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Archive for the ‘bhagavadgita’ Category

Un breve video del seminario estivo 2010. Per chi ha partecipato è un bel ricordo immortalato dalla telecamera, e per chi non c’era è un’ottima occasione per rendersi conto di cosa è un seminario del Centro Studi Bhaktivedanta.
Buona visione a tutti voi!

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Bhagavad Gita, Antropologia di una Civiltà.
La Visione e la Promessa dell’Amore nella Bhagavad-gita.
Il Seminario ci ha offerto l’opportunità di stabilire e consolidare tra noi profonde relazioni di amicizia. Per condividere le nostre impressioni, testimonianze e memorie, possiamo scrivere qui i nostri commenti.

Se vuoi fare domande non espresse in sede di Seminario o chiedere l’approfondimento di un tema che più ti ha stimolato, puoi scriverci. Saremo felici di risponderti.

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http://youtube.com/v/uSVYUgPiDyQAlbettone (VI), 1-5 Aprile 2010
Prabhupadadesh – Via Roma 9, Albettone (VI)
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta

Seminario residenziale.

Il programma prevede:
– pratiche di antiche vie di realizzazione interiore: mantra e meditazione
– lezioni di yoga e pranayama
– workshops: laboratori di gruppo sul tema del seminario
– filmati, letture, musica, teatro
– alimentazione vegetariana secondo i principi dello Yoga e dell’Ayurveda

Informazioni e Prenotazioni

Segreteria CSB
0587 733730
320 3264838
secretary@c-s-b.org

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La vita umana, inutile nasconderlo, è una vita di crisi, che cominciano dalla nascita, con la prima boccata di ossigeno e gli strilli del neonato, e finiscono con l’ultimo respiro, nella stragrande maggioranza dei casi reso con dolore, sofferenza e spavento. Nel frattempo l’esistenza umana è costellata da una serie di prove più meno dure, raramente intervallate da un po’ di piacere qua e là. E’ pur vero che chi vive una vita profondamente virtuosa, sperimenta anche molta gioia, ma non è tuttavia esente dalla sofferenza, che da sempre colpisce perfino grandi eroi, grandi santi e grandi re. Nella propria vita, dunque, ciascun individuo ha da confrontarsi con crisi, tensioni e conflitti emotivi, ma questi non sono di per sé negativi; lo diventano solo nel momento in cui non si riescono a gestire e, rimanendo irrisolti, producono nevrosi. Se vengono invece affrontati con la giusta attitudine, con consapevolezza e motivazione elevata, possono rappresentare persino l’indispensabile stimolo evolutivo per rafforzare le proprie qualità e per giungere ad equilibri superiori attraverso il riconoscimento e il superamento di alcuni propri limiti. Riesce infatti a sviluppare una personalità sempre più matura e integrata colui che impara a risolvere le naturali tensioni che emergono nel proprio intimo e quelle prodotte dall’esterno, facendo sì che non si cronicizzino ma anzi risultino occasioni importanti per acquisire ulteriori esperienze formative. A questo proposito Adler spiegava: “Difficoltà piccola, uguale normalità; difficoltà grande, uguale nevrosi”. Chi sa riconoscere le particolari crisi emotive e tendenze nevrotiche cui è soggetto, sarà maggiormente in grado di evitare che esse degenerino in veri e propri disturbi della personalità. Tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne. Nessuno dovrebbe sentirsi al di sopra di tali tensioni; dovremmo piuttosto imparare a gestirle in maniera costruttiva, evolutiva, mettendo in pratica un processo di trasformazione e rieducazione interiore che ci permetta di armonizzarle e trascenderle. Ciò è possibile soprattutto attraverso gli insegnamenti e lo stimolante esempio di vita di persone equilibrate, con elevato livello di coscienza, che possono essere modelli di riferimento nel lavoro che dobbiamo fare su noi stessi. Il termine ‘crisi’ è di origine greca, significa ‘cambiamento’. I cinesi per rappresentare il concetto di ‘crisi’ utilizzano due ideogrammi: il primo esprime il concetto di ‘pericolo’, il secondo quello di ‘opportunità’. In entrambe le civiltà, quella greca e quella cinese, vediamo che il fenomeno implica la necessità di scegliere, discernere, separare, decidere. La crisi è dunque un punto decisivo di cambiamento che si presenta, improvvisamente o gradualmente, e che può risolversi in senso favorevole o sfavorevole. Si tratta di un fenomeno comunque caratterizzato dalla rottura dell’equilibro precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento, che non si rivelano più adeguati per far fronte alla situazione presente. Nella crisi, quando soprattutto è profonda e acuta, è come se tutto subisse un repentino cambiamento dal quale l’individuo può uscire trasformato in meglio, se dà origine a nuove soluzioni, oppure diretto verso l’incapacità di adattamento e la degenerazione. Nelle crisi di tipo fisiologico, dette anche evolutive o di sviluppo, il soggetto sperimenta il cambiamento passando dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza all’età adulta, dall’età adulta alla senescenza e dalla senescenza alla morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un’altra. Queste crisi generalmente avvengono in maniera graduale e l’individuo può più facilmente predisporsi per fare un percorso di crescita interiore e di auto-consapevolezza. La crisi evolutiva è evidentemente di natura inarrestabile. Altra categoria di crisi è quella accidentale, provocata ad esempio da un’ingente perdita economica, un grave infortunio sul lavoro, un incidente automobilistico che può creare una disabilità permanente, un lutto, la perdita di una persona cara, un abbandono o un tradimento. Nella crisi evolutiva la persona ha la possibilità di procurarsi, con il progressivo mutare delle proprie condizioni di vita, tutti gli strumenti che le occorrono per gestire e superare il cambiamento. La crisi accidentale irrompe invece in maniera subitanea e minacciosa, compromettendo la salute fisica, l’equilibrio psicologico, lo status sociale ed economico, ecc. Essa implica da parte del soggetto maggiori risorse interiori e una più pronta e matura capacità d’intervento. In genere la crisi accidentale si manifesta attraverso le seguenti dinamiche:

  1. Il verificarsi di un evento imprevisto.
  2. La connessione tra questo evento e precedenti tensioni che avevano già determinato una situazione conflittuale nel soggetto.
  3. L’incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi consueti meccanismi di comprensione ed elaborazione degli eventi.

A seconda del livello socio-culturale e soprattutto di quello evolutivo dell’individuo, si possono presentare differenti scenari di risposta alla crisi. I due principali possono essere così sintetizzati:

  1. Stato di massima apertura al cambiamento verso situazioni sia positive che negative.
  2. Incapacità di accettare il cambiamento a causa di chiusure e blocchi emozionali e cognitivi dell’individuo.

Elementi determinanti nel fenomeno crisi sono il fattore tempo (durata) e l’intensità (carica energetica), ovvero la rilevanza dei cambiamenti affettivi, cognitivi e relazionali che sono messi in gioco. Nella valutazione generale del fenomeno è inoltre importante prendere in considerazione se si tratta di una crisi una tantum o se invece è legata ad un’esperienza che, se non risolta in maniera adeguata, tende a riproporsi nel tempo, come può essere quella associata al fenomeno morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un’altra. La crisi può essere affrontata principalmente in due modi:

  1. Con un pronto intervento che mira semplicemente a ridurne gli effetti dannosi sul momento, quasi una sorta di “trattamento” temporaneo volto a salvare il soggetto da pericoli immediati.
  2. Attraverso l’intenzione e l’impegno a sanarne le cause profonde, affinché si risolva completamente e definitivamente.

Nello stato di crisi è altamente richiesta la capacità di adattarsi alla nuova situazione, elaborando giudizi pertinenti al mutato contesto e assumendo una posizione confacente e matura. E’ proprio questa capacità che costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e anche relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali. Imparare a gestire la crisi significa imparare a gestire gli eventi, anche quelli più negativi, senza rimanerne travolti, ma cogliendo la preziosa opportunità di elevare la propria consapevolezza, facendo riferimento a quei valori universali che permettono di andare con la coscienza e con il cuore oltre l’ostacolo. Occorre essere capaci, se è il caso, di prendere anche le distanze da certe proprie opinioni e convinzioni, sapendo che in buona parte esse riflettono il mondo culturale ed affettivo in cui si è vissuti e che sono dunque sempre suscettibili di miglioramento. L’autocritica, la capacità di assumere un altro punto di vista, di distanziarsi dai propri vissuti per riuscire ad analizzarli e ad elaborarli in modo appropriato, è più che mai indispensabile nella gestione della crisi, il cui superamento necessita il pieno sviluppo delle facoltà metacognitive. Ricordiamo che non sono mai gli eventi di per sé la causa delle nostre disgrazie o delle nostre fortune; quel che veramente è determinante è il nostro atteggiamento, ovvero l’attitudine con la quale ci poniamo di fronte a persone, situazioni e accadimenti. Se lo desideriamo intensamente e ci predisponiamo nella maniera corretta, anche un evento di per sé negativo può trasformarsi in una preziosa e salvifica opportunità di crescita e di elevazione. Nell’elaborazione della problematica della crisi è importante tener di conto di alcuni importanti fattori:

  • Nessuno di noi può sfuggire alla crisi. La crisi è una normalità nella vita umana. Realizzare ciò è molto positivo, poiché evita di incorrere in sentimenti di rabbia, sfiducia o ingiustizia di fronte a nostre debolezze o a difficoltà apparentemente esterne (è infatti una visione distorta quella che ci fa credere che i problemi siano fuori di noi. In realtà possiamo ben capire che le loro cause, dirette o indirette, sono comunque da ricercarsi dentro noi stessi).
  • Occorre portare allo scoperto le nostre problematiche; rimuoverle significherebbe potenziarle, diventare nei loro confronti ancora più fragili, deboli e indifesi, poiché il nemico è quanto più pericoloso quanto più agisce non visto. Il nostro sforzo dovrebbe essere quello di affrontare ogni crisi non appena essa si manifesti, non appena la si riconosca come tale. Negare la crisi creandosi false giustificazioni o alibi, vuol dire far crescere e strutturare il problema in profondità, fino a che la ricerca di una soluzione diventa sempre più difficile ed impegnativa, sia in termini di tempo che di sforzi ed energie.
  • Il nostro futuro è sempre modificabile, dunque la cosa più importante e davvero determinante sarà la nostra reazione alla crisi. Il passato è un percorso concluso, ma tutto ciò che sta nel futuro è aperto alla trasformazione. Non c’è dunque niente di fisso o di prestabilito irrevocabilmente.
  • Dovremmo prendere le distanze emotive dalla crisi, capirne l’entità, comprendere la sua funzionalità evolutiva, considerarla come l’occasione per risolvere i problemi, superare i propri limiti e ascendere a piani superiori di consapevolezza, gioia e amore.

In sintesi la crisi è uno squilibrio, una disarmonia che ci chiama ad un cambiamento, che spesso richiede raccoglimento, trasformazione, sublimazione e trascendimento degli opposti. La crisi può essere definitivamente superata verso l’alto soltanto grazie alle facoltà più elevate dell’individuo, alla sua adesione all’ordine etico universale (dharma) e alla riscoperta della bhakti, il rapporto di Amore con Dio nella Sua triplice espressione: Creatore-creato-creature. Per risolvere la crisi occorre situarsi su di un piano di consapevolezza che trascende l’ego e penetrare lo spazio della coscienza profonda di sé, della propria essenza spirituale, laddove disarmonie ed opposti si ricongiungono in una superiore e sublime armonia. A tal fine non servono tanto la cultura o la mera acquisizione di dati quanto la saggezza, quel bene inestimabile che scaturisce dalla gloriosa unione di alta conoscenza, esperienza e coerenza di vita, attraverso la quale si raggiunge la felicità intrinseca, che non dipende da ciò che accade all’esterno. La felicità non è un’utopia se impariamo a camminare nel mondo in armonia con l’Ordine divino che regola la vita del cosmo e di ogni essere. Allora, ogni passo che compiamo su questo illuminato sentiero rompe un equilibrio, ma soltanto per costruirne uno superiore.

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Non esistono problemi senza soluzione. L’approfondita conoscenza psicologica derivante dalla tradizione vedica, in armonia con le moderne indagini nel campo psicologico, individua il punto di svolta verso la soluzione dei problemi esistenziali, nella volontà attiva e cosciente della persona che ne è afflitta, di voler trovare soluzioni e perseguirle con metodo e determinazione piuttosto che sprofondare nel proprio male immaginandolo inguaribile. L’atteggiamento rinunciatario è proprio quello che predispone una persona al fallimento. I primi passi di risalita sono indubbiamente faticosi, quanto può esserlo uscire da una palude o da sabbie mobili, poi, proseguendo nella direzione della luce, dall´interno riemerge la gioia di vivere con tutta la forza vitale di cui è per natura portatrice. Fondamentale è l´atteggiamento: come vi ponete verso la vita, la vita vi risponde, così come accade nelle relazioni con altri umani. Ognuno di noi è regista del proprio scenario mentale: può toglierne uno identificato come sbagliato, definirlo sgradito e poi sostituirlo con uno giusto e immediatamente l´umore cambia. Se evitiamo di lamentarci e facciamo economia delle risorse che abbiamo, nel momento in cui avremo la convinzione profonda di come dover agire ci troveremo a disposizione delle risorse che saranno un ottimo investimento e le energie si moltiplicheranno. Le risorse si possono moltiplicare, investendole nell’evoluzione o distruggere, dilapidandole nel lamento, questo dipende da noi. Il pensiero è strumento e le emozioni mezzi per l´evoluzione della coscienza; si può descrivere come utilizzare le emozioni per fare un salto di qualità nella percezione, mentre di solito esse rappresentano i nodi che incatenano le persone all´esistenza condizionata. È già una terapia contrapporre all´emozione, che è di natura calda, un pensiero, per sua natura freddo e che ha il potere di rendere più trasparente un contenuto torbido. Certamente è difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un´emozione, poiché quest’ultima possiede una carica psichica ben più potente. Bisogna tener pronte, come una valigetta di pronto soccorso, una serie di emozioni positive ben collocate nella memoria e che, nel momento in cui si desidera evocarle, siano immediatamente a disposizione. Le emozioni positive hanno anch´esse una carica emotiva forte e generalmente sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l´operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte. Possono essere insegnamenti che abbiamo ricevuto, momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale, ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all´approssimarsi della morte. Se provate a cambiare lo scenario ed evocate dall´archivio della memoria qualche momento in cui eravate felici, un momento di intensa crescita interiore, in compagnia di persone anch’esse impegnate in un pensare ed agire positivo, vedrete il vostro umore cambiare di colpo ed il corso dei pensieri prendere un´altra direzione, più palpitante e luminosa. Diventa perciò ancor più importante archiviare con molta cura i momenti positivi. Ad esempio quelli che contengono gioia o momenti di elevata comprensione da parte nostra verso gli altri, dagli altri verso di noi, ma sopratutto di quelle verità che ampliano la nostra capacità di visione. Se noi siamo responsabili dei nostri pensieri, siamo davvero obbligati a custodire emozioni anche angoscianti o pensieri tristi? No, non c´è nessun obbligo, c´è solo da imparare a come sostituirli con altre emozioni e pensieri positivi. Proprio come suggerisce Patanjali (Sadhana Pada, sutra 34) quando afferma di meditare su pensieri opposti, laddove quelli negativi attanaglino la mente.

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.

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