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Archive for the ‘anima’ Category

Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.  Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda). Rimuovere avidya rappresenta il primo indispensabile passo da compiere per attivare il decondizionamento ed arrivare a quella dimensione in cui si può percepire appieno la nostra natura profonda, ontologica. A tale scopo non è però sufficiente l’informazione teorica che l’essere è di natura spirituale e immortale. Alcuni credono che una volta affrontate certe questioni dal punto di vista concettuale il lavoro sia concluso, ma la realtà è ben diversa. Una conoscenza di questo tipo può rappresentare un buon inizio, ma per dare risultati concreti deve poi essere calata nella pratica, vissuta, sperimentata, fino a diventare, in maniera sostanziale, continua e stabile, qualcosa di luminoso per il ‘sé’ e per la coscienza del soggetto. Soltanto dopo la sperimentazione, la conoscenza acquisita costituirà una conquista ed una consapevolezza stabili. Il vero imperativo della vita consiste dunque nel conoscere chi siamo. Non soltanto i rishi vedici affermavano questa verità, ma anche Socrate, Platone, Lao-Tze e gli illuminati di tutti i tempi e di tutte le tradizioni. Dopo avidya, la seconda causa di condizionamento è asmita, l’identificazione con il corpo e con tutto ciò che ad esso è collegato. Se chiedessi ad alcuni tra voi di presentarsi, qualcuno direbbe: “sono una studentessa” oppure “sono un militare e ho questo grado” oppure: “sono un professore universitario”, “sono un meccanico della Fiat”, “sono un postino”, e così via. Si tratta di identificazioni con il corpo-oggetto, ma l’atman non è oggetto, è soggetto. Se vogliamo liberarci di ciò che ci limita e ci impedisce di avere piena libertà di azione, per prima cosa dobbiamo conoscere l’origine dei nostri condizionamenti. Essi sono generati proprio dall’identificazione con il corpo, con un ambiente, con un colore di pelle, con un ruolo nella società che li crea. La terza e la quarta causa di condizionamento sono raga (attrazione) e dvesha (repulsione). È utile studiarle assieme poiché sono come due facce della stessa medaglia. Gli antichi saggi spiegano infatti che ciò che genera attrazione, poi finirà col generare repulsione, mentre ciò che genera repulsione potrà successivamente generare attrazione. Il saggio si sottrae a questi due condizionamenti trascendendoli entrambi. Raga, si potrebbe tradurre anche con il termine “piacere”; paradossalmente, il cosiddetto piacere diventa causa di condizionamento e presto cede il posto al suo contrario: il dolore. La Bhagavad-gita (V.22) insegna che: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, che sono dovute al contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, questi piaceri hanno un inizio e una fine e l’uomo saggio non trae gioia da essi”. È facile per tutti capire che la repulsione (dvesha) è fonte di sofferenza, ma molti hanno difficoltà a comprendere che anche il piacere può diventare origine di condizionamento e conseguenza di dolore. Questo perché, a causa della natura instabile di questo mondo, non possiamo aspettarci di mantenere per sempre gli oggetti del nostro piacere. Nel momento in cui li perdiamo, proviamo un dolore che è tanto acuto quanto intenso, a causa dell’attaccamento che abbiamo sviluppato per essi. Abhinivesha è la quinta fonte di condizionamento ed è costituita dall’attaccamento alla vita in un determinato corpo, ovvero, tradotto in termini occidentali, dalla paura della morte. Può essere una lucida ossessione giornaliera o rimanere serpeggiante nell’inconscio, ma il concetto che ognuno ha della morte è un condizionamento che dura tutta una vita e anche vita dopo vita. Se si è oppressi da questi condizionamenti, l’armonia è pressoché impossibile, è pura utopia, mentre diventa una dimensione reale quando i condizionamenti vengono meno. L’armonia ha inizio con la comunione di quelle che Jung ha chiamato funzione estrovertita e funzione introvertita. La funzione estrovertita, come già detto, è la caratteristica di proiettarsi nel mondo, di identificarsi, di misurarsi con l’oggetto e di far dipendere massimamente la propria opinione dall’oggetto, di verificare se quello che si sente è vero in base alla risposta che dà l’oggetto. Di per sé questo atteggiamento è già patologico, ma è proprio di una fascia così ampia di popolazione che ormai viene considerato normalità. Nella funzione introvertita l’individuo tende ad avere un riscontro esclusivamente interiore che spesso, nella sua forma patologica, porta ad una negazione del mondo e degli oggetti, quindi di tutto ciò che è esterno a sé. L’armonia è comunione tra le due funzioni estrovertita e introvertita e quindi trascendimento delle stesse, dove l’oggetto e il soggetto partecipano della causa originaria da cui entrambi provengono. Quindi, spirito e materia, essenza e sostanza, tornano ad armonizzarsi sul piano spirituale ed ecco che si ristabilisce la salute psicofisica. In questo modo si spiegano remissioni spontanee di malattie gravissime, guarigioni miracolose e facoltà mentali straordinarie, anche se spesso la persona viene illuminata per breve tempo e poi torna nel grigio della “normalità”.
Tratto da Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza.

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Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell’efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”).  La tradizione indovedica, con la sua mole di letteratura sull’argomento – inspiegabilmente ignorata dalle università occidentali – offre contributi preziosi e necessari alla comprensione delle dinamiche affettive e relazionali, dei risvolti emotivi e dei sentimenti ad esse sottesi, fornendo teorie, strumenti e metodi di crescita psicologica e spirituale. Un monumento alla scienza psicologica come la Bhagavad-gita, ad esempio, utilizzando il linguaggio del mito e del racconto, ci svela le cinque verità fondamentali sulla condizione degli esseri viventi: Dio (Ishvara), l’individuo (jiva), la natura (prakriti), il tempo (kala) e l’azione (karma) e attraverso un avvincente dialogo tra coscienza superiore (Krishna) e coscienza condizionata (Arjuna), svela via via tutti i segreti di una conoscenza confidenziale, intima e spirituale, intrisa di passaggi gioiosi che parlano direttamente al cuore del lettore. Pronunciate da Dio in Persona, le parole che compongono gli shloka della Bhagavad-gita contengono una potenza rivelatrice che illumina concetti portanti della scienza psicologica. Ad esempio, sul ruolo della volontà e del senso di responsabilità rispetto alle azioni che l’essere umano compie, sul senso di colpa che le accompagna, sulla natura dell’identità individuale, il terzo capitolo offre svariati temi di riflessione, come il rapporto tra io (falso ego) e anima spirituale, l’influenza dei guna (gli attributi della materia) sul comportamento, la condizione esistenziale di chi agisce lasciandosi guidare da una coscienza materiale: 
“Sviata per l’influenza del falso ego, l’anima spirituale, crede di essere l’autrice delle proprie azioni,
che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale.”
(Bhagavad-gita III.27)
In merito all’esercizio della libertà nel rispetto di un ordine etico superiore (il dharma) e alla necessità per l’individuo di mantenere e coltivare il collegamento con il mondo dello spirito e con la sua vera natura, troviamo varie e articolate spiegazioni. 
“È molto meglio compiere il proprio dovere, anche se in modo imperfetto, che compiere perfettamente quello altrui.
È meglio fallire nel compimento del proprio dovere che impegnarsi nei doveri di altri perché seguire la via altrui è pericoloso.”
(Bhagavad-gita III.35)
Riguardo al tema dei rapporti, tutta l’opera è un costante richiamo alla felicità che deriva da un’unione salda ed elevata con tutte le creature:

“Chi vede in ogni essere l’Anima Suprema, ovunque la stessa, non si lascia trascinare dalla mente alla degradazione.
Si avvicina così alla destinazione spirituale.”
(Bhagavad-gita XIII.29)

E anche: 
“Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri viventi e vede tutti gli esseri viventi in Me.
In verità, la persona realizzata vede Me, il Signore Supremo, in ogni luogo.”
(Bhagavad-gita VI.29)
Il dialogo tra Arjuna e Krishna possiede l’eco di una psicoterapia perfetta, fatta di tempismo (rassicurazione e consolazione iniziale, seguita da ritmi incalzanti ed esortazioni, in un generale clima di accettazione e comprensione) che si conclude così: 

“Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale.
Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio.”
(Bhagavad-gita XVIII.63)
Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada scrive, nell’Introduzione a La Bhagavad-gita così com’è: “La Bhagavad-gita (conosciuta anche come Gitopanishad) è considerata una delle maggiori Upanishad e costituisce l’essenza della conoscenza vedica. [….] Che cosa si propone la Bhagavad-gita? Il suo fine è quello di liberare gli uomini dall’ignoranza a cui li ha costretti l’esistenza materiale. Ogni giorno l’uomo si trova alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, sta per affrontare una guerra fratricida; deve o non deve combattere? Chiuso nel suo profondo dilemma, egli cerca una soluzione rivolgendosi a Krishna, che gli espone allora la Bhagavad-gita. Come Arjuna, anche noi siamo immersi nell’angoscia a causa dell’esistenza materiale, che consideriamo come l’unica realtà. Ma noi non siamo fatti per soffrire, perché siamo eterni e la nostra vita in questo mondo illusorio (asat) è solo passeggera. Tutti gli esseri umani soffrono, ma ben pochi indagano sulla loro vera natura o sulla ragione della sofferenza. Nessuno sarà veramente perfetto se non si chiede il perché della sofferenza, se non la rifiuta e sceglie di porvi rimedio. Possiamo considerarci uomini solo quando questa domanda si affaccia alla nostra mente”. Una psicoterapia che non si interroghi sulle qualità dell’anima e sul vero scopo dell’esistenza umana rischia evidentemente di rimanere impantanata in questioni di statistica e di calcoli delle probabilità, allontanandosi dal suo vero senso e dalla sua funzione. Il sistema di pensiero bhaktivedantico, basato su una tradizione millenaria e sostenuto da teorie e da tecniche collaudate nel corso dei secoli, da grandi rishi, offre la certezza di una conoscenza pura ed eterna, fonte d’ispirazione e di gioia per la conquista di una salute fondata sull’Amore.
“Le vostre cure non serviranno a niente se non ci metterete amore”.
 (San Pio) 
“Nessuna medicina è in grado di curare ciò che la felicità non riesce a curare .
 (Gabriel Garcia Marquez)

“La medicina migliore per l’uomo è l’uomo stesso. Il massimo grado di medicina è l’amore”.
(Paracelso)

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“Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore”. (tratto da “Dall’Eros all’Amore” di Marco Ferrini).

Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell’amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall’analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l’osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all’anticipazione dell’utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all’empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all’individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall’azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall’organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l’irrefrenabile impulso all’orgasmo ed innalza il tono dell’umore all’euforia, all’eccitazione e all’entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d’apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento. L’attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch’essa importante per l’innalzamento del tono dell’umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell’uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un’agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch’essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l’appetito, quale attività contrastante l’atto erotico, dal quale tutta l’attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l’erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l’esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
 Anche altri neuromediatori intervengono nell’eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all’induzione dell’aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l’ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell’eros provocato principalmente dalla dopamina, nell’organismo si produce, immediatamente dopo l’orgasmo, un ormone che induce l’affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l’ossitocina. Questa viene definita “ormone dell’amore” anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l’affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall’utero e durante l’allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell’ambito della coppia rafforzando l’attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell’emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l’eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l’impeto aggressivo, induce l’appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l’orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell’umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l’atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l’eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l’attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall’ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza. L’assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l’incremento endorfinico prodotto dall’orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l’instaurarsi della sindrome d’astinenza. E’ questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell’uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell’era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell’individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman. L’anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). “La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore”. (tratto da “Dall’Eros all’Amore” di Marco Ferrini). Se è l’ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all’oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all’alternarsi dell’inverno e dell’estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell’anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.

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5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?
Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un’occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.

6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?
Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.

7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.

8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.

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1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?
L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.

2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?
I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.

3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.

4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.

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Secondo la psicologia indovedica la struttura psichica prevede diversi livelli progressivamente di natura più sottile: un livello più superficiale (manas), di ricezione degli stimoli sensoriali, un livello che agisce come filtro rispetto a tutte le informazioni sensoriali in entrata e che seleziona le più importanti da elaborare ad un livello più alto, questo è il cosiddetto intelletto (buddhi) ed infine un livello inconscio (citta), deposito di tutte le tracce esperienziali vissute durante le diverse parentesi di vita. La psiche così descritta, qualunque sia il livello cui ci si riferisce, non ha luce propria né consapevolezza, ma è materia (prakriti). Essa è come un diamante che solo quando è attraversato dalla luce la rifrange e la rende colorata secondo la sua composizione e purezza. Infatti, così come le pietre semi-preziose possono rifrangere la luce solo in parte, la mente non è sempre in grado di riflettere completamente la luce della coscienza, ma può agire come un prezioso diamante, solo quando è resa trasparente, purificata da tracce negative inconsce (samskara)(1) che determinano tendenze distorte nella personalità (vasana)(2), creando ostacoli (anartha)(3) alla elevazione della coscienza. Tutti questi elementi giocano un ruolo contrario alla volontà dell’anima e si frappongono a livello psichico distorcendo il puro fascio luminoso della coscienza. Da bambini avete mai giocato a riflettere la luce del sole con uno specchio? Se osservate un fascio di luce riflessa in uno specchio, l’effetto abbagliante non è originato da quest’ultimo, che ne è solo il rifrattore. Così la struttura psichica non genera la personalità, ma la riflette; così come un oggetto che, riflesso in uno specchio deformante, produrrà un’immagine deformata, similmente la personalità riflessa da una psiche condizionata apparirà anch’essa deformata, patologica. Ecco perché, concordemente, tutte le più grandi tradizioni spirituali sottolineano quanto sia importante la purificazione della psiche (mente e cuore, simbolici siti di pensieri, emozioni, sentimenti). Quando un individuo porta la propria consapevolezza spirituale ad un livello più alto meglio controlla i propri pensieri, emozioni e sentimenti ed evita così di venire sbandato da pensieri ed emozioni disturbanti.

(1) Con samskara ci si riferisce ai semi causali dell’azione, impressioni psichiche latenti, tracce esperienziali situate a livello inconscio accumulate durante le diverse parentesi esistenziali. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia samskara positivi sia samskara negativi, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da samskara specificatamente negativi.
(2) Tendenze mentali inconsce che muovono l’essere all’azione, prodotte dall’accumulo di numerosi samskara simili e che a loro volta producono nuovi samskara della stessa natura, durante l’esperienza presente e le esistenze precedenti. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia vasana positive sia vasana negative, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da vasana specificatamente negative.
(3) Tradizionalmente considerati come i più veri nemici dell’uomo, i sei anartha, ‘ostacoli (an-) [alla realizzazione dello] scopo (artha)’ sono: kama (cupidigia, desiderio, lussuria), krodha (ira, rancore), lobha (avidità), moha (illusione, smarrimento), mada (superbia) e matsarya (invidia). Il termine indica anche ciò che è privo di scopo, significato, finalità.
Tratto da Pensiero, Emozioni e Realizzazione di Marco Ferrini.

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Le persone vanno amate non per quello che fanno, ma per quello che sono. Ogni individuo è unico e speciale in quanto scintilla divina; non sono le abilità o le qualità esteriori che dimostra a conferirgli valore, sebbene questi due aspetti siano intrinsecamente connessi. Ciascun talento ha infatti origine in tale matrice divina e rimane allo stato potenziale o si esplicita a seconda del livello di coscienza dell’individuo che ne è portatore. Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d’affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un’accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d’accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l’individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un’attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un’attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un’attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell’ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all’infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l’impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l’impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell’amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d’amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell’altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l’attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l’inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos’altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d’amore per noi stessi. Ciò che è vero nei confronti dell’altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all’inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l’altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo – universo in perenne trasformazione – essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall’alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un’opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.

(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l’amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza
 Einaudi, 2001.

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