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Archive for the ‘ayurveda’ Category

Vorrei iniziare rispondendo alla domanda che è stata posta circa la differenza tra il nutrimento vegetale e animale in termini soprattutto etici, per ciò che riguarda cioè il rispetto dovuto agli esseri viventi. Da un punto di vista religioso, etico, ma anche sociologico, economico e medico-sanitario, ci sono molte ragioni dell’opportunità della dieta vegetariana. La persona non si nutre soltanto del cibo in quanto tale, ma anche di tutte quelle impressioni psichiche che sono contenute in esso e che agiscono a livello sottile sulla sua costituzione psicofisica.

Pensate a quanto possa essere carico di energie negative un cibo prodotto esercitando violenza: tutte quelle sensazioni di paura, terrore, sgomento, provate dall’essere vivente al momento dell’uccisione, permangono in quel corpo brutalmente massacrato come indelebili tracce a livello psichico e anche fisico, essendo i due piani inscindibilmente collegati, e vengono di conseguenza assimilate, anche se in maniera non consapevole, da chi sceglie quel cibo come nutrimento. Per questi ed altri motivi, l’Ayurveda, la scienza della vita, la scienza medica tradizionale indovedica, afferma che l’alimentazione di tipo vegetariano è incomparabilmente più capace di favorire l’equilibrio psico-fisico, la longevità, conservare la giovinezza e il vigore, di quella basata sui cibi carnei. Considero un dovere ed un piacere essere qui tra voi per parlare del tema “uomo-animali”. Il nostro rapporto con gli animali e con la vita in generale dovrebbe interessarci tutti da vicino, pena una perdita progressiva di sensibilità e di capacità di sopravvivere, vivere e convivere.  Desidero perciò ringraziare sinceramente e profondamente gli organizzatori di questo convegno, soprattutto per la dimostrata capacità di dare voce a così tanti e diversi rappresentanti appartenenti alla sfera del pensiero religioso.


Gli umani per loro natura sono esseri sociali; le persone che riescono a vivere in completa solitudine possono appartenere soltanto a due categorie che si trovano esattamente all’opposto: la categoria degli psicopatici e quella degli eremiti. Tutta la grande gamma di umanità intermedia ha in qualche modo bisogno di vivere in contatto con gli altri, e questi altri non sono e non possono essere, come conferma l’esperienza, soltanto gli umani.
 Vi leggo a proposito una riflessione fatta da una persona profondamente religiosa, intendendo con questo aggettivo riferirmi ad un livello di consapevolezza e non necessariamente ad una carica ecclesiale. Io parlo qui in nome di una tradizione antichissima, quella vedica, ma ho scelto di leggervi un brano, a mio avviso particolarmente significativo, che appartiene ad un’altra cultura e che comunque conferma il punto di vista dei Veda:

“Il rumore pare solo insultare l’orecchio quando è privo della vita. E che cosa resta della vita se un uomo non può udire il pianto solitario di un uccello, o il conversare dei rospi attorno ad uno stagno durante la notte? Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali se ne andassero, egli morirebbe di una grande solitudine di spirito. 
Ciò che avviene agli animali, ben presto succede anche all’uomo; in tutto c’è un legame”.

Sono qui evidenti nette somiglianze con le concezioni vediche, come vedremo in seguito, e con il pensiero di alcuni filosofi pre-socratici, ad esempio quelli citati dai colleghi che mi hanno preceduto. 
Questo brano, che appartiene alla tradizione degli indiani d’America, termina con la seguente affermazione:


“Tutto ciò che accade alla terra, accadrà anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano in terra è come se sputassero addosso a se stessi. Questo sappiamo: non è la terra che appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla terra. L’uomo non ha tessuto la tela della vita, è semplicemente uno dei suoi fili e tutto ciò che fa alla tela lo fa a se stesso”.


Questa riflessione, fatta da un capo indiano pellerossa, rappresenta la  risposta agli emissari del Presidente degli Stati Uniti che volevano acquistare la terra dei nativi. Essa esprime la consapevolezza della profonda relazione che lega l’uomo agli animali e all’ambiente in cui vive.  Se parliamo di animali, non possiamo non parlare anche di ambiente; solo così, infatti, potremo ben comprendere e contestualizzare la posizione che spetta ai vari esseri viventi nel grande mosaico della vita.

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LA PSICOSOMATICA NELLA LETTERATURA INDOVEDICA (PARTE SECONDA).
di Marco Ferrini.

IL POTERE DELLA MENTE.
Per alcuni potrebbe sembrare incomprensibile come un’immagine formatasi nella mente possa avere effetto sulle funzioni fisiologiche, arrivando persino ad arrestare malattie tanto gravi come ad esempio forme tumorali incurabili. Secondo la moderna fisica subatomica, nel cervello umano l’immagine memorizzata di una cosa può avere altrettanto impatto sui sensi quanto la cosa stessa. In realtà l’immaginazione è già creazione di una forma, poiché essa implicitamente possiede già in sé tutti i parametri necessari per metterla in atto(1). Queste recenti acquisizioni scientifiche confermano il punto di vista della tradizione indovedica, la quale spiega come la genesi dell’azione vada ricercata in ultima analisi nel desiderio che genera il pensiero, il quale possiede di per sé un’enorme forza creativa che, se lasciata fluire correttamente, esplicita lungo il suo percorso tutte le proprie potenzialità, passando dal livello sottile a quello grossolano e arrivando persino a modificare la realtà delle cose. Dunque immaginazione e realtà, pensiero e azione sono fondamentalmente inscindibili; non dovremmo perciò sorprenderci che immagini presenti nella mente possano alla fine manifestarsi come realtà fisica. In altre parole, i nostri corpi rispondono non alla realtà, bensì a ciò che noi immaginiamo reale. L’efficacia del placebo è dimostrazione evidente di come psiche e corpo interagiscano in continuazione e siano troppo interconnessi per essere trattati come entità separate. Secondo Bohm, il sistema mente-corpo non è fondamentalmente in grado di distinguere la differenza tra gli ologrammi neuronali che il cervello usa per sperimentare la realtà e quelli che evoca quando immagina la realtà. In tutti i casi comunque gli elementi che vanno a formare questi ologrammi neuronali sono molti e molto sottili. Giocano ad esempio un ruolo fondamentale le speranze e le paure, i pregiudizi e le credenze individuali. L’immaginazione, a seconda della qualità dei suoi contenuti, può dunque causare malattie oppure curarle. Per mettere in atto quest’ultima benefica potenzialità è indispensabile attenersi ad una disciplina mentale che permetta al soggetto di controllare la propria attività psichica (in assenza di ciò i medici debbono ricorrere al placebo cercando di indurre inconsciamente il paziente ad attingere alle forze guaritrici presenti dentro di sé). In questo ambito l’importanza dello Yoga è più che mai fondamentale poiché insegna la disciplina per il dominio della mente e per il pieno e corretto utilizzo di tutte le sue infinite potenzialità, le quali possono apportare benefici enormi su tutti i piani esistenziali, incluso quello fisico. Quando infatti si riescono a penetrare livelli di coscienza elevati, la forza della mente può arrivare persino a prevalere sui caratteri genetici (cfr. Bruce Lipton “La mente è più forte dei geni”). Ovviamente quanto più la consapevolezza è profonda, tanto maggiori saranno i cambiamenti che riusciremo ad attuare sia nei nostri corpi che nella realtà attorno a noi. L’essere umano vive dunque in un universo nel quale anche un solo cambiamento di attitudine o di modo di pensare può stabilire la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia, e nel quale le cose sono così sottilmente interconnesse che anche un sogno o un’immagine possono diventare realtà. I miracoli accadono non in opposizione alla natura ma in opposizione a ciò che noi conosciamo della natura, affermava Sant’Agostino. In definitiva corpo e mente rappresentano due entità solo apparentemente distinte, così come materia ed energia. Tutto ciò che è fisico, i Veda insegnano ed alcuni esponenti di spicco della fisica moderna confermano, non è altro che energia mentale cristallizzata. Nella scienza medica dell’Ayurveda, l’aspetto psicologico e l’aspetto fisiologico, vista la loro stretta connessione, non vengono trattati separatamente ma studiati e curati di pari passo. Questo perché lo stato di salute può essere effettivamente ristabilito, con risultati totalmente soddisfacenti e duraturi nel tempo, solo se la cura è di tipo olistico, se cioè tiene di conto di tutte le diverse componenti che, nel loro insieme, costituiscono quel micro universo che è l’essere umano: la componente fisica, psichica e spirituale. Il corpo fisico e quello psichico, cioè il complesso corpo-mente, debbono venir armonizzati perché, una mente disarmonica rispetto al corpo o un corpo disarmonico rispetto alla mente, generano sofferenza e di conseguenza malattie e infermità. Niente ha più potere sul corpo quanto le convinzioni della mente. L’armonia è un assaggio di liberazione; è la chiave per ripristinare uno stato di salute totale riappropriandosi della propria inesauribile riserva di energie, indispensabile per scalare le vette della consapevolezza più elevata.

(1) Cfr. Michael Talbot, Tutto è uno, ed. URRA, 1997, p. 103.

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LA PSICOSOMATICA NELLA LETTERATURA INDOVEDICA (PARTE PRIMA).
di Marco Ferrini.

LA RISONANZA FRA PIANO FISICO E PIANO PSICHICO.
Secondo la psicologia indovedica l’essere umano risulta come un paradosso costituito da profonde aspirazioni interiori che contrastano con bisogni fisici oltremodo impellenti. La differenza tra il sé e il corpo, nel quale il sé temporaneamente abita, dovrebbe diventare una profonda, costante consapevolezza perché, quando l’individuo si identifica con gli strati più superficiali della propria personalità, l’universo interiore sembra frantumarsi e il soggetto è costretto a sperimentare con dolore il suo fallimento intimo. A questo fine fondamentale da sviluppare è la consapevolezza dell’essenziale differenza tra spirito e materia, tra il sé e il corpo, tra il sé e la mente. Questo naturalmente non significa che il corpo e la Natura, con tutti i loro elementi, debbano venir trascurati o disprezzati; vanno anzi apprezzati e curati nel migliore dei modi, in quanto strumenti preziosi che possono permettere di fare in questa esistenza un viaggio agevole e in ascesa, rivolto alla conoscenza e all’elevazione etico-spirituale. Per apprendere la capacità di auto-disciplina e sviluppare al meglio le proprie potenzialità occorre diventare consapevoli anche di quanto corpo e psiche siano interconnessi ed interdipendenti: ciò che avviene sul piano fisico influenza lo psichico, ma è ancor più vero che quanto accade sul piano psichico influenza notevolmente il fisico. Gran parte delle malattie del corpo deriva infatti da disagi o da malesseri mentali. Sembra sia stato ormai scientificamente dimostrato che, ad esempio, perfino in gravi patologie quali i tumori, le malattie cardiocircolatorie o l’invecchiamento precoce, la componente stress abbia una rilevanza notevole. La letteratura psicologica indiana afferma che ogni organo, tessuto, cellula, molecola e atomo del corpo è irrorato di psiche e che il sistema nervoso cerebrospinale rappresenta il canale fisiologico principale attraverso cui la mente opera nel corpo, senza però che l’influenza del “pensare” e del “sentire” sia limitata ad esso. Se il soggetto intrattiene pensieri positivi ed elevati, fondati su valori quali la veridicità, la lealtà o la compassione, l’intero organismo, attraverso impulsi elettrochimici associati a ciascun pensiero (le cosiddette cellule-messaggere), riceve questi stessi stimoli positivi, che provocano un’immediata fortificazione del sistema immunitario, che invece si indebolisce gravemente in presenza di pensieri o emozioni negativi quali paura, rancore, collera, concupiscenza, odio, malumore, invidia, delusione, ecc. Secondo l’Ayurveda, lo stato fisico di un individuo cambia col modificarsi dei suoi contenuti psichici e del suo stato di coscienza. In questo modo trovano spiegazione anche le cosiddette guarigioni miracolose o, con un linguaggio clinico, le remissioni spontanee. Similmente, tutto ciò che avviene nel corpo influenza inevitabilmente anche la struttura psichica, tanto che risulta evidente non solo l’esistenza di una connessione tra mente e corpo quanto una vera e propria risonanza tra i due. Anche il respiro, che possiamo considerare come una cerniera tra il fisico e lo psichico, ci conferma quanto questi due piani siano inscindibilmente collegati, interagenti e interdipendenti. Attraverso il respiro si può infatti intervenire sui processi psichici e, influendo sullo psichico, si arriva a gestire il fisico. Nevralgie, dolori reumatici, crampi, sudorazione, affaticamento ed altri disagi organici, possono venir superati tramite la pratica del controllo del respiro (pranayama), branca che possiamo approfondire studiando gli Yoga-sutra(1). Sul versante psichico, ansietà, paura, emozione, stordimento, possono venir controllati attraverso una corretta gestione del respiro e le pratiche meditative, finché la mente si calma e la coscienza può accedere ad un livello di consapevolezza superiore.

(1) Cfr. Marco Ferrini Psicologia dello Yoga.

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PSICHE E COSCIENZA.
CIBO PER IL CORPO E CIBO PER LA MENTE.
di Marco Ferrini.

Senza il risanamento della psiche, la conoscenza del sé e la realizzazione spirituale sono solo un miraggio poiché le rappresentazioni mentali distorte, oltre a generare pesanti squilibri e gravi patologie sul piano psicofisico, impediscono di accedere alla visione della Realtà. Per questo motivo la cura della mente deve essere parte integrante e indispensabile di un progetto globale di rieducazione che abbia per scopo ultimo la realizzazione spirituale(1). Per modificare gli automatismi mentali dobbiamo intervenire sui contenuti psichici; per intervenire sui contenuti psichici è indispensabile modificare le abitudini, cominciando dal cibo che forniamo alla mente. La mente, come il corpo, va nutrita. C’è quindi un cibo per il corpo ed un cibo per la mente; in entrambi i casi è necessario un processo digestivo che può essere più o meno facile: vi sono infatti alimenti indigesti che producono tossine e originano malattie e alimenti sani e nutrienti che danno vigore e lucidità al complesso fisico e a quello mentale. Finché non cambia il cibo con cui nutriamo la mente, essa non può cambiare i propri modelli di comportamento. La coscienza condizionata è come un campo: il campo mentale (citta); quel che seminiamo in questo campo è destinato a crescere e inevitabilmente a dare frutti, nel bene e nel male. La mente si nutre di tre tipi di cibo: il primo è quello che nutre anche il corpo fisico, il secondo è costituito da impressioni, emozioni e pensieri, nutrimento quantomai importante e delicato, da cui dipende la salute della sostanza psichica; il terzo e più importante sono i guna(2), gli elementi strutturanti dell’universo, i fondamenti sottili della materia i quali, pur essendo indistruttibili ed ineliminabili, possono essere trasformati nei loro reciproci rapporti di forza. La mente, infatti, attraverso il cibo fisico, le impressioni e la progressiva trasformazione dei guna, può gradualmente migliorare la propria caratteristica dominante passando da tamas a rajas e da rajas a sattva. Secondo la tradizione Vedica, la più sicura ed efficace via per la trasformazione migliorativa del carattere è costituita dalla compagnia di persone sante(3) le quali, in forza del loro personale esempio, ispirano modelli di vita puramente sattvica. Fino a tempi recentissimi gli esperti delle neuroscienze affermavano che ogni giorno nell’organismo umano muoiono circa cento milioni di neuroni destinati a non rigenerarsi più. Oggi quest’affermazione è messa in dubbio; un fatto è comunque certo: che tale processo viene accelerato da abitudini scorrette, purtroppo assai diffuse, come ad esempio l’uso di intossicanti. In Italia muoiono 80mila persone all’anno per i danni provocati dal fumo e 40mila a causa dell’alcool. Anche senza voler considerare i casi limite, l’assunzione di eccitanti di qualsiasi tipo, da quelli apparentemente innocui, come la caffeina, ai più dannosi, come gli oppiacei, non può che turbare l’equilibrio psicofisico della persona che, dopo un’iniziale eccitazione, piomba in uno stato di profonda depressione, malattia oggi non a caso largamente diffusa (quattrocento milioni nel mondo solamente i casi diagnosticati). Ciò porta di conseguenza all’insorgere di gravi disturbi del fisico e della personalità: nevrosi, psicosi e demenza senile, oggi tutti in continua crescita. L’Ayurveda(4) spiega in maniera accurata e scientifica come ogni scorretta abitudine di vita comprometta la salute del corpo e della mente. La sovralimentazione, ad esempio, è una delle cause principali dell’invecchiamento precoce e di tante altre malattie: tutto quel che mangiamo in più rispetto al nostro fabbisogno, si trasforma in veleno. Altrettanto deleteria è la tendenza opposta, quella che porta ad assumere una quantità di cibo al di sotto delle nostre necessità. Ad uno sguardo superficiale le conseguenze di questo e di numerosi altri comportamenti passano pressoché inosservate, ma queste azioni, ripetute nel tempo, si trasformano in abitudini, che finiscono per determinare la struttura psicofisica di un individuo, il suo carattere e quindi la qualità della sua vita, presente e futura. L’insoddisfazione, l’avidità, l’invidia, la collera, la paura ed altri sentimenti negativi sono tutti prodotti dell’ego, riflessi di ahamkara(5), la percezione distorta di sé. Quando la coscienza di un individuo è integralmente proiettata all’esterno, percezioni ed emozioni si modificano di continuo, a seconda degli eventi e delle circostanze; ciò provoca un alternarsi estenuante e penoso di eccitazione e depressione, esse stesse malattie e a loro volta causa di molti altri mali. Quando invece la coscienza è rivolta interiormente e il fulcro è il sé spirituale, qualsiasi cosa accada all’esterno non turba più: la concentrazione sulla realtà, quella immutabile, trascendente, consente di sperimentare un profondo benessere, fino alla beatitudine che scaturisce dalla piena consapevolezza della nostra natura profonda e di quella del fenomenico(6). I Veda spiegano che esistono tre livelli di mente: manas, la mente esteriore, sensoriale, lo strumento del pensare superficiale, con funzione totalmente estrovertita; buddhi, la mente intermedia o intelligenza e cittah, la mente profonda e inconscia, talvolta definita coscienza condizionata. Quest’ultima è sicuramente molto più vicina al sé spirituale di quanto non lo siano le prime due ma non per questo rappresenta il più alto livello di consapevolezza: quando si parla di mente profonda siamo infatti ancora nell’ambito di ahamkara, la coscienza riflessa o, appunto, condizionata; la pura coscienza è situata oltre, al di là di spazio e tempo e quindi al di là di ogni pur sottile identificazione con il fenomenico. La mente sensoriale è estremamente mutevole e fallibile, in quanto sempre soggetta all’interazione dei sensi con i loro oggetti. I sensi riversano all’interno della mente superficiale fiumi di informazioni e di sensazioni, generando un susseguirsi incessante di impressioni e di desideri legati al mondo del divenire e perciò estranei alla vera natura e felicità dell’essere. L’individuo che non percepisce la realtà situata oltre manas, rimane irretito, travolto da questo flusso di impressioni (vritti) e di desideri e tenta di appagarli sottoponendosi a fatiche, privazioni, sofferenze; ma la sua disperata ricerca di felicità è destinata a rimanere frustrata. Quando la persona prende nuovamente coscienza della sua identità profonda, quella spirituale, diventa capace di discriminare tra sat e asat(7), tra realtà e illusione (tattva-viveka); la sua intelligenza (buddhi) si illumina e non lascia filtrare nella coscienza profonda ciò che la mente esteriore senza sosta propone, causa certa di inquinamento(8) e sofferenza. Come già affermato, così come per il corpo, esiste un cibo anche per la mente ed entrambi vanno scelti con cura. Per il corpo sono da evitare gli alimenti conservati poiché hanno esaurito o fortemente ridotto il loro contenuto pranico, vitale, e ancor più quelli che trasformati in cibo con atti di violenza; si dovrebbe egualmente evitare di mangiare con ingordigia, con avidità, in quantità eccessive o in orari poco adatti poiché gli effetti del cibo su corpo e psiche dipendono in buona parte dal modo e dallo stato mentale con cui esso viene assunto. E’ parimenti importante nutrire la mente di pensieri, desideri ed emozioni in armonia con l’ordine cosmico e divino (ritam, dharma), tenendo accuratamente a distanza quei contenuti psichici che inquinano sia la mente superficiale che quella profonda. Questi oggetti psichici contaminati e contaminanti lasciano nell’inconscio delle tracce, delle impressioni profonde, ‘solchi’ (samskara) e tendenze (vasana), che in seguito determineranno i cosiddetti automatismi mentali. Attraverso la ricerca costante di purezza, di situazioni, compagnie, visioni e suoni sattvici, l’individuo si libera gradualmente dei fardelli karmici(9) più pesanti, riacquistando visione spirituale e fede nella Realtà superiore, favorendo con ciò il benessere e la crescita propri ed altrui. Va sottolineato infatti che ogni squilibrio psichico, come la depressione ed altre malattie mentali, dalle più lievi nevrosi alle più gravi psicosi, per quanto apparentemente legato a situazioni esteriori e non dipendenti dal soggetto che ne soffre, secondo i Veda ed anche secondo la mia esperienza, trova invece le sue profonde radici in un utilizzo scorretto dell’intelligenza, in una volontaria o involontaria infrazione al dharma, all’ordine cosmico che tutto sostiene e che costituisce il fondamento di ogni equilibrio. Quando la persona anziché muoversi in armonia con il dharma, lo infrange, il suo apparato psichico è il primo a risultarne danneggiato, più o meno gravemente a seconda dell’errore commesso. In ultima analisi quindi, le malattie sono causate dalla distorta percezione di sé, che costringe corpo e mente a comportamenti dannosi ed artificiali. Quando si riprende consapevolezza della nostra natura spirituale e non ci si identifica più con il corpo e con la mente, quando il soggetto si riappropria dei suoi preziosi strumenti senza venirne più condizionato e dominato, è allora che si impara ad utilizzarli nel modo corretto. Così facendo è anche possibile riguadagnare la salute psicofisica. La guida di una persona illuminata che educhi alla discriminazione (viveka) tra ciò che è reale e ciò che non lo è, aiutando l’individuo a ristabilirsi nella mente profonda perché acceda alla visione spirituale e alla consapevolezza della sua vera natura, è indispensabile per potersi guardare dentro, diventare consapevoli dei propri comportamenti e delle loro conseguenze ed uscire dai propri condizionamenti mentali. Nella tradizione vedica tale persona è il Guru, il Maestro spirituale, grazie al quale è possibile cambiare le proprie abitudini ed invertire la rotta esistenziale. Il Guru è dunque per il discepolo molto più di uno psicologo, in quanto non indica solamente come sanare gli squilibri della psiche per riportarla ad un cosiddetto livello di ‘normalità’ ma insegna anche a come trascenderla, a come andare oltre questo strumento costituito di prakriti che, per quanto correttamente funzionante, rimane pur sempre limitato ed incapace di cogliere ciò che è oltre la materia: il mondo dello Spirito. Esistono infatti, fortunatamente, anche comportamenti che esercitano un’influenza assai benefica sul nostro complesso psico-fisico, e che il guru rafforza con i suoi insegnamenti e soprattutto con il proprio esempio. Lo sviluppo della consapevolezza di sé attraverso la devozione a Dio e al Maestro spirituale, seguendo alcune regole comportamentali come la compassione, la non violenza, la continenza sessuale, sono un rimedio efficacissimo contro tutta una serie di disturbi psicofisici. In generale, strutturare la propria vita secondo abitudini sane e regolate, come andare a riposare presto, alzarsi di buon mattino e dedicarsi alla meditazione, mangiare cibo fresco, fare le cose giuste ad orari regolari, curare la pulizia del corpo e della mente, aiuta a prevenire e a curare numerose malattie. Enorme è il beneficio apportato dallo sviluppo della devozione a Dio, perché induce a pensare in maniera positiva, intrattenendo sentimenti di empatia, amicizia e solidarietà verso tutte le creature, non soltanto quelle umane, ed evitando pulsioni distruttive come la collera, la concupiscenza, l’avidità, l’invidia o il rancore. La positività non va certo scambiata col sentimentalismo di stampo fatalistico. Non si deve essere astrattamente positivi, bensì impegnarsi, agire concretamente secondo un progetto ben strutturato in vista di un progresso spirituale, altrimenti sarà solo una farsa di breve durata. Pensare positivamente significa vedere i problemi ed elaborare prontamente le soluzioni secondo regole dharmya(10). Le lamentele sono sintomo di scarsa intelligenza e di scarsa visione: privano di energia, spossano, deprimono ed impediscono di reagire, di studiare il problema in tutte le sue componenti, di analizzarlo alla luce del ragionamento (vitarka) e della conoscenza (jnana), in modo da poterlo affrontare e risolvere(11). In caso di bisogno, quando, dopo aver tentato, da soli non riusciamo a trovare una soluzione ai nostri problemi cruciali, i Veda consigliano di rivolgersi al guru o ad altre persone sagge, per consigli. Ma beninteso, la responsabilità delle decisioni non è delegabile in alcun modo. Riuscire a sviluppare una mentalità positiva non è scontato né gratuito. Occorre predisporsi al meglio e coltivare quelle abitudini che favoriscono il perfetto controllo e la corretta gestione del complesso psico-fisico. Quel che c’è da fare è aggiustare i gusti, a tutti i livelli. E’ indispensabile, ad esempio, nutrirsi di un cibo sattvico: alimenti vegetariani, che provocano la minor sofferenza possibile ad altri esseri viventi, ingredienti semplici, freschi, puliti, cucinati ed offerti a Dio con gratitudine e amore. Il cibo sattvico influenza il corpo e la mente in maniera sattvica. Il cibo tamasico o rajasico scarica invece sulla struttura psicofisica tutta una serie di vritti(12) anch’esse tamasiche o rajasiche, di ostacolo allo sviluppo di una mentalità positiva. La qualità dei nostri pensieri è quindi conseguenza del nostro comportamento: il cibo, le compagnie, l’ambiente sociale, le azioni, determinano i contenuti mentali e questi, a loro volta, determinano l’agire, influendo notevolmente sulla salute psico-fisica della persona, sul suo carattere e sul suo destino. Attraverso il sistema nervoso gli stati emotivi e psichici vengono infatti trasmessi alle cellule dell’organismo. La salute quindi non può essere ristabilita soltanto attraverso accorgimenti di tipo chimico-farmaceutico. La stanchezza, la mancanza di memoria, l’impotenza, ad esempio, spesso non sono causati da disfunzioni organiche ma piuttosto da potenti automatismi mentali. Naturalmente anche attraverso la chimica è possibile trasformare gli stati psicofisici, sia in positivo che in negativo; basti pensare a certi farmaci che riducono l’azione rajasica sedando nell’individuo quelle sovra eccitazioni che potrebbero danneggiare lui stesso e gli altri, oppure ai tremori e alla perdita di memoria provocati dall’assunzione di alcool o agli effetti devastanti dell’acido lisergico (LSD). Simili droghe fanno straripare il fiume magmatico dell’inconscio sul piano cosciente, in un momento in cui il soggetto non è in grado di gestirlo sottoponendolo alla luce discriminante dell’intelligenza, ad una coscienza sufficientemente lucida; i danni è facile immaginarli. L’influenza psichica riveste un ruolo decisivo nella gestione di tutto il corpo fisico. Il sistema nervoso funziona come quadro di comando per tutte le funzioni del complesso psico-fisico. Gli oltre cinquanta trilioni di cellule del nostro corpo vengono in ogni momento informate e regolate dal sistema nervoso il quale determina, direttamente o indirettamente, tutte le funzioni, dagli scambi elettrochimici delle sinapsi tra neuroni, alle importanti decisioni cruciali della vita: se un individuo comincia a coltivare pensieri positivi, elevati, le cellule neuronali ricevono questi stimoli positivi e inviano ‘cellule messaggere’ in tutto il corpo, aumentando il numero e la qualità delle loro prestazioni, inoltre, gruppi di cellule precedentemente inattive possono rientrare egregiamente in funzione. Le ‘cellule soldato’, quelle che individuano gli elementi nocivi presenti nel corpo ed intervengono per combatterli, si rafforzano se sostenute da una mentalità positiva generata da una consapevolezza profonda. La psiche infatti non è localizzata in un solo punto, nel cervello: ogni cellula, ogni organo, ha la propria intelligenza, grazie alla quale esplica le proprie funzioni in quella che negli antichi testi vedici viene definita la città dalle nove porte(13), ovvero il corpo: un universo animato regolato con perfezione da sottilissimi equilibri, del tutto simile al più grande universo cosmico. Secondo i Veda, come il microcosmo del corpo umano ha la sua controparte nel macrocosmo universo, così la psiche umana ce l’ha nella psiche cosmica e l’anima umana nell’anima cosmica. I Veda e in particolare le Upanishad, rimandano continuamente al rapporto tra micro e macrocosmo per far comprendere l’unitarietà che collega tutti gli esseri tra loro, con il creato e con il Creatore, Dio. Quando invece i contenuti psichici sono negativi si esplicitano in collera, concupiscenza, odio, malumore, invidia, delusione, depressione, e le cellule soldato ricevono dalle messaggere cattive e scoraggianti notizie, per cui si confondono, si indeboliscono e vengono facilmente sconfitte dagli agenti patogeni esterni, dagli ‘invasori’, lasciando libero corso alla malattia. Tutto ciò avviene attraverso canali esterni all’io cosciente. Anche se pensiamo che certe impressioni, emozioni e pensieri siano diretti ad altri, a quelli che magari consideriamo i nostri rivali, in realtà essi si volgono prima di tutto contro noi stessi, compromettendo gravemente le nostre funzioni psicofisiche. Se un individuo è sotto l’effetto di tamoguna, che corrisponde all’indolenza psichica, al tramortimento della coscienza(14), o se è in preda a eccitazione provocata da sentimenti rajasici come il desiderio, l’ira o il rancore, le sue cellule e i suoi organi non possono che risentirne, talvolta in maniera devastante. Come il corpo produce varie sostanze di scarto, così il rifiuto fisiologico della psiche è costituito da pensieri negativi, ottenebrati che, in un corpo sano, devono venire espulsi. A differenza però dei rifiuti organici, le tossine mentali possono venire neutralizzate non con la rimozione, bensì riorganizzando l’ambiente e in primo luogo selezionando le impressioni, le compagnie, il cibo, il comportamento; in altri termini curando, sanando, sublimando l’individuo su tutti i piani antropologici. Per poterlo fare è indispensabile individuare in profondità le cause che hanno prodotto quei pensieri e l’opera da compiere ricorda in qualche modo quella dell’archeologo impegnato a riportare in superficie oggetti che giacciono sul fondo. In questo caso si tratta di oggetti di natura psichica che ristagnano nei meandri oscuri dell’inconscio dove, per le cause suddette, si origina tutta una serie di complessi e di disturbi della personalità. Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti(15) vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che sostiene l’intero universo. Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto comportamento(16), le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi, neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico(17). Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno scienziato, il sadhaka(18) può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’, che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più necessita. In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica. Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito. Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione. Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam(19). Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya)(20) che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitor dei mondi, dell’infinitamente Affascinante(21), è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura(22). Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.

(1) Bhagavad-gita VI, 6-7: “Per colui che ha conquistato la mente, questa diventa la sua migliore amica…Chi ha conquistato la mente ed ottenuto così la pace, ha già raggiunto l’Anima suprema…”.
(2) L’energia materiale “esprime” tre influenze che con il loro condizionamento caratterizzano i jivabhuta, gli esseri incarnati. Esse sono: tamoguna, corrispondente ad ignoranza, stolidità, letargia; rajoguna, corrispondente ad agitazione, ansietà, eccitazione e sattvaguna, corrispondente ad equilibrio, bontà, luminosità, armonia. Il termine guna ha più significati, ma i due più importanti sono quelli di ‘qualità’ e di ‘corda’; quest’ultimo sta a significare che queste influenze legano l’essere vivente al mondo empirico.
(3) Charaka Samhita: sharirasthanam I. 142-147. Bhagavad-gita: IV. 34.
(4) Lett. ‘Scienza della vita’. Antica scienza medica olistica, contenuta nell’Atharva Veda, che considera la salute fisica inevitabilmente connessa a quella psichica e a quella spirituale. Come molte medicine orientali, si basa soprattutto sulla prevenzione.
(5) Corrispondente ai contenuti psichici dell’individuo, con cui questi si identifica, letteralmente significa ‘io, colui che fa’.
(6) “Per qualunque motivo la mente irrequieta e instabile cerchi di proiettarsi all’esterno, ogni volta egli [lo yogin] deve fermarla e sottometterla soltanto al Sé. […] Così soggiogando costantemente sé stesso, lo yogin, scomparsa ogni impurità, facilmente attinge la felicità infinita che consiste nell’unione col Brahman” (B.g. VI.26; 28).
(7) Lett. ‘ciò che è’ e ‘ciò che non è’.
(8) Per contaminazione s’intende ciò che va contro il dharma, l’ordine cosmico.
(9) Karma, lett. ‘azione’, in senso più ampio sta ad indicare non solo l’atto in sé, ma anche le sue conseguenze.
(10) In armonia con il dharma, l’ordine cosmico.
(11) Cfr. Ramayana, Sundarakanda, shloka 17-18: “Colui che nella difficoltà sopraggiunta domina il proprio sgomento, grazie al proprio vigore riesce a raggiungere lo scopo. Non si deve cedere alla disperazione; essa è il peggior veleno che, come un serpente incollerito, uccide l’ignorante e lo sciocco”.
(12) Onde, vortici mentali, ben descritte da Patanjali nei suoi Yogasutra.
(13) Cfr. B.g. XIV. 11.
(14) In vari testi vedici e in particolare nella Mandukya Upanishad, vengono descritti i differenti stati dell’essere (veglia, sonno, sonno con sogni…); ciò conferma le elevate ed approfondite conoscenze dei saggi vedici in materia di psicologia del profondo.
(15) Amore e devozione reciprocati per Dio e per il Maestro, come attestato in Shvetashvatara-upanishad VI.23.
(16) Cfr. yama e niyama nel Sadhana-pada degli Yogasutra di Patanjali, e Bhagavad-gita XIII.8-12.
(17) Cfr. B.g. VI. 35.
(18) Chi pratica il sadhana, la disciplina spirituale, lett. ‘ciò che guida dritto allo scopo’.
(19) Lett. ‘misericordia’.
(20) Lett. ‘non questo’.
(21) In sanscrito: Krishna
(22) Cfr. Bhagavad-gita XIII.22.

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