Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘arte’ Category

Avritam jñanam etena
Jñanino nitya-vairina

Kama-rupena kaunteya

Duspurenanalena ca


La coscienza dell’uomo è coperta dalla lussuria,
 la sua eterna nemica, insaziabile e bruciante come il fuoco.
(Bhagavad-gita 3.39)

 
Caravaggio, David con la testa di Golia,
Roma, Galleria Borghese.

Premessa.

Michelangelo Merisi, detto da Caravaggio, è quasi universalmente riconosciuto, ai giorni nostri, come uno dei più grandi maestri dell’arte di tutti i tempi, non solo italiana, ma mondiale. Questo fascino straordinario che esercita sulle coscienze contemporanee va però confrontato con opinioni di epoche diverse, così da arricchire la nostra visione sia rispetto alla natura dell’arte del discusso pittore, sia relativamente alla natura della coscienza collettiva contemporanea. La quale per molti aspetti si trova a corrispondere alle tendenze espresse da quest’artista o quanto meno trova nelle sue opere l’apologia di atteggiamenti e punti di vista che si sono imposti come modelli di riferimento e paradigmi su cui fondare le nostre esistenze. Data la rilevanza dell’argomento sarà bene concentrare la nostra attenzione e le nostre riflessioni; aprirci ad una rinnovata indagine sulla reale qualità di quelle opere e di quegli autori da cui ci lasciamo così profondamente suggestionare.


Yad yad acarati shreshtas

Tat tad evetaro janah

Sa yat pramanam kurute

 Lokas tad anuvartate

Qualunque azione compia un leader
la gente segue le sue orme.
Tutto il mondo segue la norma
che egli stabilisce col suo esempio.
(Bhagavad-gita 3.21)
L’opera d’arte e l’artista stesso hanno un ruolo specifico nella società che travalica il campo dell’estetica pura e fine a se stessa: l’opera è il mezzo che trasporta lo spettatore verso le dimensioni coscienziali a cui l’autore è pervenuto. Leggiamo quanto esposto in una carta inedita del cardinale Federico Borromeo presso l’Ambrosiana di Milano:
Nell’ordine delle cose umane hanno osservato gl’huomini scienziati ritrovarsi una certa isquisita corrispondenza, e proporzione, della quale essi dicono così. Che quale è la condizione del terreno, tali i frutti e le biade (…), e quali sono i corpi umani, tale esser suole, naturalmente parlando e per lo più la conditione degli ingegni, et ultimamente quale è poi la conditione degli ingegni, tale esser suole la condizione dei loro componimenti per la qual cosa si ha per vero che i vitji dello scrittore, a un certo ombroso e oscuro lume scrivendo, essi si danno a vedere. Perciò Virgilio si conosce esser stato prudentissimo in ogni atto dello sua vita (…). Nei miei dì conobbi un dipintore in Roma [il Caravaggio], il quale era di sozzi costumi, et andava sempre co’ panni stracciati, e lordi a meraviglia, e si viveva del continuo frà i garzoni delle cucine dei signori di corte. Questo dipintore non fece mai altro, che buono fosse nella sua arte, salvo il rappresentare i tavernieri, et i giocatori, overo le cingare che guardano la mano, overo i baronci, et i fachini, e gli sgraziati che si dormivano la notte per le piazze; et era il più contento huomo del mondo, quando avea dipinto un hosteria, et colà entro chi mangiasse e bevesse. Questo procedeva dai suoi costumi, i quali erano simiglianti ai suoi lavori. Non c’è viaggio che non produca in noi una profonda impressione e che non arricchisca il nostro campo mentale di elementi che possono essere tanto benefici quanto pericolosamente tossici. Siamo, dunque, chiamati alla prudenza e, attraverso una valutazione intelligente, a vincere gli impulsi della mente, sempre pronta a lasciarsi attratte e irretire da argomenti lusinghieri che spesso mirano all’auto-giustificazione, al vittimismo falsamente eroicizante, alla subdola complicità, che tutti giustifica, ma che inquina la coscienza e il suo naturale processo di lotta per la liberazione dai condizionamenti e dagli impulsi più bassi. La “rivoluzione” di Caravaggio è falsa ancor più che inconsistente. Non si è mai occupato di altro o di altri che non fosse il suo successo e il suo prestigio e anche questi messi rigorosamente al servizio, non di una causa superiore (scopo specifico dell’arte autentica), ma della propria vanità e arroganza. Per lui l’arte non è strumento di elevazione da una condizione miserevole di vita, non è l’aspetto luminoso di una personalità altrimenti turbolenta, violenta e disgraziata, ma piuttosto ne condivide i caratteri e ne costituisce una glorificazione. L’autentica rivoluzione è quella che passa per la trasformazione di noi stessi in senso evolutivo, e che ci porta a diventare capaci di beneficare ogni essere vivente con spontaneità ed equanimità. Questa rivoluzione è il frutto di una coerente lotta interiore, che armonizza rigorosamente i mezzi al fine; i valori agli strumenti necessari alla loro attualizzazione, e senza che ci sia contraddizione tra questi elementi. Questa relazione è uno dei principi irrinunciabili e fondanti dell’attività artistica, che meglio di ogni altra esprime la nostra somiglianza con il Creatore Supremo: l’arte dunque è imitazione della Natura, non nelle sue forme esteriori e periture, ma nel Suo modo di operare, nelle sue dinamiche sottili, che sfuggono alla percezione sensoriale. Non ho intenzione di demonizzare Caravaggio o di bandirlo dal consorzio umano, ma credo che sia utile fornire alle persone qualche strumento in più per potersi formare una opinione veramente libera e non dettata dalle pericolose mode e gusti del tempo, che come gli infernali vessilli danteschi conducono le genti lungo un sentiero di morte spirituale, oscuro e insignificante.

E io, che riguardai, vidi un’insegna
che girando correva tanto ratta
che d’ogni posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’io non averei creduto
che morte tanta ne avesse disfatta.
(Inferno III, 52-57)
Annunci

Read Full Post »

Karman e morte: ognuno si trova a subire le conseguenze di azioni compiute in precedenza. Lei ha parlato di “programmazione” della vita: le chiedo qualche commento su questo tema.

Programmare vuol dire agire con consapevolezza, farsi carico in modo responsabile di come “muoviamo” cose e persone intorno a noi. Possiamo farlo secondo tre dinamiche: col pensiero, con le parole e con le azioni. L’azione nasce dal desiderio (kama), si sviluppa nel verbo (vac) e si conclude generalmente nell’atto fisico (karman). Nei Testi Sacri di ritualistica karman sta solitamente ad indicare l’atto per eccellenza, quello sacrificale, l’azione che, se perfettamente eseguita, contiene già in sé il risultato desiderato. Quando invece l’agire è accompagnato da insufficiente consapevolezza, da bassa coscienza, il risultato può prodursi ugualmente ma distorto, imprevisto, non nella direzione desiderata, bensì, magari, in quella opposta. Per progettare il futuro si deve dunque conoscere molto bene la scienza dell’azione, che include la conoscenza delle reazioni. La dottrina del karman assicura a chi la segue il raggiungimento degli obiettivi desiderati; essa viene esposta in maniera accurata nei capitoli quarto e quinto della Bhagavad-gita. La vita incarnata condiziona l’essere a soffrire, ad invecchiare, ad ammalarsi, a morire e a nascere di nuovo. I saggi dell’antichità si sono dunque chiesti: “Ma qual è l’azione per eccellenza, capace di mondare dalle conseguenze che generalmente da essa derivano?”. Questo agire perfetto è magnificamente rappresentato dall’atto compiuto per amore divino (bhakti). L’azione distaccata, motivata dall’amore per Dio, non è paragonabile a quella generata dall’amore mondano, che ha come caratteristiche la lussuria, la concupiscenza, l’instabilità, il desiderio intenso ed egoico di godere dell’effimero. Per amore generalmente s’intende quel sentimento che permette di provare piacere nel dar piacere ad altri, ma nella letteratura Vedica il termine bhakti si riferisce esclusivamente a Dio e al guru e consiste in un elevato e profondo sentimento di fede e devozione amorosa riposto in Loro in egual misura. A questo proposito nella Shvetashvatara Upanishad(1) leggiamo che la conoscenza spirituale viene rivelata alla grande anima che ripone la stessa suprema fede amorosa (parabhakti) in Dio e nel Maestro. L’arte dell’azione consiste dunque in un agire pieno ma distaccato dalle passioni mondane e, al livello più elevato di coscienza, ispirato da una sorta di innamoramento per Dio, per il Creatore, supremo Amico ed Amante. Qualcuno potrà chiamarLo Armonia universale, Coscienza, Bene, ma parliamo sempre della stessa Entità, che ha infiniti nomi, come Brahman, Paramatman, Bhagavan, Ishvara. Il Dio di grazia e misericordia, il Dio d’amore è Bhagavan, la Persona suprema. L’azione compiuta per dovere e tesa alla soddisfazione del Supremo non solo permette di riprogettare la vita in senso positivo e luminoso, ma fa sì che il suo autore non debba più rinascere nel mondo dell’esistenza condizionata. Chi considera il piano fisico come l’unico piano esistenziale ha timore di abbandonarlo, ma coloro che percepiscono dimensioni più elevate, non sono morbosamente avvinghiati al mondo materiale, non hanno un comportamento fobico quando intuiscono che debbono lasciarlo. Dunque i materialisti non si preoccupino: neanche volendo potrebbero lasciare l’universo fenomenico, infatti dovranno rimanere qui fino a che tutte le promesse non saranno state mantenute e tutti i debiti totalmente estinti; prima di allora nessuno potrà evadere dalla prigione del mondo sensibile. In condizione di pura follia i prigionieri a volte se la godono spensieratamente, ma i piaceri mondani hanno vita breve e finiscono immancabilmente per trasformarsi in sofferenza. Il corpo umano è un’opera d’arte, un gioiello, uno strumento di alto valore tecnologico, che potenzialmente permette di fare eccezionali esperienze cognitive; tuttavia è fragile e dura poco. Consapevoli di ciò le persone intelligenti si dedicano alla scienza della realizzazione spirituale e si trasferiscono su livelli di coscienza più sicuri prima che arrivi la tempesta, che si presenta, sempre puntuale, sotto forma di infermità, vecchiaia e morte. Qualcuno può sperare di evitare le malattie, più problematico è sfuggire alla vecchiaia, inevitabile è la morte. La mia sfida nei vostri confronti consiste nel riuscire a farvi rimettere in gioco, a stimolarvi, indurvi a riprogettare il vostro futuro, ma poi siete voi che dovete farlo; voi dovete pensare con la vostra testa ed agire in proprio; io posso darvi solo degli orientamenti. Di regola i bisogni fisici vengono soddisfatti facilmente. Le istanze psicologiche e intellettuali vanno invece risolte su piani più alti. Dove nascono i gusti, le tendenze, gli attaccamenti? Non sul piano fisico. Quando la persona se ne va dal corpo, quel corpo non ha più nessun attaccamento anzi, è già in corso la sua dissoluzione ad opera del tempo. Gli attaccamenti risiedono invece nella mente sotto forma di anartha(2). Nelle Upanishad viene più volte affermato che per nascere alla vita spirituale si deve morire a quella materiale e che questo morire per rinascere non comporta nessun dolore. Togliersi una vecchia benda che ormai non ha più niente a che fare con noi, non è doloroso. È quando le ferite sono ancora aperte, sanguinanti, purulente, che è penosa anche la più semplice delle operazioni. Con l’arma della Conoscenza, con la virtù del distacco e con una guida spirituale qualificata, lo scollamento della benda è perfino piacevole. La Bhagavad-gita(3) afferma infatti che la disciplina dello yoga si pratica con gioia e produce la più grande felicità (susukham).

(1) Shvetashvatara Upanishad VI.23.
(2) An-artha: ostacoli alla realizzazione degli scopi (artha). I principali sono la lussuria o la bramosia in senso lato (kama), la collera (krodha), la cupidigia (lobha), l’illusione (moha) e l’invidia (matsara).
(3) Bhagavad-gita IX.2.

Read Full Post »

Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un’altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?

È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi. Non è difficile ripensare alla nostra infanzia; io ho ricordi che vanno da quando avevo pochi giorni di vita, poche settimane, pochi mesi, pochi anni, fino ad oggi. È soggettiva consapevolezza e prova oggettiva che quei corpi non ci sono più. Non è che sono cresciuti, come dicono alcuni; se ne sono andati per sempre, sotto forma di escrementi. Il corpo si consuma in continuazione e contemporaneamente si rigenera attraverso il cibo; mentre noi stiamo parlando centinaia, migliaia, milioni di cellule stanno morendo e vengono riprodotte e rimpiazzate continuamente, fino alla morte di tutto l’organismo. Come dicevo all’inizio, per morte s’intende quell’ultimo momento dell’esistenza incarnata che coincide con la dipartita dell’anima dal corpo, ma in un significato più allargato questo termine può essere anche utilizzato per indicare un importante, decisivo punto di svolta: un taglio a certe amicizie, a certe abitudini o inclinazioni, rappresenta infatti, per certi versi, qualcosa di simile alla morte. Eliminare un comportamento che degrada è un po’ come farlo morire; attivarne un altro che invece ravviva è un po’ come rinascere. Sono dunque tante le sfumature da considerare per comprendere compiutamente le possibili implicazioni e l’intera dinamica del fenomeno morte. Anche la vita può essere paragonata ad un poliedro: la sua comprensione dipende da quali e quante sfaccettature prendiamo in esame e dalla qualità della luce che gettiamo su di esse. Quando tutte le innumerevoli facce, piccole e grandi, vengono illuminate adeguatamente dalla rinnovata coscienza spirituale, allora se ne acquisisce piena consapevolezza e quel poliedro che era opaco, oscuro e inquietante, diventa trasparente come il cristallo. Quando la persona contempla Dio, ricordandoLo anche in virtù dei Suoi santi Nomi, Forme o Qualità, la psiche non presenta più zone oscure, misteriose, inconsce; contestualmente al divino illuminarsi della coscienza scompare la paura. Chi è il saggio e come lo si riconosce? Una delle sue caratteristiche più evidenti è quella di non turbarsi o disperarsi di fronte alla morte1. Ma ovviamente il saggio non è tale solo nel momento della morte; siffatta persona dimostra le proprie qualità in tutte le circostanze della vita. Anche la stanchezza, che quando è eccessiva produce una sorta di stordimento, è un banco di prova per l’individuo. Si può essere tramortiti anche dalla fame, da un’infermità o da una disgrazia in genere. È specialmente in queste occasioni che si manifestano le nostre qualità di fondo, nel bene e nel male. Spesso tali caratteristiche comportamentali sono assai diverse da quelle esibite in condizioni di normale vigore, di riposo, di buona nutrizione, quando non si soffre né caldo, né freddo, né sonno. Dunque, per appurare l’equilibrio e la saggezza di qualcuno, dovremmo osservare come affronta la vita e non aspettare, come unica prova, il momento della morte. Questo è il compito specifico di tutti gli educatori e segnatamente quello del guru, che impartisce Conoscenza allo studente verificandolo continuamente. Socrate conosceva molto bene i suoi discepoli. Quando giunse il giorno della cicuta essi dissero: “Maestro, te ne stai andando e parli di cose di tutti i giorni. Perché non ci dai altri insegnamenti?”. Socrate rispose: “Siete stati con me a lungo; se non mi avete capito finora, cosa potrete capire all’ultimo momento?”. Per conoscere profondamente una persona non è sufficiente la semplice frequentazione, il viverci passivamente assieme; si deve piuttosto investire del tempo con intelligenza e sensibilità, testimoniare i suoi vari passaggi di umore aiutandola a superare i propri limiti, permettendole di passare dalla conoscenza virtuale a quella reale. È questa l’arte della vita.

Tratto da Vita, Morte e Immortalità.

Read Full Post »

Di Tania Zakharova.

All’apice del grande successo, all’età di 50 anni, Lev Nikolaevic Tolstoj,  lo scrittore, drammaturgo, filosofo e teologo russo, conosciuto in tutto il mondo per le sue opere, entra in una profonda crisi esistenziale. Nella Confessione (1882) egli riferisce di aver attraversato, in concomitanza con la crisi, una depressione, profonda e di esserne uscito grazie all’acquisizione di un’idea di spiritualità vissuta con umiltà e semplicità:

“Compresi allora che dopo questa vita priva di senso, non mi aspettava nulla, mi attendevano soltanto sofferenza, malattia, vecchiaia e distruzione finale. Allora mi chiesi: a che scopo tutto ciò? La mia disperazione era così grande che pensai di suicidarmi. Ma ecco giunge a me la salvezza… mi misi a leggere il Vangelo e ad approfondirne il senso. Non mi trovai solo nella conoscenza della verità scoperta nel Vangelo, mi trovai invece insieme a tutti i migliori uomini del presente e del passato. Ho vissuto dopo di ciò gioiosamente vent´anni della mia vita e gioiosamente mi avvicino alla morte”.

Lo scrittore, col maturare della trasformazione interiore e lo svilupparsi delle proprie riflessioni religiose, abbraccia con fervore ideali spirituali nella convinzione che solo l’amore e il perdono, come insegnato all’interno del Discorso della Montagna, possano unire le persone e dar loro la felicità. Accanto alle Sacre scritture cristiane, Tolstoj meditava sui testi vedici. Conosceva ed amava la Bhagavad-gita, facendo spesso rimandi a questo grande testo nei suoi diari e nelle sue lettere. Nelle raccolte “Per l’anima” e “Il sentiero della vita”, l’autore ha incluso diverse massime tratte dai Purana, dalle Upanishad, dalla Bhagavad-gita e dal Mahabharata. L’interesse del famoso scrittore russo per i Veda non si esauriva mai, ma lo studio più approfondito dell’antica filosofia indiana fu da lui svolto proprio nel periodo della sua crisi esistenziale fino alla fine degli anni settanta-inizio anni ottanta, quando Tolstoj sentì la necessità di intraprendere una seria ricerca spirituale alla scoperta del senso della vita. Da quel  momento c’è il vero cambiamento. Il suo stile di vita cambia  completamente, tanto da diventare vegetariano e antimilitarista; inizia a lottare contro lo sfruttamento delle masse e si orienta  per una etica di fratellanza  universale e di pace, sperimentando su se stesso  la sobrietà e la povertà. Il suo pensiero circa l’orientamento e il nuovo  rinnovamento della sua vita così come espresso nei Diari è chiaro ed eloquente:

“Il  compito dell’esistenza consiste nel sostituire la vita fondata sulla lotta e la violenza con una vita fondata sull´amore  ” (Diari, 29.11.1901).

Lev Nikolaevic per trent’anni  cercherà di diffonderlo  utilizzando la sua autorità di scrittore e di praticarlo lui stesso giorno per giorno. Già nel famoso romanzo Guerra e pace, scritto nel 1869, tutta la narrazione viene orientata in funzione della necessità di spiegare il mistero dell’essere umano nei suoi rapporti con l’Essere universale e di scoprire le vie di sviluppo integrale e organico dell’individuo, un atteggiamento interrogativo nei confronti del creato che Tolstoj fa ricercare a molti suoi personaggi (Pierre, Levin, Andrej, Anna, Natasha), fino ad arrivare alla comprensione del Divino in essi racchiuso. Ferito gravemente nella battaglia di Borodino, Andrei Bolkonskij, uno dei personaggi centrali di “Guerra e Pace”, si sente illuminato da una realizzazione: “Si è rivelata a me una felicità nuova, imprescindibile dall’uomo, una felicità al di fuori delle influenze esterne, la felicità inerente solo all’anima… Ho sperimentato quel sentimento d’amore che è l’essenza stessa dell’anima… Amare tutto – amare Dio in tutte le manifestazioni. Si può amare la persona cara con l’amore umano; ma amare il nemico è possibile solo con l’amore divino” (3-2, pag.375.). In un altra opera importante di Lev Tolstoj, Anna Karenina, l’amore viene analizzato sia nell’aspetto estetico, attraverso il prisma della percezione sensoriale, sia come la tensione verso i valori etici. In questo romanzo Tolstoj osserva molto da vicino una “goccia” di quella vita che in Guerra e pace ha trattato in maniera globale e che proprio in quella universalità rivelava un rassicurante disegno armonico. Al contrario, in questa narrazione si analizza il disfacimento di un piccolo universo individuato nella famiglia, che, a sua volta, è il simbolo della società aristocratica russa. La complessità della personalità umana trova compimento nella figura di Anna, che racchiude in sé le contraddizioni del mondo in cui vive, in cui non c’è nessun consolatorio confine tra bene e male. Uno dei temi maggiori che Tolstoj esplora in profondità è la relazione tra amore ed etica, sia nelle forme molteplici che possono assumere, sia nei diversi livelli in cui coesistono, per arrivare poi a disquisire circa la felicità (o infelicità) che ne risulta. Man mano che cambiava la sua visione del mondo, nel corso degli anni, gli scritti che uscivano dalla penna di Lev Tolstoj si riempivano di nuovi contenuti. Gandhi nel 1894 rimarrà profondamente colpito dal libro di Tolstoi  “Il Regno di Dio è dentro di voi”, dove viene denunciata l´insanabile contraddizione fra la coscienza cristiana, la coscienza civile evoluta e la guerra. Nelle ultime ore di vita, con la febbre che lo tormentava e il dolore e la difficoltà respiratoria a causa della polmonite, Tolstoj dettò alla figlia Aleksandra questi pensieri per il Diario:


“Dio è quell’infinito Tutto, di cui l’uomo diviene consapevole d’essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L’uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell’uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L’unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l’Amore. … quanto più grande è l’Amore, tanto più l’uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente”.

Read Full Post »




LEONARDO DA VINCI, LO YOGI DEL RINASCIMENTO ITALIANO.
Di Fabrizio Fittipaldi.

Nell’opera di Patañjali sullo yoga, il diciannovesimo sutra del Samadhi pada può essere così tradotto:

I videha e gli yogi prakriti laya nel momento della rinascita fanno naturale esperienza del samadhi.

Il termine videha indica esseri celesti che hanno corpi di luce; mentre i prakritilaya sono coloro che avendo sviluppato una piena consapevolezza della Natura, vivono spontaneamente l’esperienza del dissolvimento della loro coscienza in essa.
Leonardo appartiene sotto ogni riguardo a questa seconda categoria umana, dai sensi e dall’intelligenza purificati, e il suo speciale rapporto con la Natura caratterizzerà tanto il suo atteggiamento di scienziato, quanto la sua attività artistica, che tra l’altro non è chiaramente distinguibile dalla prima, in quanto ulteriore strumento di conoscenza:

Se tu sprezzerai la pittura, la quale è sola imitatrice de tutte l’opere evidenti de Natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme: aire e siti, piante, animali, erbe, fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. E veramente questa scienzia è legittima figliola de Natura, perché la pittura è partorita da essa Natura; ma per dir più corretto, diremo nipota de Natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla Natura, delle quali cose partorite è nata la pittura. Adonque rettamente la chiamaremo nipota d’essa Natura e parente d’Iddio.

Leonardo, La Vergine delle Rocce (1483-1486), Museo del Louvre, Parigi.

In particolare Leonardo intende l’atto artistico come un elevatissimo strumento di conoscenza di una realtà suprema che rimane invisibile a uno sguardo superficiale e al quale l’artista accede per un processo contemplativo e meditativo, procedendo dalla percezione sensibile di un determinato oggetto all’esperienza della sua forma sottile:

Questo è ‘l modo di conoscere l’operatore di tante mirabili cose, e quest’è ‘l modo d’amare un tanto inventore,
ch’invero il grand’amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama, e se tu non la cognoscerai, poco o nulla la potrai amare.

Leonardo attribuisce una grande importanza al gesto incisivo della mano che col suo agire intelligente trasferisce il contemplato su un piano di immediata visibilità. Si sviluppa un dialogo tra lo sguardo purificato dell’artista e la sua mano che si sforza di riprodurre ciò che -in uno stato di elevata coscienza- si è reso visibile ai suoi occhi, aldilà del velo grossolano delle apparenze. Ciò che la mano registra costituirà a sua volta una base sicura dalla quale l’artista e ricercatore potrà partire per avventurarsi nelle inesplorate e invisibili profondità dell’oggetto e del suo significato.
L’opera d’arte che prende spunto da un oggetto naturale o da un soggetto umano non necessariamente è solo informativa o imitativa; tuttavia è fin troppo facile essere sedotti dagli aspetti individuali e accidentali delle cose che ci stanno dinnanzi, e distolti a causa delle nostre affezioni, dalla visione della forma pura. La possibilità di tali distrazioni è eliminata dall’artista che, svuotando la mente di ogni altro contenuto, si mette all’opera basandosi su un’immagine ricreata interiormente. Anche nel caso di Leonardo, dunque, l’artista opera dall’interiorità all’esteriorità, con forme trascendenti e significanti che emergono dal dialogo costruttivo tra contemplazione e gesto creativo, tra osservazione sensoriale e giudizio intellettuale, e che si riproducono in quello speciale agorà che è il cuore umano. Altrove Leonardo parla di un “giudizio” che sembra identificarsi con l’intelligenza dell’artista: lo strumento psichico che più intimamente dialoga con l’anima e che è funzionale alla sua espressione. A una lettura più attenta la natura di tale “giudizio” sembra rimandare a una dimensione superiore, sintetica e inclusiva, che dovremmo chiamare spirituale: è l’anima stessa a forgiare tale “giudizio” e ad imprimergli quella potenza d’azione plasmante. La forza dell’energia creatrice è in lui sempre contemperata dalla riflessione rigorosa e il suo fare artistico è affatto contrario al cieco operare. L’inesauribile efficacia delle immagini leonardesche si fonda su questa unità di potenza creativa e di pensiero; sul suo fondamentale atteggiamento, che consiste nel porsi al di sopra della propria opera, nella quale, allo stesso tempo, viene ad espressione ciò che supera le possibilità del pensiero logico-razionale:

Quando l’opera sta pari col giudizio, quello è tristo segno in tal giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, com’accade a chi si maraviglia di aver sì ben operato; e quando il giudicio supera l’opera, questo è perfetto segno.

Leonardo da Vinci, Annunciazione (1472-1475), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Secondo Leonardo l’artista è signore dell’opera sua e responsabile dell’energia creatrice che lo attraversa affinché questa non sia ostacolata e deformata, nel suo libero fluire, dai condizionamenti del carattere individuale. Il dialogo tra energia creatrice e “giudizio” si fa nella seguente annotazione ancora più intimo e la loro relazione indissolubile:

Mi pare che sia da giudicare che quell’anima che regge e che governa tutto il corpo sia quella che fa sì che il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro […]. Ed è di tanta potenzia questo tal giudizio ch’egli muove le braccia al pittore e gli fa replicare sé medesimo.

E laddove questa energia primaria rimane inviluppata nella psiche individuale, si hanno solo opere determinate dalle caratteristiche del pittore,

e così segue ciascun accidente in pittura il proprio accidente del pittore.

In conclusione possiamo dire che per Leonardo, come per tutte le autentiche tradizioni culturali, l’arte è strumento di conoscenza della realtà spirituale e mezzo per l’elevazione psichica non solo dell’autore (per il quale rappresenta un vero e proprio sentiero di purificazione e autorealizzazione), ma anche dello spettatore attento e sensibile, che rispettosamente si predisponga a lasciarsi permeare dal messaggio di verità che l’opera veicola.

Read Full Post »

QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE SECONDA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Negli Usa, dove già tentativi in questo senso sono in atto, in discussione ci sono definizioni di identità, uguaglianza, moralità, sicurezza; il concetto stesso di umanità. Il tecno-positivismo portato all’estremo dai transumanisti è già parte dei programmi di ricerca più avanzati della biomedicina contemporanea. Il progetto postumano, di fatto, è stato già avviato. Ciò di cui i paladini della tecno-scienza e del progresso, non sembrano rendersi conto, sono gli spaventosi “effetti collaterali” che questo terremoto culturale possa provocare. Al momento è impossibile predire tutti i possibili sviluppi di questa manipolazione della natura da parte dell’uomo. In una intervista, Natasha Vita-More prospetta alcuni scenari del futuro come quello, per esempio, dell'”upload”, suggerita da alcuni scienziati che lavorato in questo campo: “Un upload è una persona o una entità che è stata copiata in un medium sintetico (elettronico, etc.). Il cervello e la memoria (mente) sarebbero trasferite o ‘uploaded’ (caricate) in un ambiente/medium differente e l’entità/persona non sarebbe costretta entro determinati attributi fisiologici. Questa stessa entità/persona può downlodarsi (scaricarsi) in un corpo umano o in una varietà di veicoli mobili o meccanismi di trasporto. Noi potremmo vivere in ambienti multipli simultaneamente ed essere parte di differenti personalità. Molto probabilmente si svilupperebbe un controllo centrale o principale dell’entità/persona e le altre personalità sarebbero parte della centrale o principale entità.” E’ uno scenario veramente agghiacciante di una società di neo-Frankenstein gestiti da pochi eletti di dubbia levatura morale. Il dolore esistenziale che deriva dal portare un corpo in continua trasformazione e deperimento era sentito anche nell’antichità e quindi l’arte, la scienza e la spiritualità erano metodi reali e definitivi per risolvere i problemi esistenziali. Al momento sia la scienza sia la psicologia occidentali non sono riusciti a dare la risposta ai quesiti esistenziali sulla nascita e la morte. La vera natura della realtà non potrà essere nota finché non avverrà un cambiamento radicale nell’approccio alla vita e alla conoscenza. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei problemi fondamentali della psicologia come la natura e l’origine della mente, la continuità dell’esperienza, relazione corpo-psiche, l’immortalità dell’essere vivente, rimangono insoluti. Nella psicologia vedica la mente è costituita di materia molto sottile, e mente e corpo, essendo entrambe materiali, possono agire e reagire solo in presenza dell’Atman, che per definizione è quel principio vitale che dà vita a tutti i corpi, che è l’origine della coscienza. La scienza dell’anima, atmavidya, studia innanzitutto la componente di base di ciascun individuo, che è quella spirituale. Secondo la psicologia vedica non esiste una separazione netta tra scienza e arte. L’arte permette di costruire un oggetto la cui bellezza è tratta dai canoni che fondano le proprie radici nelle verità eterne dei testi della Rivelazione e della Tradizione. Le descrizioni di queste opere scientifiche, religiose, simboliche, forniscono il canone all’artista che lavora meditando egli stesso per primo su passi scritturali, su osservazioni dell’universo, sulle forze della natura. Arte di vivere significa comprendere la natura e entrare in armonia con il sistema cosmico-universale. Nella prospettiva della scienza vedica il mondo fisico, quello presentato dai cinque sensi, non esprime tutta la realtà, ma solo un riflesso di essa. Nella teoria della trasformazione (vikara) di Bhaktivinoda Thakura, si asserisce che le forme-immagini del mondo fenomenico sono modificazioni imperfette, vikara appunto, di quelle eterne e perfette del mondo spirituale. Nel Vishishtadvaita Vedanta di Ramanuja il mondo è reale ed è perfino strumento di liberazione dai limiti della materia, se ne facciamo un uso corretto. Se ci identifichiamo con esso, non può che causarci dolore e sofferenza. Secondo i numerosi testi della letteratura vedica il linga-sharira, o corpo sottile, possiede in totale diciotto componenti integrate e funzionanti come un tutt’uno. Di vita in vita ogni individuo si porta dietro, registrate nel corpo sottile, un numero incalcolabile di esperienze che, ogni volta, determinano non solo il successivo corpo fisico, ma anche una particolare visione del mondo. Questo passaggio viene descritto anche nella Bhagavad-gita, dove si spiega che il jiva (l’essere vivente) porta con sé le proprie concezioni di vita nel passaggio da un corpo all’altro e che ogni volta, nel nuovo corpo viene dotato di un particolare set sensoriale, che gravita attorno alla mente: “Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, così l’anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili.”(Bhagavad-gita, II-22). Si veda anche Bhagavad Gita XV.9. Nella gerarchia cosmica della Cosmogonia Vedica, i Manusha loka (lett.”i mondi degli umani”) sono i pianeti mediani dove i corpi sono formati da tessuti con altissima percentuale d’acqua; su questi pianeti la vita è breve e tormentata. Alla fine di un ciclo esistenziale dobbiamo “morire” per rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle attività compiute in questa vita. Così l’imprigionamento nella struttura psicofisica continua senza fine per colui che è limitato dalle concezioni materialistiche. Ha senso creare degli ibridi tecno-umanoidi per prolungare la sofferenza dell’umano?

Read Full Post »

QUALCUNO E’ PERFETTO?
L’ARTE TRANSUMANISTICA ALLA RICERCA DELL’IMMORTALITA’ (PARTE PRIMA).
Di Tania Zakharova.

Con la tua arte, o Spirito, sconfiggi l’inaridimento della morte.
(Rig Veda)

Nell’arco esistenziale di ogni individuo avvengono tante trasformazioni, cambiano esteticamente i volti, i corpi, ma ancor più la mentalità, le convinzioni, il modo di vivere, la forma mentis. Gli umani sono afflitti da molti dolori: la malattia, l’infermità, la vecchiaia, i condizionamenti. Si chiama Primo Posthuman 2005. “Non ha età, non ha genere, non ha razza. E’ l’ essere umano dei sogni, un’utopia alla quale stanno lavorando scienziati e artisti”- così viene definito l’uomo del futuro nell’articolo di Laura Lazzaroni sull’arte transumanista “Qualcuno e’ perfetto(1) E’ “un individuo le cui caratteristiche di base sono così superiori a quelle di noi umani, da non essere più considerato umano secondo gli standard attuali, resistente alle malattie e all’età, che ha il controllo del proprio stato psico-emotivo, superiormente predisposto al piacere, all’amore, all’apprezzamento artistico, in grado di sperimentare stati di consapevolezza a noi sconosciuti”. Nel Dizionario Enciclopedico del Reader’s Digest, “transumano” è definito come “sorpassante; trascendente; oltre”. Nel Nuovo Dizionario Universale Webster, “transumanizzare” è inteso come “elevare o trasformare in qualcosa oltre l’umano”. Oggi si tende diffusamente a intendere il termine più riduttivamente come una transizione evolutiva dalla biologia umana tradizionale verso una nuova forma di biologia fusa con la tecnologia. Oltre a cercare di superare tutti i confini della biologia, il Transumanismo dunque aspira al miglioramento della condizione umana attraverso le nuove tecnologie, come la nanotecnologia e gli usi avanzati delle comunicazioni. Il transumanismo cerca anche di superare i limiti dell’arte e dell’estetica, per integrare l’arte con la tecnologia, la scienza e la vita stessa. In questa interconnessione tra l’arte e la scienza, i progressi della biotecnologia, dela nanotecnologia e dell’informatica presentano all’uomo un dilemma: quelli che oggi sono strumenti di cura, non potrebbero un domani servire a potenziare i corpi sani? L’artista multimediale, l’autrice di produzione artistiche transumaniste, Natasha Vita-More, suona ottimista: “Garanzia: ventiquattresimo paio aggiuntivo di cromosomi. I corpi abusati verranno sostituiti a spese dell’interessato. Ci riserviamo il diritto di cambiarli con un modello di seconda mano”.

(1) La Repubblica, Inserto D – #439, 26 Febbraio 2005.

Read Full Post »

Older Posts »