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Archive for the ‘Centro Studi Bhakivedanta’ Category

L’uomo ostrica è un essere umano inibito, bloccato. Anche se magari bolle dentro, trasuda, ha tic e ogni sorta di ansietà, non si muove, perché si è creato un guscio troppo duro, che inizialmente poteva funzionare come difesa – dinamica intrinseca alla sopravvivenza – ma poi ha finito per immobilizzarlo. Dove si sviluppa sull’epidermide una parte callosa? In una zona particolarmente sottoposta a sollecitazione. Bene, esistono anche i calli mentali; un callo mentale permette di difendere parti caratteriali emotive fragili, più esposte a sollecitazione, o a violenza. Dal momento che questo è un processo naturale, che sul piano emotivo si manifesta in particolare fra gli umani, va compreso come un meccanismo della Natura grazie alla quale si protegge la sopravvivenza della specie. Tuttavia, se questa callosità viene esageratamente alimentata, diventa un problema, perché ottunde la sensibilità. Da qui l’incapacità di comunicare emotivamente con gli altri, che all’estremo genera la personalità “ostrica”, chiusa in sé stessa perché inibita, non più capace di stabilire un’azione creativa, progettuale nell’ambiente in cui vive. Rompere il guscio è qualcosa da fare con cautela, pena uno shock, una paralisi ancora più grande. Oggi va di moda il self-made man, ma dietro alla maschera di uomo forte che si è fatto da solo si nascondono aree di tremenda debolezza, di dolore, di solitudine e di senso di fallimento personale. L’uomo ostrica è un uomo fallito. Le ostriche comunque si possono anche aprire e trasformare in qualcos’altro. La vita è uno strumento meraviglioso; noi possiamo creare la nostra realtà interiore e la realtà dell’ambiente in cui viviamo. Un evento di per sé ha la sua oggettività; non possiamo negare l’evento, altrimenti sarebbe un’altra forma di alienazione. Dobbiamo piuttosto governarlo. Ma l’uomo ostrica non lo governa, si chiude di fronte ad esso; non interagisce e dopo un po’ pensa che tutto, all’esterno di lui, sia ostile. Ecco che cosa genera la solitudine. Poiché l’atteggiamento che un individuo ha verso gli altri produce lo stesso atteggiamento degli altri verso di lui, chi vede ostilità riceve ostilità, chi vede amicizia riceve amicizia, chi vede apertura e benevolenza riceve altrettanto. Il primo 50% di un’impresa viene deciso dall’atteggiamento che si ha nel momento in cui ci si pone di fronte ad una scelta. Una persona eccessivamente critica, che anche quando dice la cosa giusta la dice male, perché negative sono le sue motivazioni (collera, invidia, bassezze di carattere), inquina gli altri e l’ambiente, ma ancor di più sé stessa. Questo genere di attitudine isola, rende possibile quel fenomeno tutt’altro che piacevole e positivo per lo sviluppo dell’essere umano noto come solitudine. Anche una risposta eccessivamente negativa può produrre inibizione nel nostro interlocutore; se reagiamo in maniera eccessiva ad un’offesa, ad un’ostilità, ad un’antipatia, ad un’apparente o reale minaccia, ciò crea inibizione. Non sono le azioni degli altri a ferire, a procurare ferite emotive, ad offendere, sono piuttosto le nostre reazioni che producono tutto ciò. Una reazione eccessiva indica una instabile e scadente fiducia in sé stessi; poiché la reazione è sopra le righe e quel che produce è un rafforzamento del pericolo, magari erroneamente percepito. Perfino il codice penale condanna la difesa eccessiva rispetto ad un’offesa o ad una minaccia. Il primo problema è quello della conoscenza, il secondo è quello della condotta, il terzo quello del governo o gestione delle risorse. Per prima cosa dobbiamo chiederci a cosa serve vivere e subito dopo: chi sono? Se conosciamo il senso della vita, se conosciamo profondamente noi stessi e capiamo il contesto socio-cosmico in cui siamo inseriti, allora qualsiasi cosa avvenga, piacevole o spiacevole, non avrà su di noi un effetto travolgente, ma sarà uno stimolo per la nostra evoluzione. Finché le funzioni estrovertite e quelle introvertite non si armonizzano, avremo sempre un uomo scisso. Come trasformare una situazione di disgrazia in una benedizione? Attraverso la scienza della coscienza. Quella callosità, quel guscio di cui parlavamo poco fa, in sanscrito avarana, rende l’uomo rigido, chiuso, insensibile, impedendogli lo sviluppo di qualità ontologicamente sue, che deve semplicemente risvegliare. Questo non è possibile finché i condizionamenti schiacciano il soggetto nella sua natura inferiore. In questo mondo, infatti, l’essere è sottoposto, suo malgrado, a vari condizionamenti, barriere che la ancorano ad esperienze di sofferenza e dolore, a frustrazioni e limitazioni, all’incapacità di raggiungere quello cui interiormente aspira.

Tratto da ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’.

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Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all’individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un’aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi. La risoluzione dei conflitti deve operare su due piani: quello più semplice ed immediato è verso l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri. Mentre i problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi, che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi richiede un lavoro interiore serio ed una disciplina da seguire; chi non ha voglia di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella propria personalità, è, suo malgrado, costretto a subire le spinte dell’inconscio e le conseguenze, per lo più ignote, dei propri samskara o dei desideri latenti. Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. È necessario avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è molto rischiosa. Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza; occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire. È assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società, attività, qualsiasi cosa senza averne la conoscenza necessaria. Ci sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino fallimentari. Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono. Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti, paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, diviene anche l’oggetto del conflitto. Affinché la relazione funzioni senza conflittualità è necessario che i due soggetti siano teocentrici. I conflitti si destrutturano in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo si trasformi da solo.

(1) Per approfondire lo studio relativo alle funzioni psichiche secondo la Psicologia dello Yoga si consiglia la lettura del libro Pensiero, Azione e Destino di Marco Ferrini.

Tratto da ‘Affinità Karmiche e Relazioni Familiari’ di Marco Ferrini.

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Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell’efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”).  La tradizione indovedica, con la sua mole di letteratura sull’argomento – inspiegabilmente ignorata dalle università occidentali – offre contributi preziosi e necessari alla comprensione delle dinamiche affettive e relazionali, dei risvolti emotivi e dei sentimenti ad esse sottesi, fornendo teorie, strumenti e metodi di crescita psicologica e spirituale. Un monumento alla scienza psicologica come la Bhagavad-gita, ad esempio, utilizzando il linguaggio del mito e del racconto, ci svela le cinque verità fondamentali sulla condizione degli esseri viventi: Dio (Ishvara), l’individuo (jiva), la natura (prakriti), il tempo (kala) e l’azione (karma) e attraverso un avvincente dialogo tra coscienza superiore (Krishna) e coscienza condizionata (Arjuna), svela via via tutti i segreti di una conoscenza confidenziale, intima e spirituale, intrisa di passaggi gioiosi che parlano direttamente al cuore del lettore. Pronunciate da Dio in Persona, le parole che compongono gli shloka della Bhagavad-gita contengono una potenza rivelatrice che illumina concetti portanti della scienza psicologica. Ad esempio, sul ruolo della volontà e del senso di responsabilità rispetto alle azioni che l’essere umano compie, sul senso di colpa che le accompagna, sulla natura dell’identità individuale, il terzo capitolo offre svariati temi di riflessione, come il rapporto tra io (falso ego) e anima spirituale, l’influenza dei guna (gli attributi della materia) sul comportamento, la condizione esistenziale di chi agisce lasciandosi guidare da una coscienza materiale: 
“Sviata per l’influenza del falso ego, l’anima spirituale, crede di essere l’autrice delle proprie azioni,
che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale.”
(Bhagavad-gita III.27)
In merito all’esercizio della libertà nel rispetto di un ordine etico superiore (il dharma) e alla necessità per l’individuo di mantenere e coltivare il collegamento con il mondo dello spirito e con la sua vera natura, troviamo varie e articolate spiegazioni. 
“È molto meglio compiere il proprio dovere, anche se in modo imperfetto, che compiere perfettamente quello altrui.
È meglio fallire nel compimento del proprio dovere che impegnarsi nei doveri di altri perché seguire la via altrui è pericoloso.”
(Bhagavad-gita III.35)
Riguardo al tema dei rapporti, tutta l’opera è un costante richiamo alla felicità che deriva da un’unione salda ed elevata con tutte le creature:

“Chi vede in ogni essere l’Anima Suprema, ovunque la stessa, non si lascia trascinare dalla mente alla degradazione.
Si avvicina così alla destinazione spirituale.”
(Bhagavad-gita XIII.29)

E anche: 
“Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri viventi e vede tutti gli esseri viventi in Me.
In verità, la persona realizzata vede Me, il Signore Supremo, in ogni luogo.”
(Bhagavad-gita VI.29)
Il dialogo tra Arjuna e Krishna possiede l’eco di una psicoterapia perfetta, fatta di tempismo (rassicurazione e consolazione iniziale, seguita da ritmi incalzanti ed esortazioni, in un generale clima di accettazione e comprensione) che si conclude così: 

“Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale.
Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio.”
(Bhagavad-gita XVIII.63)
Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada scrive, nell’Introduzione a La Bhagavad-gita così com’è: “La Bhagavad-gita (conosciuta anche come Gitopanishad) è considerata una delle maggiori Upanishad e costituisce l’essenza della conoscenza vedica. [….] Che cosa si propone la Bhagavad-gita? Il suo fine è quello di liberare gli uomini dall’ignoranza a cui li ha costretti l’esistenza materiale. Ogni giorno l’uomo si trova alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, sta per affrontare una guerra fratricida; deve o non deve combattere? Chiuso nel suo profondo dilemma, egli cerca una soluzione rivolgendosi a Krishna, che gli espone allora la Bhagavad-gita. Come Arjuna, anche noi siamo immersi nell’angoscia a causa dell’esistenza materiale, che consideriamo come l’unica realtà. Ma noi non siamo fatti per soffrire, perché siamo eterni e la nostra vita in questo mondo illusorio (asat) è solo passeggera. Tutti gli esseri umani soffrono, ma ben pochi indagano sulla loro vera natura o sulla ragione della sofferenza. Nessuno sarà veramente perfetto se non si chiede il perché della sofferenza, se non la rifiuta e sceglie di porvi rimedio. Possiamo considerarci uomini solo quando questa domanda si affaccia alla nostra mente”. Una psicoterapia che non si interroghi sulle qualità dell’anima e sul vero scopo dell’esistenza umana rischia evidentemente di rimanere impantanata in questioni di statistica e di calcoli delle probabilità, allontanandosi dal suo vero senso e dalla sua funzione. Il sistema di pensiero bhaktivedantico, basato su una tradizione millenaria e sostenuto da teorie e da tecniche collaudate nel corso dei secoli, da grandi rishi, offre la certezza di una conoscenza pura ed eterna, fonte d’ispirazione e di gioia per la conquista di una salute fondata sull’Amore.
“Le vostre cure non serviranno a niente se non ci metterete amore”.
 (San Pio) 
“Nessuna medicina è in grado di curare ciò che la felicità non riesce a curare .
 (Gabriel Garcia Marquez)

“La medicina migliore per l’uomo è l’uomo stesso. Il massimo grado di medicina è l’amore”.
(Paracelso)

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Karman e morte: ognuno si trova a subire le conseguenze di azioni compiute in precedenza. Lei ha parlato di “programmazione” della vita: le chiedo qualche commento su questo tema.

Programmare vuol dire agire con consapevolezza, farsi carico in modo responsabile di come “muoviamo” cose e persone intorno a noi. Possiamo farlo secondo tre dinamiche: col pensiero, con le parole e con le azioni. L’azione nasce dal desiderio (kama), si sviluppa nel verbo (vac) e si conclude generalmente nell’atto fisico (karman). Nei Testi Sacri di ritualistica karman sta solitamente ad indicare l’atto per eccellenza, quello sacrificale, l’azione che, se perfettamente eseguita, contiene già in sé il risultato desiderato. Quando invece l’agire è accompagnato da insufficiente consapevolezza, da bassa coscienza, il risultato può prodursi ugualmente ma distorto, imprevisto, non nella direzione desiderata, bensì, magari, in quella opposta. Per progettare il futuro si deve dunque conoscere molto bene la scienza dell’azione, che include la conoscenza delle reazioni. La dottrina del karman assicura a chi la segue il raggiungimento degli obiettivi desiderati; essa viene esposta in maniera accurata nei capitoli quarto e quinto della Bhagavad-gita. La vita incarnata condiziona l’essere a soffrire, ad invecchiare, ad ammalarsi, a morire e a nascere di nuovo. I saggi dell’antichità si sono dunque chiesti: “Ma qual è l’azione per eccellenza, capace di mondare dalle conseguenze che generalmente da essa derivano?”. Questo agire perfetto è magnificamente rappresentato dall’atto compiuto per amore divino (bhakti). L’azione distaccata, motivata dall’amore per Dio, non è paragonabile a quella generata dall’amore mondano, che ha come caratteristiche la lussuria, la concupiscenza, l’instabilità, il desiderio intenso ed egoico di godere dell’effimero. Per amore generalmente s’intende quel sentimento che permette di provare piacere nel dar piacere ad altri, ma nella letteratura Vedica il termine bhakti si riferisce esclusivamente a Dio e al guru e consiste in un elevato e profondo sentimento di fede e devozione amorosa riposto in Loro in egual misura. A questo proposito nella Shvetashvatara Upanishad(1) leggiamo che la conoscenza spirituale viene rivelata alla grande anima che ripone la stessa suprema fede amorosa (parabhakti) in Dio e nel Maestro. L’arte dell’azione consiste dunque in un agire pieno ma distaccato dalle passioni mondane e, al livello più elevato di coscienza, ispirato da una sorta di innamoramento per Dio, per il Creatore, supremo Amico ed Amante. Qualcuno potrà chiamarLo Armonia universale, Coscienza, Bene, ma parliamo sempre della stessa Entità, che ha infiniti nomi, come Brahman, Paramatman, Bhagavan, Ishvara. Il Dio di grazia e misericordia, il Dio d’amore è Bhagavan, la Persona suprema. L’azione compiuta per dovere e tesa alla soddisfazione del Supremo non solo permette di riprogettare la vita in senso positivo e luminoso, ma fa sì che il suo autore non debba più rinascere nel mondo dell’esistenza condizionata. Chi considera il piano fisico come l’unico piano esistenziale ha timore di abbandonarlo, ma coloro che percepiscono dimensioni più elevate, non sono morbosamente avvinghiati al mondo materiale, non hanno un comportamento fobico quando intuiscono che debbono lasciarlo. Dunque i materialisti non si preoccupino: neanche volendo potrebbero lasciare l’universo fenomenico, infatti dovranno rimanere qui fino a che tutte le promesse non saranno state mantenute e tutti i debiti totalmente estinti; prima di allora nessuno potrà evadere dalla prigione del mondo sensibile. In condizione di pura follia i prigionieri a volte se la godono spensieratamente, ma i piaceri mondani hanno vita breve e finiscono immancabilmente per trasformarsi in sofferenza. Il corpo umano è un’opera d’arte, un gioiello, uno strumento di alto valore tecnologico, che potenzialmente permette di fare eccezionali esperienze cognitive; tuttavia è fragile e dura poco. Consapevoli di ciò le persone intelligenti si dedicano alla scienza della realizzazione spirituale e si trasferiscono su livelli di coscienza più sicuri prima che arrivi la tempesta, che si presenta, sempre puntuale, sotto forma di infermità, vecchiaia e morte. Qualcuno può sperare di evitare le malattie, più problematico è sfuggire alla vecchiaia, inevitabile è la morte. La mia sfida nei vostri confronti consiste nel riuscire a farvi rimettere in gioco, a stimolarvi, indurvi a riprogettare il vostro futuro, ma poi siete voi che dovete farlo; voi dovete pensare con la vostra testa ed agire in proprio; io posso darvi solo degli orientamenti. Di regola i bisogni fisici vengono soddisfatti facilmente. Le istanze psicologiche e intellettuali vanno invece risolte su piani più alti. Dove nascono i gusti, le tendenze, gli attaccamenti? Non sul piano fisico. Quando la persona se ne va dal corpo, quel corpo non ha più nessun attaccamento anzi, è già in corso la sua dissoluzione ad opera del tempo. Gli attaccamenti risiedono invece nella mente sotto forma di anartha(2). Nelle Upanishad viene più volte affermato che per nascere alla vita spirituale si deve morire a quella materiale e che questo morire per rinascere non comporta nessun dolore. Togliersi una vecchia benda che ormai non ha più niente a che fare con noi, non è doloroso. È quando le ferite sono ancora aperte, sanguinanti, purulente, che è penosa anche la più semplice delle operazioni. Con l’arma della Conoscenza, con la virtù del distacco e con una guida spirituale qualificata, lo scollamento della benda è perfino piacevole. La Bhagavad-gita(3) afferma infatti che la disciplina dello yoga si pratica con gioia e produce la più grande felicità (susukham).

(1) Shvetashvatara Upanishad VI.23.
(2) An-artha: ostacoli alla realizzazione degli scopi (artha). I principali sono la lussuria o la bramosia in senso lato (kama), la collera (krodha), la cupidigia (lobha), l’illusione (moha) e l’invidia (matsara).
(3) Bhagavad-gita IX.2.

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Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

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C’è inoltre una preoccupante tendenza nella psicologia moderna, che è quella di spingere al piacere ad ogni costo, anche paradossalmente mettendo a rischio la propria vita e la propria salute, vivendo di eccessi e sfidando la morte per sport o per passare una serata. Questa tendenza, per mettere a tacere una coscienza che pur è presente e che rimorde quando si fa qualcosa di contrario a principi etici universalmente riconosciuti, opera prevalentemente in due modi: minimizzando i rimorsi di coscienza, banalizzandoli e considerandoli privi di fondamento o tentando di rimuoverli. Estenderei questa riflessione in generale a tutto il “sentire” considerato negativo e dunque: perché avere paura della paura? Perché essere ansiosi per l’ansia? Perché essere tristi per la tristezza? Non sono le emozioni ad essere di carattere negativo o positivo di per sé, ma il modo in cui le viviamo e le sperimentiamo che ne determina la connotazione evolutiva o involutiva. Per esempio un’eccitazione smodata, un’euforia fuori controllo, può essere potenzialmente molto più distruttiva per l’essere umano che una acuta crisi depressiva. La crisi derivante da momenti di tristezza può infatti essere colta come un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non va e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento(1). Tutto sta nel non essere gestiti e travolti da quella determinata emozione, ma nel coglierla, nell’esserne sì consapevoli, ma come cogliamo e siamo consapevoli delle emozioni che provano certi attori nei film, dunque senza identificarci con essa. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e diviene problematico non quando lo percepiamo, ma quando si cronicizza e, da caratteristica di stato della nostra personalità, ne diviene caratteristica di tratto. Ecco quindi che rimuovere o bloccare una determinata emozione, non è funzionale all’elaborazione sopra descritta, anzi, contrasta decisamente con l’opportunità evolutiva che un certo “sentire” emotivo ci fornisce. Eliminare emozioni negative illudendosi in tal modo di diventare felici, sarebbe come pensare di poter superare traumi di natura psichica rimuovendo l’evento che li ha generati. La mancata consapevolezza sul piano cosciente di un determinato evento non rappresenta l’assenza completa di consapevolezza di quell’evento, al contrario, è dimostrabile la presenza di quella traccia a livello inconscio e la sua influenza, sempre a livello sottile, sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Quanto più rinforziamo l’inconscio, tanto più avremo difficoltà a controllare la nostra vita e a determinarne la qualità. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi da esso travolgere, ci consente di risparmiare tale energia e dirigerla verso un fine sempre più elevato. Questa è in sostanza la sublimazione: incanalare energia potenzialmente distruttiva verso un fine o in un’attività costruttiva ed evolutiva, fino a trascenderla completamente una volta giunti sul piano spirituale, dove non esiste dualità, ma solo comunione di Amore.

(1) Per un approfondimento si consiglia l’ascolto del ciclo di lezioni di Marco Ferrini su ‘Previsione, Gestione e Superamento della Crisi’.

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