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Archive for the ‘armonia’ Category

Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato. La tendenza dell’uomo occidentale medio è proiettarsi fuori di sé per identificarsi con l’oggetto, cercando di valorizzarsi in esso. In questa proiezione verso l’esterno l’individuo si è smarrito, per cui, con grande difficoltà e spesso con sofferenza, si chiede: “Ma io, chi sono? Qual è la mia natura? Qual è il senso della vita? Da dove vengo? È questa la mia prima nascita? Cosa mi accadrà dopo la morte?”. La filosofia delle Upanishad risponde a domande come queste. Nel saggio “Vita, Morte ed Immortalità”, rifacendomi a vari passi della letteratura vedica, ho spiegato tutte le dinamiche che precedono e che seguono la morte fisica. Nel Rigveda, nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Bhagavad-gita e nelle antiche narrazioni note come Purana, sono contenute dettagliate informazioni volte a spiegare quali sono le dinamiche che governano e guidano l’essere nei drammatici momenti in cui fuoriesce dal corpo. Il grande affresco cosmologico e cosmogonico dipinto dai Purana dà la possibilità, a qualsiasi ricercatore sincero, di approfondire la propria esperienza e conoscenza, per contestualizzarsi secondo le proprie coordinate di guna(1) e karma(2), sapendo da dove proviene, dov’è e dove sta andando. Dall’acquisizione di questi dati, gran parte della tensione che attanaglia l’uomo si depotenzia e la serenità insita nella natura umana, sorge di nuovo; dalla serenità sgorga la letizia e dalla letizia la beatitudine, che costituisce la natura ontologica dell’essere vivente. L’esatto contrario accade quando l’essere si identifica con le varie “etichette” o personalità storiche nascita dopo nascita: “Sono una donna. Sono giovane e bella. Sono anziana. Sono vecchia e malata”. In quest’ultimo caso il dolore viene vissuto come esperienza di funzioni che vengono meno, di disadattamento rispetto allo stile di vita precedente; ne consegue una depressione, che porta con sé una profonda sofferenza psichica. Generalmente le persone concludono il loro segmento di vita, angosciate, impaurite, sofferenti, il che certamente non proietta verso una bella prospettiva. Non è mia intenzione spaventare nessuno, ma qualsiasi individuo con una visione aperta, sensibile a tali tematiche, si sarà già reso conto dell’esistenza di questi problemi e dell’importanza di trovare una soluzione. Il punto dolente sta nel fatto che la società non vuole pensare a tutto questo e lo rimuove. Le persone preferiscono distrarsi, stordirsi, e nel peggiore dei casi ubriacarsi o drogarsi, nel tentativo di sfuggire alla triste realtà, perché non sanno come affrontarla. L’uomo è un essere difettoso, ma nella sua imperfezione ha una potenzialità: condivide la natura del Supremamente Perfetto, per cui lo si può considerare almeno potenzialmente perfetto. Una volta intuita la strada, l’essere umano ha la capacità di cambiare e, da paradosso qual è, pieno di conflitti, diventare una persona serena, riducendo gradualmente gli strati che lo ottundono, fino a vedere la Realtà. Questa Realtà è stata annunciata da grandi saggi anche all’Occidente. Molti di loro appartenevano a tradizioni mistiche, religiose; altri si erano elevati attraverso l’esperienza personale, anche laica, ma è certo che tutti hanno parlato di una dimensione costituita da immortalità, consapevolezza e beatitudine.

(1) Le tre energie che determinano il condizionamento degli esseri incarnati. Sono: Tamas (ignoranza); Rajas (passione) e Sattva (virtù).
(2) Legge di causa-effetto su cui si regge l’universo fenomenico, per la quale ad ogni azione positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

Tratto dal libro ‘Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza’ di Marco Ferrini.

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5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?
Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un’occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.

6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?
Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.

7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.

8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.

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Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell’energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire – dopo la prima curva – che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s’impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l’amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l’apprezzamento e l’affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos’altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l’utilità è il principio e se l’utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

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IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE PRIMA).
Di Marco Ferrini.


La qualità delle relazioni è garantita solo se sappiamo apprezzare il valore e le qualità degli altri e della relazione in sé. La carenza o addirittura la mancanza di tale apprezzamento produce un deserto relazionale. Per ovviare a ciò, primo passo indispensabile è imparare a riconoscere i pregi a chi li ha. Cosa dire, quando, quanto e a chi non è sempre facile da capire o da intuire: le relazioni umane sono un universo complesso. A volte mettiamo il cuore in una relazione, cerchiamo di svilupparla al meglio delle nostre possibilità, eppure non riusciamo a costruire con l’altro quel che era nelle nostre intenzioni. A noi spetta impegnarci e fare il massimo, con intento evolutivo, con gioia e desiderio di crescere assieme ma senza aspettative, sempre aperti alla risposta dell’altro, rispettando l’altrui libertà. Se davvero desideriamo imparare ad amare gli altri, non ci adageremo passivamente sulle persone sviluppando con loro relazioni morbose, di dipendenza, caricandole delle nostre aspettative e pretese egoiche e con queste soffocando la possibilità di interagire ed operare favorevolmente per il bene comune. Chi non riesce a mettere in pratica questo basilare principio, crolla con il crollare della relazione: perde quota e cade al suolo senza neanche aver avuto il tempo di accorgersene. Investiamo nelle relazioni le nostre migliori energie, tutta l’intelligenza e il cuore, ma facciamolo senza ammalarci di perfezionismo, essendo umilmente consapevoli degli umani limiti, nostri e altrui. Anche ciò ci aiuterà ad apprezzare il valore di ciò che stiamo costruendo. Per edificare una relazione, che sia di coppia, amicale, parentale o di Maestro-discepolo, tenete di conto dei tre principi fondamentali che Vitruvio stabilì come prioritari per l’edificazione delle costruzioni:

1) Stabilità
2) Funzionalità
3) Bellezza

Un edificio deve essere stabile, solido, capace di reggere agli urti del tempo e degli elementi della natura, e così una relazione. Non si può costruire su di un terreno fragile che non regge: si debbono necessariamente scegliere terreni solidi. Se abbiamo a che fare con un terreno fragile, occorre prima di tutto iniziare un lavoro di consolidamento del terreno stesso, prima di cominciarvi a costruire. Non si può consolidare il terreno e nel frattempo iniziare a costruirvi sopra: non funzionerà, per certo l’edificio non potrà reggere, così come una relazione non potrà reggere agli urti del tempo e alle sfide della vita se non è stata ben impostata, ben preparata, coltivata, rafforzata, maturata. Affinché si manifestino i propri ed altrui talenti e qualità, affinché si sviluppino le siddhi, ovvero le perfezioni nella relazione, e diventino sempre più fulgenti, in tutta la loro potenzialità espressa, occorre costruire su basi solide e per far ciò occorre operare con continuità, senza intermittenza, senza distrazioni o dispersioni di energie, viceversa le nostre possibilità di sviluppo e di realizzazione rimarranno incompiute, flebili come piccole lucciole che si accendono e spengono nel buio della notte. La discontinuità e i conseguenti sbalzi di umore, rovinano le relazioni e ogni cosa che si fa. Oltre ad operare con continuità per favorire il vigore, la tenuta e la stabilità delle relazioni, occorre impostare i nostri rapporti in base a ciò che è più funzionale alla nostra e altrui evoluzione. Una relazione può essere di per sé stabile e bella, ma se non è funzionale all’alto scopo che ci siamo prefissi, quale sarà il suo valore? Per imparare ad impostare le relazioni secondo il principio della funzionalità, è importante sviluppare le qualità della flessibilità, della duttilità, dell’elasticità, che ci permettono di scegliere a seconda della situazione in cui ci troviamo il comportamento più idoneo – per quel tempo (kala), luogo (desha) e circostanza (patra) – rispetto ai valori che ci siamo dati o che intendiamo perseguire. Infine, oltre ad essere stabile e funzionale, una costruzione secondo Vitruvio deve essere anche bella, e così ugualmente una relazione. Per quanto gli umani si siano sforzati di stabilire dei canoni estetici, il senso del bello è sempre sfuggito a rigidi schemi o a preimpostate categorizzazioni. La bellezza è proporzione, armonia, perfezione delle forme, ma anche quel certo “non so che” che rappresenta il fascino di una certa cosa, persona o relazione: la sua unicità. E così, se affiniamo lo sguardo, se eleviamo la coscienza, se purifichiamo il sentire, possiamo scoprire fascino e bellezza in ogni essere, in ogni relazione, realizzando che la bellezza è oltre la mera parvenza delle forme: corrisponde all’intima essenza di ciò che è. Nella tradizione il bello era infatti inscindibile dal buono, dalle qualità dell’anima. Avviare relazioni affettive basandosi su criteri di estetica superficiale, quella ingannevole delle forme, vuol dire condannarsi a fallimenti sicuri. “Non t’inganni l’ampiezza dell’entrare”, dice Minosse a Dante, e continua: “Bada di chi te fide”. Ciò è importante per non intraprendere relazioni frutto di scelte avventate, il cui esito non può essere che frustrazione, sofferenza, tante volte depressione e disperazione.

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Le persone vanno amate non per quello che fanno, ma per quello che sono. Ogni individuo è unico e speciale in quanto scintilla divina; non sono le abilità o le qualità esteriori che dimostra a conferirgli valore, sebbene questi due aspetti siano intrinsecamente connessi. Ciascun talento ha infatti origine in tale matrice divina e rimane allo stato potenziale o si esplicita a seconda del livello di coscienza dell’individuo che ne è portatore. Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d’affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un’accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d’accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l’individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un’attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un’attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un’attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell’ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all’infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l’impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l’impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell’amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d’amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell’altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l’attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l’inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos’altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d’amore per noi stessi. Ciò che è vero nei confronti dell’altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all’inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l’altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo – universo in perenne trasformazione – essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall’alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un’opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.

(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l’amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza
 Einaudi, 2001.

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In qualsiasi impresa la nostra predisposizione gioca un ruolo decisivo. Se non c’è una buona predisposizione non vi sarà successo, quello vero che è spirituale: tutto il resto non ha consistenza, non dura e non ha valore. I testi indovedici ci spiegano che la potenza, l’energia, la forza derivano dalla purezza. Se ne deduce che l’aspetto più importante nella preparazione all’agire è la purificazione, della mente e del cuore. Si potrebbero leggere e studiare molti libri, ma non è da ciò che si trarrà la forza per ben agire e la capacità di ispirare altri. La forza deriva dalla purezza e la purezza genera trasparenza. Come nell’acqua pulita si può vedere un oggetto che giace sul fondo, e non è possibile vederlo se l’acqua è torbida, così una mente velata, offuscata ed ottenebrata dai condizionamenti, non riesce a vedere né a discernere la verità: per farlo occorre produrre uno stato di trasparenza, di purezza interiore. Anche nella comunicazione, per avere successo, è più che mai indispensabile una buona attitudine, tanto in chi parla quanto in chi ascolta. Quando ad uno dei due interlocutori manca questa sensibilità e questo impegno, il dialogo non si svolge nel migliore dei modi e non porta i frutti sperati. Non è sufficiente il desiderio intenso di chi parla, occorre l’attenzione, altrettanto intensa e pulita, di chi ascolta. Coltivando la purezza possiamo ricostituire per intero la nostra riserva d’amore e investirla tutta nella relazione con Creatore, creato e creature. Quando ciò avviene si manifestano i segni visibili di pacificità, serenità e soddisfazione interiore. Chi è soddisfatto nell’anima non ha bisogno di oro, argento o brillanti, di riconoscimenti od onori, poiché già dentro di sé ha trovato quel che lo appaga in tutto. Come spiega Krishna nella Bhagavad-gita (XVIII.54): egli non ha rimpianti né brame; è profondamente umile avendo realizzato che la potenza illusoria dell’energia materiale è insuperabile e che solo abbandonandosi a Dio possiamo varcare i confini delle apparenze ed entrare nella realtà (cfr. Bhagavad-gita VII.14).
Nel suo più alto insegnamento lo Yoga è questa visione ritrovata, è la reintegrazione del sé nella realtà universale, la sua ricongiunzione in amore con Dio e con tutte le creature. La libertà interiore, patrimonio inalienabile di ciascun essere, va utilizzata tutta per volgersi alla purificazione e perseguire il supremo bene. Sebbene molte dinamiche possano sfuggire al nostro controllo, noi abbiamo sempre la possibilità di modulare e scegliere la nostra risposta agli eventi, la nostra attitudine interiore. Se ci sono pensieri disturbanti che impediscono un corretto agire, possiamo evocare esattamente il loro opposto, come Patanjali rishi insegna nel Sadhana Pada (II 33): vitarka badhane pratipaksha bhavanam. Ad esempio: pensare con orgoglio di essere al centro dell’attenzione ed aspirare unicamente al proprio tornaconto egoistico è esiziale, micidiale per la nostra coscienza; se insorge questo pensiero dobbiamo spostarci nel suo opposto: “Agisco non per me ma per il bene di tutti gli esseri. Offro ad uno scopo superiore, a Dio, le mie azioni con tutto il mio amore. Spero che il Signore possa gradire la sincerità della mia umile offerta, nonostante i miei limiti, e che nella Sua infinita misericordia le conferisca reale valore”. L’umiltà e la sincerità dei nostri sforzi, faranno sì che potremo essere recipienti di intelligenza e forza necessarie per agire in ogni circostanza in maniera costruttiva, per la nostra ed altrui evoluzione. Il segreto del successo è il puro spirito di offerta, il predisporsi con umiltà, tolleranza, fede e gioia, pronti a riconoscere il valore altrui e ad agire per il bene di tutti. Con questa attitudine possiamo affrontare positivamente qualsiasi impresa o evento, anche una malattia, una grave perdita o un tradimento. Di fronte agli ostacoli che incontriamo occorre far fronte; non abbattersi ma fronteggiarli con serenità e fiducia, come un atleta che con entusiasmo si accinge ad una corsa a ostacoli sapendo che sono proprio gli ostacoli a spronarlo al miglioramento delle prestazioni, a superare i propri limiti. Ogni evento va accolto come una possibilità di crescita e di formazione. Questo è ciò che offre la grande scuola della vita, per realizzare un’armonica integrazione tra corpo, psiche e anima, tra varna e ashram, tra individuo e società, tra immanenza e trascendenza. Mantenendo fissa la meta, dobbiamo imparare a nuotare nel grande mare dell’essere per trovare il nostro porto sicuro, la nostra centratura, il nostro equilibrio, utilizzando le sollecitazioni alle quali siamo continuamente esposti. In questa ardua ma affascinante impresa la predisposizione gioca un ruolo essenziale, e per questo deve essere almeno “buona”.

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LA PSICOSOMATICA NELLA LETTERATURA INDOVEDICA (PARTE SECONDA).
di Marco Ferrini.

IL POTERE DELLA MENTE.
Per alcuni potrebbe sembrare incomprensibile come un’immagine formatasi nella mente possa avere effetto sulle funzioni fisiologiche, arrivando persino ad arrestare malattie tanto gravi come ad esempio forme tumorali incurabili. Secondo la moderna fisica subatomica, nel cervello umano l’immagine memorizzata di una cosa può avere altrettanto impatto sui sensi quanto la cosa stessa. In realtà l’immaginazione è già creazione di una forma, poiché essa implicitamente possiede già in sé tutti i parametri necessari per metterla in atto(1). Queste recenti acquisizioni scientifiche confermano il punto di vista della tradizione indovedica, la quale spiega come la genesi dell’azione vada ricercata in ultima analisi nel desiderio che genera il pensiero, il quale possiede di per sé un’enorme forza creativa che, se lasciata fluire correttamente, esplicita lungo il suo percorso tutte le proprie potenzialità, passando dal livello sottile a quello grossolano e arrivando persino a modificare la realtà delle cose. Dunque immaginazione e realtà, pensiero e azione sono fondamentalmente inscindibili; non dovremmo perciò sorprenderci che immagini presenti nella mente possano alla fine manifestarsi come realtà fisica. In altre parole, i nostri corpi rispondono non alla realtà, bensì a ciò che noi immaginiamo reale. L’efficacia del placebo è dimostrazione evidente di come psiche e corpo interagiscano in continuazione e siano troppo interconnessi per essere trattati come entità separate. Secondo Bohm, il sistema mente-corpo non è fondamentalmente in grado di distinguere la differenza tra gli ologrammi neuronali che il cervello usa per sperimentare la realtà e quelli che evoca quando immagina la realtà. In tutti i casi comunque gli elementi che vanno a formare questi ologrammi neuronali sono molti e molto sottili. Giocano ad esempio un ruolo fondamentale le speranze e le paure, i pregiudizi e le credenze individuali. L’immaginazione, a seconda della qualità dei suoi contenuti, può dunque causare malattie oppure curarle. Per mettere in atto quest’ultima benefica potenzialità è indispensabile attenersi ad una disciplina mentale che permetta al soggetto di controllare la propria attività psichica (in assenza di ciò i medici debbono ricorrere al placebo cercando di indurre inconsciamente il paziente ad attingere alle forze guaritrici presenti dentro di sé). In questo ambito l’importanza dello Yoga è più che mai fondamentale poiché insegna la disciplina per il dominio della mente e per il pieno e corretto utilizzo di tutte le sue infinite potenzialità, le quali possono apportare benefici enormi su tutti i piani esistenziali, incluso quello fisico. Quando infatti si riescono a penetrare livelli di coscienza elevati, la forza della mente può arrivare persino a prevalere sui caratteri genetici (cfr. Bruce Lipton “La mente è più forte dei geni”). Ovviamente quanto più la consapevolezza è profonda, tanto maggiori saranno i cambiamenti che riusciremo ad attuare sia nei nostri corpi che nella realtà attorno a noi. L’essere umano vive dunque in un universo nel quale anche un solo cambiamento di attitudine o di modo di pensare può stabilire la differenza tra la vita e la morte, tra la salute e la malattia, e nel quale le cose sono così sottilmente interconnesse che anche un sogno o un’immagine possono diventare realtà. I miracoli accadono non in opposizione alla natura ma in opposizione a ciò che noi conosciamo della natura, affermava Sant’Agostino. In definitiva corpo e mente rappresentano due entità solo apparentemente distinte, così come materia ed energia. Tutto ciò che è fisico, i Veda insegnano ed alcuni esponenti di spicco della fisica moderna confermano, non è altro che energia mentale cristallizzata. Nella scienza medica dell’Ayurveda, l’aspetto psicologico e l’aspetto fisiologico, vista la loro stretta connessione, non vengono trattati separatamente ma studiati e curati di pari passo. Questo perché lo stato di salute può essere effettivamente ristabilito, con risultati totalmente soddisfacenti e duraturi nel tempo, solo se la cura è di tipo olistico, se cioè tiene di conto di tutte le diverse componenti che, nel loro insieme, costituiscono quel micro universo che è l’essere umano: la componente fisica, psichica e spirituale. Il corpo fisico e quello psichico, cioè il complesso corpo-mente, debbono venir armonizzati perché, una mente disarmonica rispetto al corpo o un corpo disarmonico rispetto alla mente, generano sofferenza e di conseguenza malattie e infermità. Niente ha più potere sul corpo quanto le convinzioni della mente. L’armonia è un assaggio di liberazione; è la chiave per ripristinare uno stato di salute totale riappropriandosi della propria inesauribile riserva di energie, indispensabile per scalare le vette della consapevolezza più elevata.

(1) Cfr. Michael Talbot, Tutto è uno, ed. URRA, 1997, p. 103.

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