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Archive for the ‘bhakti yoga’ Category

Un breve video del seminario estivo 2010. Per chi ha partecipato è un bel ricordo immortalato dalla telecamera, e per chi non c’era è un’ottima occasione per rendersi conto di cosa è un seminario del Centro Studi Bhaktivedanta.
Buona visione a tutti voi!

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Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all’individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un’aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi. La risoluzione dei conflitti deve operare su due piani: quello più semplice ed immediato è verso l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri. Mentre i problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi, che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi richiede un lavoro interiore serio ed una disciplina da seguire; chi non ha voglia di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella propria personalità, è, suo malgrado, costretto a subire le spinte dell’inconscio e le conseguenze, per lo più ignote, dei propri samskara o dei desideri latenti. Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. È necessario avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è molto rischiosa. Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza; occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire. È assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società, attività, qualsiasi cosa senza averne la conoscenza necessaria. Ci sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino fallimentari. Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono. Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti, paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, diviene anche l’oggetto del conflitto. Affinché la relazione funzioni senza conflittualità è necessario che i due soggetti siano teocentrici. I conflitti si destrutturano in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo si trasformi da solo.

(1) Per approfondire lo studio relativo alle funzioni psichiche secondo la Psicologia dello Yoga si consiglia la lettura del libro Pensiero, Azione e Destino di Marco Ferrini.

Tratto da ‘Affinità Karmiche e Relazioni Familiari’ di Marco Ferrini.

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Vorrei iniziare rispondendo alla domanda che è stata posta circa la differenza tra il nutrimento vegetale e animale in termini soprattutto etici, per ciò che riguarda cioè il rispetto dovuto agli esseri viventi. Da un punto di vista religioso, etico, ma anche sociologico, economico e medico-sanitario, ci sono molte ragioni dell’opportunità della dieta vegetariana. La persona non si nutre soltanto del cibo in quanto tale, ma anche di tutte quelle impressioni psichiche che sono contenute in esso e che agiscono a livello sottile sulla sua costituzione psicofisica.

Pensate a quanto possa essere carico di energie negative un cibo prodotto esercitando violenza: tutte quelle sensazioni di paura, terrore, sgomento, provate dall’essere vivente al momento dell’uccisione, permangono in quel corpo brutalmente massacrato come indelebili tracce a livello psichico e anche fisico, essendo i due piani inscindibilmente collegati, e vengono di conseguenza assimilate, anche se in maniera non consapevole, da chi sceglie quel cibo come nutrimento. Per questi ed altri motivi, l’Ayurveda, la scienza della vita, la scienza medica tradizionale indovedica, afferma che l’alimentazione di tipo vegetariano è incomparabilmente più capace di favorire l’equilibrio psico-fisico, la longevità, conservare la giovinezza e il vigore, di quella basata sui cibi carnei. Considero un dovere ed un piacere essere qui tra voi per parlare del tema “uomo-animali”. Il nostro rapporto con gli animali e con la vita in generale dovrebbe interessarci tutti da vicino, pena una perdita progressiva di sensibilità e di capacità di sopravvivere, vivere e convivere.  Desidero perciò ringraziare sinceramente e profondamente gli organizzatori di questo convegno, soprattutto per la dimostrata capacità di dare voce a così tanti e diversi rappresentanti appartenenti alla sfera del pensiero religioso.


Gli umani per loro natura sono esseri sociali; le persone che riescono a vivere in completa solitudine possono appartenere soltanto a due categorie che si trovano esattamente all’opposto: la categoria degli psicopatici e quella degli eremiti. Tutta la grande gamma di umanità intermedia ha in qualche modo bisogno di vivere in contatto con gli altri, e questi altri non sono e non possono essere, come conferma l’esperienza, soltanto gli umani.
 Vi leggo a proposito una riflessione fatta da una persona profondamente religiosa, intendendo con questo aggettivo riferirmi ad un livello di consapevolezza e non necessariamente ad una carica ecclesiale. Io parlo qui in nome di una tradizione antichissima, quella vedica, ma ho scelto di leggervi un brano, a mio avviso particolarmente significativo, che appartiene ad un’altra cultura e che comunque conferma il punto di vista dei Veda:

“Il rumore pare solo insultare l’orecchio quando è privo della vita. E che cosa resta della vita se un uomo non può udire il pianto solitario di un uccello, o il conversare dei rospi attorno ad uno stagno durante la notte? Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali se ne andassero, egli morirebbe di una grande solitudine di spirito. 
Ciò che avviene agli animali, ben presto succede anche all’uomo; in tutto c’è un legame”.

Sono qui evidenti nette somiglianze con le concezioni vediche, come vedremo in seguito, e con il pensiero di alcuni filosofi pre-socratici, ad esempio quelli citati dai colleghi che mi hanno preceduto. 
Questo brano, che appartiene alla tradizione degli indiani d’America, termina con la seguente affermazione:


“Tutto ciò che accade alla terra, accadrà anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano in terra è come se sputassero addosso a se stessi. Questo sappiamo: non è la terra che appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra. L’uomo non ha tessuto la tela della vita, è semplicemente uno dei suoi fili e tutto ciò che fa alla tela lo fa a se stesso”.


Questa riflessione, fatta da un capo indiano pellerossa, rappresenta la  risposta agli emissari del Presidente degli Stati Uniti che volevano acquistare la terra dei nativi. Essa esprime la consapevolezza della profonda relazione che lega l’uomo agli animali e all’ambiente in cui vive.  Se parliamo di animali, non possiamo non parlare anche di ambiente; solo così, infatti, potremo ben comprendere e contestualizzare la posizione che spetta ai vari esseri viventi nel grande mosaico della vita.

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LEONARDO DA VINCI, LO YOGI DEL RINASCIMENTO ITALIANO.
Di Fabrizio Fittipaldi.

Nell’opera di Patañjali sullo yoga, il diciannovesimo sutra del Samadhi pada può essere così tradotto:

I videha e gli yogi prakriti laya nel momento della rinascita fanno naturale esperienza del samadhi.

Il termine videha indica esseri celesti che hanno corpi di luce; mentre i prakritilaya sono coloro che avendo sviluppato una piena consapevolezza della Natura, vivono spontaneamente l’esperienza del dissolvimento della loro coscienza in essa.
Leonardo appartiene sotto ogni riguardo a questa seconda categoria umana, dai sensi e dall’intelligenza purificati, e il suo speciale rapporto con la Natura caratterizzerà tanto il suo atteggiamento di scienziato, quanto la sua attività artistica, che tra l’altro non è chiaramente distinguibile dalla prima, in quanto ulteriore strumento di conoscenza:

Se tu sprezzerai la pittura, la quale è sola imitatrice de tutte l’opere evidenti de Natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme: aire e siti, piante, animali, erbe, fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. E veramente questa scienzia è legittima figliola de Natura, perché la pittura è partorita da essa Natura; ma per dir più corretto, diremo nipota de Natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla Natura, delle quali cose partorite è nata la pittura. Adonque rettamente la chiamaremo nipota d’essa Natura e parente d’Iddio.

Leonardo, La Vergine delle Rocce (1483-1486), Museo del Louvre, Parigi.

In particolare Leonardo intende l’atto artistico come un elevatissimo strumento di conoscenza di una realtà suprema che rimane invisibile a uno sguardo superficiale e al quale l’artista accede per un processo contemplativo e meditativo, procedendo dalla percezione sensibile di un determinato oggetto all’esperienza della sua forma sottile:

Questo è ‘l modo di conoscere l’operatore di tante mirabili cose, e quest’è ‘l modo d’amare un tanto inventore,
ch’invero il grand’amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama, e se tu non la cognoscerai, poco o nulla la potrai amare.

Leonardo attribuisce una grande importanza al gesto incisivo della mano che col suo agire intelligente trasferisce il contemplato su un piano di immediata visibilità. Si sviluppa un dialogo tra lo sguardo purificato dell’artista e la sua mano che si sforza di riprodurre ciò che -in uno stato di elevata coscienza- si è reso visibile ai suoi occhi, aldilà del velo grossolano delle apparenze. Ciò che la mano registra costituirà a sua volta una base sicura dalla quale l’artista e ricercatore potrà partire per avventurarsi nelle inesplorate e invisibili profondità dell’oggetto e del suo significato.
L’opera d’arte che prende spunto da un oggetto naturale o da un soggetto umano non necessariamente è solo informativa o imitativa; tuttavia è fin troppo facile essere sedotti dagli aspetti individuali e accidentali delle cose che ci stanno dinnanzi, e distolti a causa delle nostre affezioni, dalla visione della forma pura. La possibilità di tali distrazioni è eliminata dall’artista che, svuotando la mente di ogni altro contenuto, si mette all’opera basandosi su un’immagine ricreata interiormente. Anche nel caso di Leonardo, dunque, l’artista opera dall’interiorità all’esteriorità, con forme trascendenti e significanti che emergono dal dialogo costruttivo tra contemplazione e gesto creativo, tra osservazione sensoriale e giudizio intellettuale, e che si riproducono in quello speciale agorà che è il cuore umano. Altrove Leonardo parla di un “giudizio” che sembra identificarsi con l’intelligenza dell’artista: lo strumento psichico che più intimamente dialoga con l’anima e che è funzionale alla sua espressione. A una lettura più attenta la natura di tale “giudizio” sembra rimandare a una dimensione superiore, sintetica e inclusiva, che dovremmo chiamare spirituale: è l’anima stessa a forgiare tale “giudizio” e ad imprimergli quella potenza d’azione plasmante. La forza dell’energia creatrice è in lui sempre contemperata dalla riflessione rigorosa e il suo fare artistico è affatto contrario al cieco operare. L’inesauribile efficacia delle immagini leonardesche si fonda su questa unità di potenza creativa e di pensiero; sul suo fondamentale atteggiamento, che consiste nel porsi al di sopra della propria opera, nella quale, allo stesso tempo, viene ad espressione ciò che supera le possibilità del pensiero logico-razionale:

Quando l’opera sta pari col giudizio, quello è tristo segno in tal giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, com’accade a chi si maraviglia di aver sì ben operato; e quando il giudicio supera l’opera, questo è perfetto segno.

Leonardo da Vinci, Annunciazione (1472-1475), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Secondo Leonardo l’artista è signore dell’opera sua e responsabile dell’energia creatrice che lo attraversa affinché questa non sia ostacolata e deformata, nel suo libero fluire, dai condizionamenti del carattere individuale. Il dialogo tra energia creatrice e “giudizio” si fa nella seguente annotazione ancora più intimo e la loro relazione indissolubile:

Mi pare che sia da giudicare che quell’anima che regge e che governa tutto il corpo sia quella che fa sì che il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro […]. Ed è di tanta potenzia questo tal giudizio ch’egli muove le braccia al pittore e gli fa replicare sé medesimo.

E laddove questa energia primaria rimane inviluppata nella psiche individuale, si hanno solo opere determinate dalle caratteristiche del pittore,

e così segue ciascun accidente in pittura il proprio accidente del pittore.

In conclusione possiamo dire che per Leonardo, come per tutte le autentiche tradizioni culturali, l’arte è strumento di conoscenza della realtà spirituale e mezzo per l’elevazione psichica non solo dell’autore (per il quale rappresenta un vero e proprio sentiero di purificazione e autorealizzazione), ma anche dello spettatore attento e sensibile, che rispettosamente si predisponga a lasciarsi permeare dal messaggio di verità che l’opera veicola.

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C’è inoltre una preoccupante tendenza nella psicologia moderna, che è quella di spingere al piacere ad ogni costo, anche paradossalmente mettendo a rischio la propria vita e la propria salute, vivendo di eccessi e sfidando la morte per sport o per passare una serata. Questa tendenza, per mettere a tacere una coscienza che pur è presente e che rimorde quando si fa qualcosa di contrario a principi etici universalmente riconosciuti, opera prevalentemente in due modi: minimizzando i rimorsi di coscienza, banalizzandoli e considerandoli privi di fondamento o tentando di rimuoverli. Estenderei questa riflessione in generale a tutto il “sentire” considerato negativo e dunque: perché avere paura della paura? Perché essere ansiosi per l’ansia? Perché essere tristi per la tristezza? Non sono le emozioni ad essere di carattere negativo o positivo di per sé, ma il modo in cui le viviamo e le sperimentiamo che ne determina la connotazione evolutiva o involutiva. Per esempio un’eccitazione smodata, un’euforia fuori controllo, può essere potenzialmente molto più distruttiva per l’essere umano che una acuta crisi depressiva. La crisi derivante da momenti di tristezza può infatti essere colta come un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non va e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento(1). Tutto sta nel non essere gestiti e travolti da quella determinata emozione, ma nel coglierla, nell’esserne sì consapevoli, ma come cogliamo e siamo consapevoli delle emozioni che provano certi attori nei film, dunque senza identificarci con essa. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e diviene problematico non quando lo percepiamo, ma quando si cronicizza e, da caratteristica di stato della nostra personalità, ne diviene caratteristica di tratto. Ecco quindi che rimuovere o bloccare una determinata emozione, non è funzionale all’elaborazione sopra descritta, anzi, contrasta decisamente con l’opportunità evolutiva che un certo “sentire” emotivo ci fornisce. Eliminare emozioni negative illudendosi in tal modo di diventare felici, sarebbe come pensare di poter superare traumi di natura psichica rimuovendo l’evento che li ha generati. La mancata consapevolezza sul piano cosciente di un determinato evento non rappresenta l’assenza completa di consapevolezza di quell’evento, al contrario, è dimostrabile la presenza di quella traccia a livello inconscio e la sua influenza, sempre a livello sottile, sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Quanto più rinforziamo l’inconscio, tanto più avremo difficoltà a controllare la nostra vita e a determinarne la qualità. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi da esso travolgere, ci consente di risparmiare tale energia e dirigerla verso un fine sempre più elevato. Questa è in sostanza la sublimazione: incanalare energia potenzialmente distruttiva verso un fine o in un’attività costruttiva ed evolutiva, fino a trascenderla completamente una volta giunti sul piano spirituale, dove non esiste dualità, ma solo comunione di Amore.

(1) Per un approfondimento si consiglia l’ascolto del ciclo di lezioni di Marco Ferrini su ‘Previsione, Gestione e Superamento della Crisi’.

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Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall’aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell’università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria. L’azione di questa proteina, in grado di rendere malleabili le cellule, impedisce ai ricordi degli eventi spaventosi di crescere troppo, evitando che si ripresentino in maniera ossessiva e impediscano una vita serena alla vittima e permette quindi di annullare gli effetti di uno spavento sul cervello, rendendo gli animali spavaldi anche dopo un’esperienza dolorosa. “Normalmente, per cancellare dalla testa dei topolini una paura, il suono viene ripetuto molte volte senza essere associato ad alcuna scossa. “Noi abbiamo scoperto con sorpresa – racconta su Science lo psichiatra Gregory Quirk che ha diretto l’esperimento – che non c’è bisogno di un nuovo condizionamento per riportare il topolino alla tranquillità. È sufficiente la somministrazione del fattore Bdnf all’interno della corteccia prefrontale”. Quest’area situata nella parte anteriore del cervello è considerata la sede del pensiero razionale e bilancia la sua attività con quella dell’amigdala, che regola la paura a livello istintivo. Un esperimento complementare a quello di oggi, condotto a gennaio alla Emory University, aveva dimostrato che bloccando nei topolini il gene che regola la produzione di Bdnf nell’amigdala, i ricordi paurosi non riuscivano a consolidarsi. E i roditori continuavano a muoversi spavaldi nonostante suoni e scosse elettriche. Un altro filone delle ricerche anti-paura punta invece a bloccare il consolidamento del ricordo subito dopo il trauma, somministrando un farmaco che blocca temporaneamente le nuove connessioni fra i neuroni. Ma anche se questi esperimenti sono utili alla comprensione dei meccanismi della mente, le applicazioni pratiche per l’uomo sono lontane. Questo filone delle neuroscienze subisce sempre delle accelerazioni nei periodi di guerra. I ricercatori portoricani hanno ricevuto parte dei loro finanziamenti dagli Stati Uniti, e un precedente studio americano aveva dimostrato che un soldato su otto torna dal fronte con disturbi di ansia o disordini da stress post-traumatico. Sono problemi causati dalle violenze vissute in battaglia che si riaffacciano anche dopo il ritorno alla vita normale(2)”. Sebbene l’esigenza di gestire tali eventi traumatici nasca con una motivazione positiva, come per esempio quella del reinserimento sociale di soldati in congedo, che hanno manifestato un disturbo post-traumatico da stress al rientro dal fronte militante, è possibile scorgere in questa modalità anche un grande pericolo per l’essere umano e per qualsiasi creatura, su diversi fronti. Da un punto di vista strettamente materialistico, potremmo affermare che la Natura ci ha fornito di un sistema interno di protezione, un meccanismo di reazione veloce e immediato, atto a preservare la specie in situazioni di pericolo. Se questo sistema istintuale non fosse presente, il rischio di incidenti e di conseguenza di mortalità sarebbe sicuramente più alto di quello normalmente sperimentato, per tutte le specie. Per quanto concerne la specie umana, ci sarebbero ulteriori implicazioni di una simile rimozione(3): da una prospettiva storica e sociologica quale apprendimento in senso evolutivo potrebbe esserci se l’umanità cancellasse errori/orrori storici quali Auschwitz-Birkenau, la strage di Hiroshima, il disastro ecologico di Cernobyl e, ahimè, molti, molti altri. Chi non conosce la propria storia è incapace di progredire e cancellare la memoria significa cancellare la possibilità di apprendimento che da determinate esperienze può scaturire. Anche da un punto di vista individuale: quali rischi si correrebbero se i bambini non potessero essere educati ad avere paura del pericolo, attraverso un’esperienza protetta come quella che la madre opera facendo, per esempio, toccare al figlio il forno appena più che tiepido per insegnargli a non toccarlo quando acceso perché scotta? Per imparare dagli errori è necessario ricordare in quale modo si sono commessi e per superare un trauma, anche laddove la responsabilità del suddetto non sia la nostra, è necessario elaborarlo nel modo migliore, non rimuoverlo.

(1) Elena Dusi Verso la pillola del coraggio “Proteina contro la paura” La Repubblica, 04 Giugno 2010
(2) Ibidem
(3) Uno dei meccanismi di difesa fondamentali indicati nella teoria psicoanalitica freudiana, che prevede l’allontanamento forzato dalla coscienza di pensieri, desideri e idee considerati minacciosi per la persona.

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