la struttura psichica sia completamente purificata non è infatti possibile raggiungere uno stato di pace e se non vi è pace, non vi è nemmeno stabilità e se non vi è stabilità, non vi è nemmeno felicità; dunque la Volontà è disturbata dai vari umori prodotti dall’instabilità e in Bhagavad-gita II.67 si dice che come una barca è sbattuta da venti impetuosi, così i sensi e la mente destabilizzano e travolgono l’intelligenza umana se questa intelligenza non è collegata, ma così come una barca non è portata via dalla corrente se ben ormeggiata, se l’intelletto è collegato al Signore (Bhagavad-gita II.50 Buddhi-yukto jahatiha), la vittoria è assicurata e allora venti, correnti marine e qualsiasi imprevisto che la vita incarnata sempre potrebbe riservare, non sarebbero più in grado di danneggiare, destabilizzare il soggetto, poiché il soggetto è ben situato nel Supremo; Krishna torna ad affermare nello shloka II.68 che Colui i cui sensi sono dominati, educati a non essere travolti e fagocitati dai loro oggetti, ma sono da essi staccati, è una persona dall’intelligenza stabile e dunque da una Volontà stabile.

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SENTIMENTI E RISENTIMENTI.
di Marco Ferrini.


Ri-sentimento letteralmente significa “sentire un’altra volta”. In tali casi il soggetto rimane intrappolato in bolle psichiche generatesi nel passato che hanno motivo di esistere solo in esso e non appartengono quindi al presente. Il risentimento è dunque un tornare col sentire ad eventi passati. Questo è un errore gravissimo da compiersi, privo di ogni prospettiva di successo, in quanto solo staccandosi emotivamente da qualunque cosa successa ed occupandosi degli esiti, che ne sono gli effetti nel presente, si può trarre vantaggio da tutte le esperienze. La soluzione ai problemi va ricercata sempre nel presente, poiché relativamente al passato, qualsiasi cosa occorsa non esiste se non nei suoi effetti al presente appunto e, relativamente al futuro, ancora non si è manifestato per cui ci si occuperà di esso quando diverrà presente. Le persone di solito vivono prigioniere del passato e contemporaneamente proiettate nel futuro. L’ego si preoccupa sempre di mantenere vivo il passato perché in esso trova la propria – erronea – identità e si proietta costantemente nel futuro per cercarvi qualche fonte di godimento, perché così pensa di poter garantire la propria sopravvivenza. Quando questo tipo di persone, che sono poi la quasi totalità, guardano al presente, lo osservano con gli occhi del passato o lo riducono ad un mezzo rivolto a conquistare un obiettivo futuro. Nonostante le apparenze pochissime persone vivono nel presente, consapevoli che l’unica realtà è il presente, il qui ed ora. Le persone illuminate invece dimorano nel presente e compiono brevi visite nel passato e nel futuro, solo se necessarie per affrontare aspetti pratici del presente. Nel sedicesimo secolo l’astronomia conobbe una svolta clamorosa che venne chiamata rivoluzione copernicana (la concezione del sistema solare divenne da teocentrica ad eliocentrica); la comprensione che il presente è l’unica realtà esistente, potrebbe costituire un’altra svolta clamorosa e decisiva. Rimanere prigionieri del passato o proiettarsi nel futuro sono due forme di evasione. L’unico tempo reale è il presente. Chi agisce bene nel presente non deve preoccuparsi del futuro: grazie ad una potentissima legge psicologica che è la coazione a ripetere, chi compie il bene oggi è sicuro di compierlo anche in futuro e chi compie il male oggi è sicuro di compierlo anche in futuro, a meno che non si convinca ad attivarsi per la propria evoluzione positiva.

“Quando si dice che qualcuno è in un certo modo, qualche altro è in un altro modo, si deve intendere che lo si diventa a seconda delle proprie azioni, del proprio comportamento. Chi agisce bene diventa buono, chi agisce male diventa cattivo; virtuoso diventa con l’azione virtuosa e cattivo con la cattiva”.(Brihadaranyaka Upanishad, IV, 4, 5).

Il risentimento, anche se riferito a torti o ingiustizie reali, non permette di vivere bene: a volte diviene una vera e propria dipendenza ricercare i torti, perché ormai si è assuefatti al risentimento e, se non si trova qualche torto, lo si inventa. Il risentimento, come una vera e propria droga, crea dipendenza e diviene un’abitudine emotiva: questa è la caratteristica di una mente malata. Il saggio vede un torto e lo riduce a zero tollerando il comportamento dell’offensore in virtù della maturata comprensione che chi compie un torto, lo fa a causa dei propri condizionamenti ed è per questo da considerarsi una persona sfortunata, che non necessita quindi di una punizione supplementare. Colui che si sente per abitudine vittima di ingiustizie si immedesima nel ruolo della vittima, portando in sé quel risentimento che cerca di volta in volta un appiglio cui aggrapparsi, reale o immaginario che sia. Infatti diviene semplice, con questo tipo di predisposizione, cogliere la ‘prova’ dell’ingiustizia o convincersi di essere stati oggetti di un torto anche se obiettivamente si è ricevuta un’osservazione innocente o si è incappati in una circostanza sommariamente neutrale. Il risentimento abituale porta inevitabilmente all’autocommiserazione, che è uno dei sentimenti peggiori che si possano nutrire, in quanto coloro che si lasciano invadere da questo sentimento disperdono tutte le loro energie nel trovare giustificazioni a proprie carenze e difetti, incolpando le altre persone per questi. In tal modo non rimangono loro ulteriori energie da investire in positivo, per comprendere le possibile soluzioni al problema e per adoperarsi costruttivamente nell’applicarle. Quando queste abitudini si sono sedimentate, la persona comincia a cercare con ansia le “ingiustizie” e non si sente a suo agio quando esse sono assenti. Questi individui si sentono “bene” solo quando subiscono torti, è si potrebbe ipotizzare che questo perverso meccanismo sia una delle dinamiche alla base del cosiddetto masochismo. Il risentimento e l’autocommiserazione vanno poi di pari passo con una immagine inferiore e inefficiente di se stessi: una vittima creata proprio per essere infelice. Il risentimento non è provocato dagli altri, dagli eventi o dalle circostanze, ma dalla vostra risposta emotiva alle situazioni. Solo voi avete il potere di farlo sorgere e potete controllarlo solo se vi convincete fermamente che risentimento e autocommiserazione non conducono alla felicità e al successo ma alla sconfitta e all’infelicità, sempre. Chi si nutre di risentimenti non riesce a concepire se stesso come un individuo fiducioso di sé, autonomo, capace di prendere le sue decisioni, timoniere sicuro della propria vita, responsabile quindi del proprio destino. Un individuo malnutrito lascia le redini agli altri, che gli detteranno come deve sentire e come deve agire. Egli dipende interamente dagli altri, come un mendicante; e se qualcun altro vorrà dedicarsi a farlo felice, si sentirà pieno di rancore nel momento in cui questo non accadrà più. Se nutrite la convinzione che gli altri vi devono eterna gratitudine, stima o riconoscimento, vi risentite se questi debiti non vengono continuamente pagati e se ritenete che la vita vi debba una determinata qualità di esistenza, proverete lo stesso risentimento qualora l’aspettativa non si avverasse. Il risentimento è incompatibile con la lotta creativa verso una meta, perché in questa lotta voi siete attori, non spettatori passivi, siete voi a stabilire i vostri traguardi. Il risentimento non fa parte di questo schema e per questo costituisce un meccanismo per il fallimento: nessuno vi deve niente, siete voi che perseguite i vostri scopi, siete voi gli unici responsabili del vostro successo e della vostra felicità!
Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

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