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Archive for the ‘centro studi bhaktivedanta’ Category

Avritam jñanam etena
Jñanino nitya-vairina

Kama-rupena kaunteya

Duspurenanalena ca


La coscienza dell’uomo è coperta dalla lussuria,
 la sua eterna nemica, insaziabile e bruciante come il fuoco.
(Bhagavad-gita 3.39)

 
Caravaggio, David con la testa di Golia,
Roma, Galleria Borghese.

Premessa.

Michelangelo Merisi, detto da Caravaggio, è quasi universalmente riconosciuto, ai giorni nostri, come uno dei più grandi maestri dell’arte di tutti i tempi, non solo italiana, ma mondiale. Questo fascino straordinario che esercita sulle coscienze contemporanee va però confrontato con opinioni di epoche diverse, così da arricchire la nostra visione sia rispetto alla natura dell’arte del discusso pittore, sia relativamente alla natura della coscienza collettiva contemporanea. La quale per molti aspetti si trova a corrispondere alle tendenze espresse da quest’artista o quanto meno trova nelle sue opere l’apologia di atteggiamenti e punti di vista che si sono imposti come modelli di riferimento e paradigmi su cui fondare le nostre esistenze. Data la rilevanza dell’argomento sarà bene concentrare la nostra attenzione e le nostre riflessioni; aprirci ad una rinnovata indagine sulla reale qualità di quelle opere e di quegli autori da cui ci lasciamo così profondamente suggestionare.


Yad yad acarati shreshtas

Tat tad evetaro janah

Sa yat pramanam kurute

 Lokas tad anuvartate

Qualunque azione compia un leader
la gente segue le sue orme.
Tutto il mondo segue la norma
che egli stabilisce col suo esempio.
(Bhagavad-gita 3.21)
L’opera d’arte e l’artista stesso hanno un ruolo specifico nella società che travalica il campo dell’estetica pura e fine a se stessa: l’opera è il mezzo che trasporta lo spettatore verso le dimensioni coscienziali a cui l’autore è pervenuto. Leggiamo quanto esposto in una carta inedita del cardinale Federico Borromeo presso l’Ambrosiana di Milano:
Nell’ordine delle cose umane hanno osservato gl’huomini scienziati ritrovarsi una certa isquisita corrispondenza, e proporzione, della quale essi dicono così. Che quale è la condizione del terreno, tali i frutti e le biade (…), e quali sono i corpi umani, tale esser suole, naturalmente parlando e per lo più la conditione degli ingegni, et ultimamente quale è poi la conditione degli ingegni, tale esser suole la condizione dei loro componimenti per la qual cosa si ha per vero che i vitji dello scrittore, a un certo ombroso e oscuro lume scrivendo, essi si danno a vedere. Perciò Virgilio si conosce esser stato prudentissimo in ogni atto dello sua vita (…). Nei miei dì conobbi un dipintore in Roma [il Caravaggio], il quale era di sozzi costumi, et andava sempre co’ panni stracciati, e lordi a meraviglia, e si viveva del continuo frà i garzoni delle cucine dei signori di corte. Questo dipintore non fece mai altro, che buono fosse nella sua arte, salvo il rappresentare i tavernieri, et i giocatori, overo le cingare che guardano la mano, overo i baronci, et i fachini, e gli sgraziati che si dormivano la notte per le piazze; et era il più contento huomo del mondo, quando avea dipinto un hosteria, et colà entro chi mangiasse e bevesse. Questo procedeva dai suoi costumi, i quali erano simiglianti ai suoi lavori. Non c’è viaggio che non produca in noi una profonda impressione e che non arricchisca il nostro campo mentale di elementi che possono essere tanto benefici quanto pericolosamente tossici. Siamo, dunque, chiamati alla prudenza e, attraverso una valutazione intelligente, a vincere gli impulsi della mente, sempre pronta a lasciarsi attratte e irretire da argomenti lusinghieri che spesso mirano all’auto-giustificazione, al vittimismo falsamente eroicizante, alla subdola complicità, che tutti giustifica, ma che inquina la coscienza e il suo naturale processo di lotta per la liberazione dai condizionamenti e dagli impulsi più bassi. La “rivoluzione” di Caravaggio è falsa ancor più che inconsistente. Non si è mai occupato di altro o di altri che non fosse il suo successo e il suo prestigio e anche questi messi rigorosamente al servizio, non di una causa superiore (scopo specifico dell’arte autentica), ma della propria vanità e arroganza. Per lui l’arte non è strumento di elevazione da una condizione miserevole di vita, non è l’aspetto luminoso di una personalità altrimenti turbolenta, violenta e disgraziata, ma piuttosto ne condivide i caratteri e ne costituisce una glorificazione. L’autentica rivoluzione è quella che passa per la trasformazione di noi stessi in senso evolutivo, e che ci porta a diventare capaci di beneficare ogni essere vivente con spontaneità ed equanimità. Questa rivoluzione è il frutto di una coerente lotta interiore, che armonizza rigorosamente i mezzi al fine; i valori agli strumenti necessari alla loro attualizzazione, e senza che ci sia contraddizione tra questi elementi. Questa relazione è uno dei principi irrinunciabili e fondanti dell’attività artistica, che meglio di ogni altra esprime la nostra somiglianza con il Creatore Supremo: l’arte dunque è imitazione della Natura, non nelle sue forme esteriori e periture, ma nel Suo modo di operare, nelle sue dinamiche sottili, che sfuggono alla percezione sensoriale. Non ho intenzione di demonizzare Caravaggio o di bandirlo dal consorzio umano, ma credo che sia utile fornire alle persone qualche strumento in più per potersi formare una opinione veramente libera e non dettata dalle pericolose mode e gusti del tempo, che come gli infernali vessilli danteschi conducono le genti lungo un sentiero di morte spirituale, oscuro e insignificante.

E io, che riguardai, vidi un’insegna
che girando correva tanto ratta
che d’ogni posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’io non averei creduto
che morte tanta ne avesse disfatta.
(Inferno III, 52-57)

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Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente. Che lo si voglia o no, che ne siamo consapevoli o no – tanto più oggigiorno, cinquant’anni dopo la rivoluzione sessuale e le parole di personaggi come Jack Kerouac – il concetto stesso di “amore” che respiriamo è profondamente diverso da quello che respirava un uomo della Tradizione. Probabilmente non esiste un termine più adulterato nel significato, più abusato nell’essenza, più polisemantico anche quando in un contesto definito. Alzino la mano quanti di noi non si sono ripromessi di non usare mai più tale parola proprio perché atterriti dalla banalità e dalla confusione nella quale l’abbiamo relegata. Ma poi ci siamo ricreduti, e non siamo riusciti a tener fede a questa promessa. Perché? Perché profondamente ne abbiamo bisogno. Nessuno può fare a meno di amare, l’Amore è parte integrante di noi, un’insopprimibile esigenza, qualcosa che non è necessario mettere in agenda per ricordarsi che è estremamente importante nelle nostre altrimenti piccole vite. Non mi sto riferendo soltanto ai rapporti di coppia bensì anche all’amore tra amici, per i familiari, per il prossimo. Già Aristotele insegnò che l’uomo è un essere sociale: non può essere felice se non entra in intima relazione con gli altri esseri. Ma se è vero, come è vero, che nessuno può astenersi dall’amare, lo è anche il fatto che ciascuno di noi ama in modo diverso e con motivazioni diverse. Le motivazioni con le quali ci accostiamo all’amore condizionano in maniera estremamente rilevante le nostre scelte e, dunque, le nostre esistenze. Se guardiamo le relazioni intorno a noi possiamo scorgere innumerevoli sfumature di queste motivazioni e, osservando ancor più da vicino, persino prevedere il futuro di tali incontri affettivi. Alcuni di essi, per esempio, potrebbero facilmente essere stilizzati sulla pagina quadrettata per la partita doppia: affettività basate su bisogni insoddisfatti, chiuse come uccellini che hanno perso la voce in una gabbia con la targhetta do ut des, quasi contratti commerciali a garantire qualche serata di sesso, un’immagine sociale impeccabile o la rata del mutuo parzialmente pagata. È abbastanza matematico: quando vengono meno tali  condizioni desiderabili – e prima o poi vengono sempre meno – la relazione si ripiega su se stessa, si guarda e, non trovando più nulla, se ne va. Quello appena citato è un esempio tanto grossolano quanto purtroppo estremamente diffuso. Chiaramente esistono innumerevoli livelli intermedi, un esempio macroscopico è quello che come motivazione di fondo ha il desiderio di porre fine al senso di solitudine. Potremmo dire che il livello di amore e soddisfazione in tutti questi paradigmi dell’amore è direttamente proporzionale alla rarefazione dell’ego, poiché è l’ego il vero ostacolo all’Amore. Dunque, l’ambiente intorno a noi è inquinato da disvalori prima che dal monossido di carbonio e dai campi elettromagnetici ad alta frequenza, disvalori che derivano da una abissale ignoranza dell’essere umano nel suo insieme e delle leggi invisibili che lo guidano.  L’uomo della Tradizione conosce tali leggi e ne fa il fondamento del suo costruire nel mondo. L’uomo della Tradizione, per esempio, sa che è proprio il tentativo di appagamento senza tenere in adeguata considerazione i bisogni dell’altro che ci condanna ad una soddisfazione superficiale; sa che l’amore, nella sua patetica dimensione di esclusività, non è invero corretto definirlo tale e che quando la funzione Amore è riattivata, si amano tutte le creature. Sa che non conviene mai, bilancio consuntivo alla mano, investire negli attaccamenti, mentre conviene sempre investire nell’Affetto. Sa che l’Amore è la sua funzione più nobile, la sua più grande risorsa, ma anche che per accedervi è necessario elaborare le proprie tendenze, poiché se non impara a canalizzarle in modo opportuno si innescheranno delle dinamiche che corromperanno e disgregheranno questa risorsa, seppur inesauribile, in lui e in coloro che lo circondano.
Estratto da Orizzonti Vedici (Settembre 2010).

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Agostino di Ippona (354-430), santo, vescovo, la  sua mensa era parca e frugale, composta di erbaggi e legumi.

Ambrogio di Milano (339-397), santo, vescovo, tra i primi dottori della Chiesa latina, scrittore, fu assertore del regime vegetariano, escludeva dalla sua mensa carne, pesce, uova e latticini, nutrendosi di erbaggi, frutta e verdura. Diceva: “La carne fa cadere anche le aquile che volano”.
Antioco Eremita, visse fino a cento anni nutrendosi di verdure crude e bevendo sola acqua.
Basilio Magno (330-379), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, padre del monachesimo orientale, legislatore monastico. Fondò una comunità di asceti che si nutrivano solo di pane e verdure e bevevano solo acqua.
Benedetto da Norcia (480-547), santo, patriarca del cenobitismo occidentale, nella sua regola il divieto assoluto della carne per i monaci e anche per i bambini.
Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), santo e dottore della Chiesa, si nutriva di pane, latte e zuppa di verdure. Affermava: “Troverete più nelle foreste che nei libri”.
Bonaventura da Potenza (1651…), beato francescano, nella regola dei Certosini da lui fondata l’astinenza totale dalle carni che estese pure ai monaci ammalati: chi disobbediva a questa regola veniva espulso dall’Ordine.
Caterina da Siena (1347-1380), santa, dottore della Chiesa, una delle maggiori scrittrici del XIV secolo, rinunciò alla carne fin da piccola nutrendosi di pane, erbe crude e bevendo solo acqua.
Cesario d’Arles , santo, scrisse due regole, la prima per i monaci, la seconda per le sacre Vergini del monastero di S. Giovanni Battista. In questa regola era assolutamente vietato mangiare carni.
Chiara da Montefalco vissuta nel 13° secolo, si nutriva di frutta ed erbe selvatiche e pur dormendo sopra un giaciglio fatto di sassi si conservò sempre in salute.
Filippo Neri (1515-1595), dopo una visione non mangiò più carne o pesce e si nutrì esclusivamente di pane, erba e qualche f rutto.

Francesca Romana (1384-1440), santa, sposa, madre, vedova esemplare. Operò strepitosi miracoli. Fin da giovanissima si astenne dal vino e dalla carne.
Francesco di Paola (1416-1507), santo, eremita, fondatore dell’Ordine dei Minimi, per la sua dieta parca e frugale fu chiamato dai suoi contemporanei “mangiatore di radici”.
Fulgenzio di Ruspe, visse verso la fine del 5° secolo, santo, monaco e vescovo, non mangiava mai carne.
Giacomo Minore, apostolo, cugino di Gesù vescovo di Gerusalemme. Secondo Eusebio di Cesarea non mangiò mai carne di animali, né bevve vino.
Giovanni Battista, ultimo dei profeti ebrei, detto il precursore di Cristo, si nutriva di focacce e miele.
Giovanni Bono (1169-1249), fondatore dell’ordine degli Eremiti, non mangiava mai carne; consumava in una settimana quello che i loro confratelli mangiavano in un giorno.
Giovanni d’Avila (1499-1569), santo, sacerdote, si nutriva di legumi e frutta.
Giovanni Maria Vianney (1786-1859), santo e guida spirituale, si nutriva quasi essenzialmente di patate.
Girolamo (345-419), santo e dottore della Chiesa, tradusse e revisionò la Bibbia, auspicava il ritorno alla condizione antecedente il Peccato: “L’astinenza dalla carne ricomincia con la venuta di Cristo”.
Giuseppe Cottolengo (1786-1842), santo, fondatore di 4 comunità femminili ed una maschile ove la regola da lui stabilita prescriveva l’obbligo di non consumare carne.
Gregorio da Nazianzeno (329-389), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, ritenuto il teologo più erudito mai vissuto, si riferisce che mangiasse esclusivamente lupini.
Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), santo, sacerdote, scrittore, non consumava né carne né pesce.
Matteo, apostolo, santo, evangelista. Clemente Alessandrino riporta che si nutriva di frutta, semi ed erbaggi.
Migne (1800-1875), abate francese, riteneva l’astinenza dalla carne ciò che maggiormente contribuiva alla perfezione e alla felicità dell’uomo.

Nicola da Tolentino (1245-1305), santo ed eremita agostiniano, si asteneva da carne, pesce, latticini e dai condimenti con grasso.
Nilo ( 910-1004), santo, mangiava pane, legumi e frutti e beveva solo acqua.
Paconio (292-346), santo, iniziatore della vita cenobitica, fondatore di numerosi monasteri ove i pasti erano a base di erbe, pane, olive,  formaggi con divieto assoluto di carne e vino.
Paolino di Nola (353-431), santo, osservò sempre l’astinenza dalle carni.
Pietro, apostolo, santo. Nei Ricognitinoum libros di Clemente Romano si riferisce che si nutrisse di pane, olive e raramente erbe.
Pietro d’Alcantara (1499-1562), santo, asceta francescano, uno dei più grandi mistici spagnoli, si nutriva tre volte a settimana consumando solo piselli e fave.
Pietro il Galata, consumava solo pane ed acqua.
Pietro Regalado, santo, francescano di stretta osservanza, straordinario taumaturgo, nelle comunità che fondò i membri si nutrivano solo di legumi, estendendosi da carne e vino.
Pio V (1504-1572), santo, vescovo, cardinale e poi papa, si nutriva con erbe e legumi.
Tommaso d’Aquino (1220-1274), santo, massimo rappresentante della Scolastica medioevale, eminente teologo, riteneva che carni, latte e uova costituissero il massimo incentivo alla lussuria.
Vincenzo Ferret (1350-1419) santo domenicano, è considerato il più grande predicatore di tutti i tempi, si asteneva dalla carne.

Franco Libero Manco

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PREMESSA
Il Vastu-vidya(1), la millenaria e ancora attuale scienza dell’abitare, frutto maturo dell’albero dei Veda(2), considera la casa come un organismo vivente, cioè un corpo fisico reso vitale dalla presenza del vastu purusha(3). Nell’eco-sistema generale, la casa è vista come microcosmo rispetto al grande Cosmo, col quale si trova in connessione. Secondo il Vastu esiste anche un connubio casa-persona, una corrispondenza speculare fra il corpo della casa e il corpo umano, addirittura un’affinità karmica con la nostra natura psico-fisica individuale. Se un organo o una funzionalità nella fisiologia della casa risulta sofferente, è probabile che un’ analoga patologia  insorga nel corpo della persona che vi abita.

I PIANETI


I saggi illuminati della Tradizione vedica hanno meditato profondamente sul significato dei pianeti nel formulare i principi del Vastu. Ciascuna delle otto principali direzioni cardinali (nord, nord/est, est, sud/est, sud, sud/ovest, ovest, nord/ovest), ovvero ogni specifico settore del raggio cosmico creativo, sono governati da un pianeta, per trasmetterne la forza vibratoria e orbitale in ogni punto del sistema solare, fino dentro la nostra casa. In quella posizione il pianeta risplende in tutta la sua potenza, in sanscrito dig-bala.

Punti cardinali e pianeti nel campo energetico della casa.

Così vengono associati i pianeti e le otto direzioni cardinali:

EST/Sole
SUD-EST/Venere
SUD/Marte
SUD-OVEST/Rahu.
OVEST/Saturno
NORD-OVEST/Luna
NORD/Mercurio
NORD-EST/Giove.
LA PREVENZIONE
Come primo passo, subito metteremo la nostra casa in uno stato di equilibrio energetico, perché non risulti nociva. Questo è necessario nel novantanove per cento delle abitazioni esistenti. Un’abitazione è considerata sana e risanante solo se è in grado di accogliere pienamente, senza “corti circuiti”, le energie di guarigione che ci provengono da quel cosmo, grazie all’azione dei pianeti. Non si può nascondere che ciò risulti più facile  in un’abitazione realizzata ex novo, con un progetto Vastu(4) e  materiali di bio-edilizia. Per le persone comuni il rapporto con i pianeti rimane un fatto misterioso, se non inesistente. Non quando però parliamo del ruolo del Sole o della Luna, nell’economia della nostra vita. Allora tutti capiscono e concordano. Altra cosa se si parla, ad esempio, dell’influenza del pianeta Giove(5), non misurabile e quindi non rilevante.

LA CURA
Quando invece si debba alleviare o guarire una malattia, la terapia della casa Vastu, in sinergia con la diagnosi Ayurveda, applicherà terapie di natura opposta al disturbo, individuando e guarendo la corrispondente area funzionale  sofferente della casa, con rimedi legati alla natura energetica del pianeta dominante. Innalzamento della qualità degli elementi Acqua, Aria, Fuoco, con impiego esperto di luce, pietre, metalli, piante, erbe, cristalli, colori, di forme e geometrie sacre, ma anche una buona conformazione dello spazio domestico, costituiscono i principali strumenti e rimedi Vastu. Questa particolare azione di cura potenzia  le virtù terapeutiche del prana(6), con rapidi benefici sulla qualità della respirazione, e potenziamento apprezzabile di “Luce e Aria”,  parametri essenziali della qualità ambientale. Il Vastu apre la casa al Sacrum,  introducendo anche nel nostro ambiente domestico qualità estetiche, caratterizzate da semplicità, pulizia, luminosità, armonia, essenzialità, che poggiano sulle virtù etiche del cosmo. Il perfetto allineamento dei muri maestri della casa con l’asse geomagnetico nord-sud, verificabili facilmente con una semplice bussola, faciliterebbe un’equilibrata economia energetica, con effetti di benessere psicofisico nei residenti e durabilità delle strutture abitative. Ma quante abitazioni si trovano in questa felice condizione? Meno dell’uno per cento. In passato invece, soprattutto nelle campagne, l’orientamento della casa giocava un ruolo molto importante nella vita quotidiana, in perfetto accordo con l’irraggiamento del Sole, astro dispensatore di vita e di fonti rinnovabili di energia. Se invece la casa non è ben orientata, allora le energie dei pianeti sono assorbite dalla casa e dalla persona caoticamente, con effetti di progressiva gravità. Vi sono casi particolarmente pericolosi di orientamento della casa, il più patogeno si avvicina a 45° gradi rispetto agli assi cardinali. In questo caso ho riscontrato l’insorgere di malattie incurabili, crolli improvvisi nelle strutture portanti della casa, crisi relazionali. Possiamo comunque far affidamento sulle nostre qualità interiori, in primis la volontà, per invertire la rotta del nostro destino. I Veda ci vengono incontro, indicando con chiarezza la via per conseguire la piena salute. Il primo passo consiste nel conoscere e saper riconoscere le tre grandi potenze energetiche, che strutturano e sostanziano ogni forma dell’universo fisico (cosmo, pianeti, il nostro corpo psico-fisico, le cose che ci circondano), in sanscrito Guna(7). Ma non basta la conoscenza. Per un vero e duraturo risanamento occorre sviluppare comportamenti conformi o tendenti verso la parte virtuosa dei Guna, in sanscrito “sattva”, adottando  comportamenti, attitudini sane di vita: una corretta alimentazione, pratiche meditative, comportamenti non-violenti, recitazione di mantra, ecc. Così anche la nostra casa ne risentirà positivamente, in un processo di miglioramento sinergico, innescando un circolo virtuoso. Per l’Ayurveda, la scienza indovedica della vita e della salute, i disturbi fisici si manifestano principalmente a causa di fattori di rischio esterni come una dieta sbagliata, o l’esposizione ambientale ad agenti patogeni (inquinamento chimico, elettromagnetico, stress da radiazioni cosmo-telluriche, ecc). I disturbi mentali invece nascono soprattutto da fattori interni come il cattivo uso dell’apparato sensoriale e l’accumulo di emozioni negative.

FISIOLOGIA DEL CORPO UMANO E LE CORRISPONDENTI ZONE DELLA CASA VASTU
Desidero sottolineare ancora che una casa risanata, con qualità Vastu, rappresenta soltanto un piccolo contributo per la cura di gravi patologie, ma, in sinergia con la psicologia Yoga e la scienza Ayurveda, la terapia della casa risulta di grande aiuto nella prevenzione della malattia. Forse a questo punto è necessaria una piccola premessa, che mostri come le scienze indovediche convergano verso lo stesso ambizioso obbiettivo: acquisire salute bio-psico-spirituale, benessere, felicità, longevità, fortuna. Le fondamenta dell’Ayurveda e dell’Architettura Vastu sono sostenute dai cinque grandi elementi della Natura: Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra. I cinque elementi derivano dai tre guna, ordinati  in sequenza evolutiva. Dal sattva deriva l’etere. Dal rajas derivano l’aria e il fuoco, dal tamas l’acqua e la terra. Quando i cinque elementi si trovano in armonia, equilibrati o nella loro giusta collocazione, imprimono una tendenza verso sattva: se in conflitto, si muovono verso rajas e fanno precipitare verso tamas guna, con effetti patologici importanti. Carenza rilevata dalla diagnosi Ayurveda, può evidenziare la necessità di particolari sostanze nutritive; per esempio, una persona che manchi dell’elemento Fuoco scoprirà come peculiarità del Sole -pianeta collegato all’elemento Fuoco-  il governo della vitamina D, a Marte corrisponde il ferro e a Giove il silicio e il cromo. Come i pianeti agiscono sul funzionamento dell’organismo umano grazie ad una terapia della casa? Come entrare in contatto con il loro potere di guarigione? Secondo la visione della Scienze indovediche, i pianeti presiedono ai vari processi fisiologici del corpo casa-persona, influenzando la produzione naturale di vitamine e minerali, necessari alla nostra crescita e salute, agendo principalmente sulle ghiandole e sugli organi con attività endocrina(8) .

Organismo della casa e l’azione nutritiva dei pianeti.
Quando la casa è orientata con precisione, ben allineata con i punti cardinali, allora assistiamo ad miracolo della natura: le vibrazioni dell’Universo si espandono positivamente nel cosmo della casa, facendolo entrare in risonanza, e con esso risuona il corpo dell’uomo che la abita. Analogie fisiologiche fra il corpo della casa e quello della persona, consentono di poter individuare aree della casa corrispondenti ad organi o a funzioni della fisiologia umana. Ad esempio il cuore della casa, in sanscrito Brahmasthan, è il cuore della persona.
   
Mi è stato sottoposto il caso di una grave malformazione cardiaca in un bambino di due anni. Che rimedio suggerisce il Vastu? Riflettiamo. Poiché ogni problema fisico della persona dipende da uno choc del corpo eterico, l’apporto terapeutico Vastu agirà sulle parti corrispondenti nel corpo eterico della casa e in questo caso sul suo cuore. Ho proposto di concentrare l’intervento Vastu su quello che è il cuore della casa, il Brahmasthan, anch’esso sofferente, con apertura di un  canale di luce fra terra e cielo. Qui ho applicato il simbolo del chakra del cuore (anahata chakra). Ancora, nel caso di tumore osseo, mi è stato chiesto su quale parte della planimetria della casa occorra intervenire prioritariamente? Sia nel caso della cura, sia della prevenzione ho suggerito che si investighi sulla direzione est della casa, la direzione dominata dal Sole, “governatore”, con i suoi raggi ultravioletti, della vitamina D e del metabolismo del calcio, ma anche del potenziamento del sistema immunitario. Già esaminando la planimetria della casa, potremmo avere immediate informazioni importanti sulla salute dell’abitazione e dei residenti e scoprire che non sono presenti finestre rivolte a est, dunque con una parete cieca, che ci priva della luce del mattino, e che magari, come fattore aggravante, la planimetria della casa è mal orientata rispetto agli assi cardinali. Mi si chiede sempre più spesso un suggerimento per la cura di patologie ormai conclamate o incurabili, con una terapia della casa Vastu. Ma è veramente importante comprendere come prevenire sia sempre meglio di curare e che comunque non è mai troppo tardi per introdurre elementi positivi di cambiamento, per un miglioramento dell’ambiente esteriore ed interiore della nostra esistenza.
(1) Termine sanscrito che significa “scienza dell’abitazione”.
(2) Lett. ‘sapienza, conoscenza’. L’insieme delle scritture che la tradizione classica indiana considera di origine rivelata.
(3) Secondo la visione Vastu ogni opera costruita dall’uomo, sia essa una capanna, un palazzo, un tempio, un’abitazione ordinaria o una città, possiede una sua specifica forza vitale, in sanscrito definita Vastu Purusha,  Signore delle abitazioni. L’Uomo cosmico discende e si dispone  con il suo corpo energetico entro i limiti della  casa, sostenendola, vivificandola.
(4) Per approfondimenti sul protocollo Vastu “Il Vastu – La scienza dell’architettura indiana”, Alessandro Checchi, Xenia Edizioni 2009.
(5) In sanscrito Guru, lett. “pesante”.
(6)  Energia vitale primordiale, veicolata dall’aria. Una perfetta casa Vastu non solo realizza un equilibrio emozionale fra Terra e Cielo  ma favorisce un forte flusso di energia pranica (alcuni lo descrivono come una sensazione di vento sottile, altri di respiro cosmico della casa), in grado di scorrere armoniosamente con percorsi sinuosi e di ripulire costantemente i carichi metabolici del sistema casa.
(7) La natura è pervasa da una triplice potentissima energia, i tre Guna, in sanscrito rispettivamente tamas, rajas e sattva. Sattva è la qualità superiore ed ha la natura della luce, della leggerezza, della chiarezza, dell’armonia, dell’equilibrio e dell’intelligenza. Rajas ha la natura dell’energia, dell’azione, della violenza e della passione. Tamas è la qualità inferiore ed ha la natura dell’inerzia, dell’oscurità, dell’ostruzione, della pesantezza e dell’inerzia. Ognuno dei tre Guna è importante e indispensabile nell’economia della nostra vita.
(8) Ghiandole endocrine (ipofisi,  tiroide, paratiroidi, surrenali, ecc.) e organi con attività endocrina (pancreas, gonadi, rene, timo, milza, ecc.) sono organi secretori, deputati alla sintesi e alla liberazione di sostanze utili all’organismo, quali ormoni.

FONTE: http://www.scienzaeconoscenza.it/

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Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.  Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda). Rimuovere avidya rappresenta il primo indispensabile passo da compiere per attivare il decondizionamento ed arrivare a quella dimensione in cui si può percepire appieno la nostra natura profonda, ontologica. A tale scopo non è però sufficiente l’informazione teorica che l’essere è di natura spirituale e immortale. Alcuni credono che una volta affrontate certe questioni dal punto di vista concettuale il lavoro sia concluso, ma la realtà è ben diversa. Una conoscenza di questo tipo può rappresentare un buon inizio, ma per dare risultati concreti deve poi essere calata nella pratica, vissuta, sperimentata, fino a diventare, in maniera sostanziale, continua e stabile, qualcosa di luminoso per il ‘sé’ e per la coscienza del soggetto. Soltanto dopo la sperimentazione, la conoscenza acquisita costituirà una conquista ed una consapevolezza stabili. Il vero imperativo della vita consiste dunque nel conoscere chi siamo. Non soltanto i rishi vedici affermavano questa verità, ma anche Socrate, Platone, Lao-Tze e gli illuminati di tutti i tempi e di tutte le tradizioni. Dopo avidya, la seconda causa di condizionamento è asmita, l’identificazione con il corpo e con tutto ciò che ad esso è collegato. Se chiedessi ad alcuni tra voi di presentarsi, qualcuno direbbe: “sono una studentessa” oppure “sono un militare e ho questo grado” oppure: “sono un professore universitario”, “sono un meccanico della Fiat”, “sono un postino”, e così via. Si tratta di identificazioni con il corpo-oggetto, ma l’atman non è oggetto, è soggetto. Se vogliamo liberarci di ciò che ci limita e ci impedisce di avere piena libertà di azione, per prima cosa dobbiamo conoscere l’origine dei nostri condizionamenti. Essi sono generati proprio dall’identificazione con il corpo, con un ambiente, con un colore di pelle, con un ruolo nella società che li crea. La terza e la quarta causa di condizionamento sono raga (attrazione) e dvesha (repulsione). È utile studiarle assieme poiché sono come due facce della stessa medaglia. Gli antichi saggi spiegano infatti che ciò che genera attrazione, poi finirà col generare repulsione, mentre ciò che genera repulsione potrà successivamente generare attrazione. Il saggio si sottrae a questi due condizionamenti trascendendoli entrambi. Raga, si potrebbe tradurre anche con il termine “piacere”; paradossalmente, il cosiddetto piacere diventa causa di condizionamento e presto cede il posto al suo contrario: il dolore. La Bhagavad-gita (V.22) insegna che: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, che sono dovute al contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, questi piaceri hanno un inizio e una fine e l’uomo saggio non trae gioia da essi”. È facile per tutti capire che la repulsione (dvesha) è fonte di sofferenza, ma molti hanno difficoltà a comprendere che anche il piacere può diventare origine di condizionamento e conseguenza di dolore. Questo perché, a causa della natura instabile di questo mondo, non possiamo aspettarci di mantenere per sempre gli oggetti del nostro piacere. Nel momento in cui li perdiamo, proviamo un dolore che è tanto acuto quanto intenso, a causa dell’attaccamento che abbiamo sviluppato per essi. Abhinivesha è la quinta fonte di condizionamento ed è costituita dall’attaccamento alla vita in un determinato corpo, ovvero, tradotto in termini occidentali, dalla paura della morte. Può essere una lucida ossessione giornaliera o rimanere serpeggiante nell’inconscio, ma il concetto che ognuno ha della morte è un condizionamento che dura tutta una vita e anche vita dopo vita. Se si è oppressi da questi condizionamenti, l’armonia è pressoché impossibile, è pura utopia, mentre diventa una dimensione reale quando i condizionamenti vengono meno. L’armonia ha inizio con la comunione di quelle che Jung ha chiamato funzione estrovertita e funzione introvertita. La funzione estrovertita, come già detto, è la caratteristica di proiettarsi nel mondo, di identificarsi, di misurarsi con l’oggetto e di far dipendere massimamente la propria opinione dall’oggetto, di verificare se quello che si sente è vero in base alla risposta che dà l’oggetto. Di per sé questo atteggiamento è già patologico, ma è proprio di una fascia così ampia di popolazione che ormai viene considerato normalità. Nella funzione introvertita l’individuo tende ad avere un riscontro esclusivamente interiore che spesso, nella sua forma patologica, porta ad una negazione del mondo e degli oggetti, quindi di tutto ciò che è esterno a sé. L’armonia è comunione tra le due funzioni estrovertita e introvertita e quindi trascendimento delle stesse, dove l’oggetto e il soggetto partecipano della causa originaria da cui entrambi provengono. Quindi, spirito e materia, essenza e sostanza, tornano ad armonizzarsi sul piano spirituale ed ecco che si ristabilisce la salute psicofisica. In questo modo si spiegano remissioni spontanee di malattie gravissime, guarigioni miracolose e facoltà mentali straordinarie, anche se spesso la persona viene illuminata per breve tempo e poi torna nel grigio della “normalità”.
Tratto da Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza.

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Il nostro stare in questo pianeta deve essere caratterizzato da una grande attenzione per le forze della natura che da sempre era stata venerata dai nostri antenati. Allora si sapeva benissimo che il corpo, l’anima e l’ambiente sono intrinsecamente connessi. Cosa che noi ora abbiamo dimenticato. Del resto, i nostri antenati e anche i nostri nonni hanno sempre reso onore alla natura e curato sé stessi con erbe antiche, oli da fiori, radici frantumate e con altri metodi originali per una guarigione naturale tramandata di generazione in  generazione. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo riaccendere la fiducia che i nostri antenati avevano nella cura e nei poteri mistici della natura. Quei poteri che sono profondamente radicati nella Filosofia Orientale Classica, che riconosce come interdipendenti fra loro il benessere fisico mentale e spirituale. Per rispettare il Pianeta dobbiamo cessare di mangiare carne i cui allevamenti consumano risorse enormi che vanno scarseggiando. Inoltre esiste un problema di rispetto per questi esseri che possono essere uccisi per divenire cibo solo in casi di assoluta mancanza di alternative. Ma oggi abbiamo tutto senza bisogno di uccidere gli animali. E poi la carne della grande distribuzione fa male per i mezzi artificiali usati per una produzione più grande e veloce.

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…Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante(1).

Questa seconda citazione dantesca ci fa capire come l’opera di Francesco abbia finito per trasformare radicalmente la cultura e la società dell’epoca e come abbia saputo mantenersi e rinnovarsi fino ai nostri giorni, non molto diversamente da quanto abbia fatto il messaggio del suo grandissimo ed eterno Maestro, Gesù di Nazareth, che incarnò questi stessi principi di Amore, fino al limite estremo del proprio stesso sacrificio sulla croce, con lo scopo di trasmettere questo eterno e universale messaggio di compassione e misericordia sconfinate. Questo stesso spirito di sacrificio è condiviso, se pure in misura diversa, sia da S. Francesco, sia da Giotto. Le scene che descrivono le intense attività politiche e sociali di S. Francesco dimostrano che egli non solo dedicò ogni respiro della sua vita al servizio di tutte le creature, ma che lo fece anche impegnandosi intensamente per offrire strumenti concreti affinché tutti potessero prendere parte a questo suo cammino di autorealizzazione. Non solo definì la regola che, attraverso le sue norme, permette di superare gli ostacoli straordinari dei condizionamenti e degli attaccamenti, ma si prodigò affinché questo suo progetto prendesse corpo,  nonostante le grandissime difficoltà che la sua epoca presentava, con strutture di potere pronte a soffocare nelle persecuzioni e nei roghi ogni visione che differisse dai canoni ufficialmente riconosciuti. Innocenzo III, che acconsentì alla richiesta di Francesco, fu il papa che, non solo promosse e sostenne numerose crociate, ma che legalizzò la tortura. La disponibilità di Francesco a confrontarsi con la società nel suo complesso è riflessa nella scena della “Morte del cavalier Celano”, che non solo rimanda al ruolo che questa rilevante personalità ebbe nel sostenere il movimento francescano, ma che evidenzia il tema, di straordinario rilievo sul piano psicologico e spirituale, dell’assistenza in punto di morte da parte di chi può modificare radicalmente le nostre sorti future. In tutte le tradizioni religiose il livello di coscienza conseguito al momento della morte stabilisce la nostra destinazione futura(2). Una terza scena ci fa riflettere sui rischi personali che S. Francesco assunse cercando di interporsi tra le poderose forze che con sanguinose battaglie si contendevano la Terra Santa e le ricchezze materiali e spirituali che questa custodiva. Descrive il viaggio di Francesco a Damietta, in Egitto, al cospetto del nipote del Sultano, il quale guidava le forze “saracene” nella guerra difensiva che le vedeva impegnate contro le legioni dei crociati. Francesco, avendo trasceso gli impulsi che travolsero tante altre personalità religiose dell’epoca, non si lasciò irretire dal fanatismo religioso e determinatamente decise di far prevalere il dialogo, sottoponendosi al rischio del martirio. Accompagnato da un discepolo si imbarcò in quella che può essere considerata la prima e la più autentica missione di pace che, pur non avendo prodotto nessun risultato concreto, permise un sincero confronto col nipote del Sultano, che dovette arrestarsi solo di fronte alle violente resistenze dei teologi dell’Islam, niente affatto disposti ad accettare l’universalità del discorso di S. Francesco, che pure, nei suoi contenuti, rispecchiava in pieno il più autentico e puro messaggio del Corano e dei mistici sufi, che meglio di chiunque altro ne incarnano lo spirito. Nella vita del santo, il senso della responsabilità personale si esprime al massimo livello, non solo nello sforzo di offrire un modello di purezza, ma anche nel desiderio di manifestare la propria devozione con ogni strumento che la divina provvidenza ha voluto concedergli, intelligenza e senso pratico compresi. Giotto stesso si lasciò ispirare profondamente da questo modello e decise di dedicare la propria vita alla trasmissione di questi valori, attraverso tutti gli strumenti che con duro lavoro, determinazione e perseveranza, affiancati da un’intelligente pianificazione, era riuscito a rendere disponibili alla propria arte. La sua dedizione si esprime attraverso la perfezione con cui seppe realizzare le sue opere. Giotto aspira a diventare servitore della sua arte ed impara a sviluppare queste eccellenti qualità umane e spirituali, servendo nella bottega del suo maestro, Cimabue. È lì che impara a gestire le complesse dinamiche della bottega d’arte, con la piena consapevolezza che nasce da una umile disponibilità ad impegnarsi in qualsiasi attività: dalla cottura della fetida cola di pesce, alle spedizioni alla ricerche delle migliori pietre e metalli da cui ricavare i migliori colori, fino alle approfondite pulizie necessarie al buon funzionamento del laboratorio. È attraverso questo processo, che mette alla prova la sua sincera dedizione e la sua autentica vocazione, che l’artista impara a diventare strumento al servizio della sua arte e dei soggetti che questa è chiamata a rappresentare. L’arte è sotto ogni aspetto un sentiero di realizzazione spiritale, un mezzo con il quale è possibile attraversare il “Gran mar dell’essere” e giungere alle sponde del mondo spirituale. Solo l’ignoranza può farci sottovalutare il peso e l’impegno, concettuale e organizzativo, ma anche fisico, che la realizzazione di grandi cicli di affreschi e di altre grandi opere comporta, e il livello di concentrazione sovrumano, che una tecnica come quella dell’affresco implica, per la sua impossibilità a rimediare al più piccolo errore. Solo l’autentico sentimento della bhakti permette di sopportare i disagi che immancabilmente si presentano nella realizzazione di queste grandi imprese. Questo impegno ricorda quello degli architetti e scultori dei templi Hindu che, spesso ricavati da blocchi di roccia preesistenti, vengono rifiniti in ogni dettaglio e senza nessun margine di errore, poiché esso comporterebbe il completo fallimento dell’impresa, rendendo l’intero complesso inadeguato ad accogliere, come sua dimora, la Divinità.L’arte e la santità sono vocazioni che prevedono il pieno sacrificio di sé, volto alla celebrazione del divino e alla Sua più eccellente forma di glorificazione: la narrazione delle Sue avventure e di quelle dei Suoi puri devoti.

(1) Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto I, 103-105.
(2) “Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio. Qualunque condizione di esistenza si ricordi all’istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta”. Bhagavad-gita VIII.5-6

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