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Archive for the ‘amore’ Category

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

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Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente. Che lo si voglia o no, che ne siamo consapevoli o no – tanto più oggigiorno, cinquant’anni dopo la rivoluzione sessuale e le parole di personaggi come Jack Kerouac – il concetto stesso di “amore” che respiriamo è profondamente diverso da quello che respirava un uomo della Tradizione. Probabilmente non esiste un termine più adulterato nel significato, più abusato nell’essenza, più polisemantico anche quando in un contesto definito. Alzino la mano quanti di noi non si sono ripromessi di non usare mai più tale parola proprio perché atterriti dalla banalità e dalla confusione nella quale l’abbiamo relegata. Ma poi ci siamo ricreduti, e non siamo riusciti a tener fede a questa promessa. Perché? Perché profondamente ne abbiamo bisogno. Nessuno può fare a meno di amare, l’Amore è parte integrante di noi, un’insopprimibile esigenza, qualcosa che non è necessario mettere in agenda per ricordarsi che è estremamente importante nelle nostre altrimenti piccole vite. Non mi sto riferendo soltanto ai rapporti di coppia bensì anche all’amore tra amici, per i familiari, per il prossimo. Già Aristotele insegnò che l’uomo è un essere sociale: non può essere felice se non entra in intima relazione con gli altri esseri. Ma se è vero, come è vero, che nessuno può astenersi dall’amare, lo è anche il fatto che ciascuno di noi ama in modo diverso e con motivazioni diverse. Le motivazioni con le quali ci accostiamo all’amore condizionano in maniera estremamente rilevante le nostre scelte e, dunque, le nostre esistenze. Se guardiamo le relazioni intorno a noi possiamo scorgere innumerevoli sfumature di queste motivazioni e, osservando ancor più da vicino, persino prevedere il futuro di tali incontri affettivi. Alcuni di essi, per esempio, potrebbero facilmente essere stilizzati sulla pagina quadrettata per la partita doppia: affettività basate su bisogni insoddisfatti, chiuse come uccellini che hanno perso la voce in una gabbia con la targhetta do ut des, quasi contratti commerciali a garantire qualche serata di sesso, un’immagine sociale impeccabile o la rata del mutuo parzialmente pagata. È abbastanza matematico: quando vengono meno tali  condizioni desiderabili – e prima o poi vengono sempre meno – la relazione si ripiega su se stessa, si guarda e, non trovando più nulla, se ne va. Quello appena citato è un esempio tanto grossolano quanto purtroppo estremamente diffuso. Chiaramente esistono innumerevoli livelli intermedi, un esempio macroscopico è quello che come motivazione di fondo ha il desiderio di porre fine al senso di solitudine. Potremmo dire che il livello di amore e soddisfazione in tutti questi paradigmi dell’amore è direttamente proporzionale alla rarefazione dell’ego, poiché è l’ego il vero ostacolo all’Amore. Dunque, l’ambiente intorno a noi è inquinato da disvalori prima che dal monossido di carbonio e dai campi elettromagnetici ad alta frequenza, disvalori che derivano da una abissale ignoranza dell’essere umano nel suo insieme e delle leggi invisibili che lo guidano.  L’uomo della Tradizione conosce tali leggi e ne fa il fondamento del suo costruire nel mondo. L’uomo della Tradizione, per esempio, sa che è proprio il tentativo di appagamento senza tenere in adeguata considerazione i bisogni dell’altro che ci condanna ad una soddisfazione superficiale; sa che l’amore, nella sua patetica dimensione di esclusività, non è invero corretto definirlo tale e che quando la funzione Amore è riattivata, si amano tutte le creature. Sa che non conviene mai, bilancio consuntivo alla mano, investire negli attaccamenti, mentre conviene sempre investire nell’Affetto. Sa che l’Amore è la sua funzione più nobile, la sua più grande risorsa, ma anche che per accedervi è necessario elaborare le proprie tendenze, poiché se non impara a canalizzarle in modo opportuno si innescheranno delle dinamiche che corromperanno e disgregheranno questa risorsa, seppur inesauribile, in lui e in coloro che lo circondano.
Estratto da Orizzonti Vedici (Settembre 2010).

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…Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’Universo a Dio fa simigliante(1).

Questa seconda citazione dantesca ci fa capire come l’opera di Francesco abbia finito per trasformare radicalmente la cultura e la società dell’epoca e come abbia saputo mantenersi e rinnovarsi fino ai nostri giorni, non molto diversamente da quanto abbia fatto il messaggio del suo grandissimo ed eterno Maestro, Gesù di Nazareth, che incarnò questi stessi principi di Amore, fino al limite estremo del proprio stesso sacrificio sulla croce, con lo scopo di trasmettere questo eterno e universale messaggio di compassione e misericordia sconfinate. Questo stesso spirito di sacrificio è condiviso, se pure in misura diversa, sia da S. Francesco, sia da Giotto. Le scene che descrivono le intense attività politiche e sociali di S. Francesco dimostrano che egli non solo dedicò ogni respiro della sua vita al servizio di tutte le creature, ma che lo fece anche impegnandosi intensamente per offrire strumenti concreti affinché tutti potessero prendere parte a questo suo cammino di autorealizzazione. Non solo definì la regola che, attraverso le sue norme, permette di superare gli ostacoli straordinari dei condizionamenti e degli attaccamenti, ma si prodigò affinché questo suo progetto prendesse corpo,  nonostante le grandissime difficoltà che la sua epoca presentava, con strutture di potere pronte a soffocare nelle persecuzioni e nei roghi ogni visione che differisse dai canoni ufficialmente riconosciuti. Innocenzo III, che acconsentì alla richiesta di Francesco, fu il papa che, non solo promosse e sostenne numerose crociate, ma che legalizzò la tortura. La disponibilità di Francesco a confrontarsi con la società nel suo complesso è riflessa nella scena della “Morte del cavalier Celano”, che non solo rimanda al ruolo che questa rilevante personalità ebbe nel sostenere il movimento francescano, ma che evidenzia il tema, di straordinario rilievo sul piano psicologico e spirituale, dell’assistenza in punto di morte da parte di chi può modificare radicalmente le nostre sorti future. In tutte le tradizioni religiose il livello di coscienza conseguito al momento della morte stabilisce la nostra destinazione futura(2). Una terza scena ci fa riflettere sui rischi personali che S. Francesco assunse cercando di interporsi tra le poderose forze che con sanguinose battaglie si contendevano la Terra Santa e le ricchezze materiali e spirituali che questa custodiva. Descrive il viaggio di Francesco a Damietta, in Egitto, al cospetto del nipote del Sultano, il quale guidava le forze “saracene” nella guerra difensiva che le vedeva impegnate contro le legioni dei crociati. Francesco, avendo trasceso gli impulsi che travolsero tante altre personalità religiose dell’epoca, non si lasciò irretire dal fanatismo religioso e determinatamente decise di far prevalere il dialogo, sottoponendosi al rischio del martirio. Accompagnato da un discepolo si imbarcò in quella che può essere considerata la prima e la più autentica missione di pace che, pur non avendo prodotto nessun risultato concreto, permise un sincero confronto col nipote del Sultano, che dovette arrestarsi solo di fronte alle violente resistenze dei teologi dell’Islam, niente affatto disposti ad accettare l’universalità del discorso di S. Francesco, che pure, nei suoi contenuti, rispecchiava in pieno il più autentico e puro messaggio del Corano e dei mistici sufi, che meglio di chiunque altro ne incarnano lo spirito. Nella vita del santo, il senso della responsabilità personale si esprime al massimo livello, non solo nello sforzo di offrire un modello di purezza, ma anche nel desiderio di manifestare la propria devozione con ogni strumento che la divina provvidenza ha voluto concedergli, intelligenza e senso pratico compresi. Giotto stesso si lasciò ispirare profondamente da questo modello e decise di dedicare la propria vita alla trasmissione di questi valori, attraverso tutti gli strumenti che con duro lavoro, determinazione e perseveranza, affiancati da un’intelligente pianificazione, era riuscito a rendere disponibili alla propria arte. La sua dedizione si esprime attraverso la perfezione con cui seppe realizzare le sue opere. Giotto aspira a diventare servitore della sua arte ed impara a sviluppare queste eccellenti qualità umane e spirituali, servendo nella bottega del suo maestro, Cimabue. È lì che impara a gestire le complesse dinamiche della bottega d’arte, con la piena consapevolezza che nasce da una umile disponibilità ad impegnarsi in qualsiasi attività: dalla cottura della fetida cola di pesce, alle spedizioni alla ricerche delle migliori pietre e metalli da cui ricavare i migliori colori, fino alle approfondite pulizie necessarie al buon funzionamento del laboratorio. È attraverso questo processo, che mette alla prova la sua sincera dedizione e la sua autentica vocazione, che l’artista impara a diventare strumento al servizio della sua arte e dei soggetti che questa è chiamata a rappresentare. L’arte è sotto ogni aspetto un sentiero di realizzazione spiritale, un mezzo con il quale è possibile attraversare il “Gran mar dell’essere” e giungere alle sponde del mondo spirituale. Solo l’ignoranza può farci sottovalutare il peso e l’impegno, concettuale e organizzativo, ma anche fisico, che la realizzazione di grandi cicli di affreschi e di altre grandi opere comporta, e il livello di concentrazione sovrumano, che una tecnica come quella dell’affresco implica, per la sua impossibilità a rimediare al più piccolo errore. Solo l’autentico sentimento della bhakti permette di sopportare i disagi che immancabilmente si presentano nella realizzazione di queste grandi imprese. Questo impegno ricorda quello degli architetti e scultori dei templi Hindu che, spesso ricavati da blocchi di roccia preesistenti, vengono rifiniti in ogni dettaglio e senza nessun margine di errore, poiché esso comporterebbe il completo fallimento dell’impresa, rendendo l’intero complesso inadeguato ad accogliere, come sua dimora, la Divinità.L’arte e la santità sono vocazioni che prevedono il pieno sacrificio di sé, volto alla celebrazione del divino e alla Sua più eccellente forma di glorificazione: la narrazione delle Sue avventure e di quelle dei Suoi puri devoti.

(1) Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto I, 103-105.
(2) “Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio. Qualunque condizione di esistenza si ricordi all’istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta”. Bhagavad-gita VIII.5-6

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Giotto, nato solo pochi anni dopo la scomparsa di Francesco, non è un pittore nel senso in cui potrebbe superficialmente intenderlo un uomo immerso nella mentalità moderna. Egli è un vero e proprio seguace degli insegnamenti e dell’altissimo modello tracciato dal più italiano dei santi. Dobbiamo renderci conto che l’influenza di questo messaggio non è rimasta circoscritta all’ambiente monastico, ma ha dilagato oltre i limiti della teologia, affermandosi profondamente nella società e conquistando migliaia di anime desiderose di soddisfare la propria sete di autentica realizzazione spirituale. Tra questa turba fervente che si riversa nelle strade delle città innalzando canti di gloria al Signore, alcune personalità di grande rilievo hanno saputo celebrare e perpetrare le glorie del santo con un’arte che si pone direttamente al servizio del divino. È questo il servizio che con piena devozione, dedizione e rigorosa coerenza hanno realizzato persone come Dante e Giotto, uniti non solo da legami di amicizia, ma ancor di più da un comune e profondo sentire religioso. I frutti del loro intenso scambio sono evidentissimi nelle rispettive iconografie, relative alla vita di S. Francesco, che ripercorrono scena dopo scena gli stessi eventi e le cui differenze possono benissimo essere attribuite alle specifiche esigenze dei committenti. Le stesse qualità intrinseche delle loro opere rispecchiano e manifestano la loro profondissima partecipazione a quei valori e sono straordinariamente corrispondenti tra di loro, come manifestazioni, attraverso linguaggi differenti, degli stessi principi originari.L’amore per il Creato e per tutte le Creature, il valore immenso che S. Francesco attribuisce a questa dimensione mondana (laboratorio per esprimere nelle opere i propri sentimenti e la propria intelligenza, completamente votata alla compassione), l’irresistibile pulsione al dialogo e alla concordia, trovano il loro corrispettivo nella straordinaria intuizione e competenza psicologica di questi artisti e nella loro capacità di descriverne le dinamiche sottili. È solo con questi strumenti che Giotto può descriverci le sfumature di umore che attraversano il volto di S. Francesco e quello degli altri personaggi, raccontandoci così una storia complessa se pur nello spazio immoto di una rappresentazione pittorica. La penetrazione psicologica dell’artista è riflessa anche nella significativa gestualità dei personaggi (talento condiviso e ereditato del suo grande maestro Cimabue) e nella raffinata descrizione degli ambienti: la psiche è un elemento della natura che attraversa ogni suo aspetto e che struttura una rete dalle maglie strette e dal disegno complesso.Ma c’è una dimensione ulteriore che il pittore si sforza di indicarci e che è tutta trattenuta nella figura di Francesco e nella sua gestualità, allo stesso tempo contenuta ed espressiva, intensa: è la dimensione puramente spirituale che trascende ogni energia materiale, per quanto sottile e invisibile. È nel tentativo di descriverci e di rimandarci a questa realtà, di narrarcene le dinamiche e le avventure che la caratterizzano, che Giotto rielabora con inventiva e coraggio un linguaggio simbolico tradizionale, riscattandolo da un immobilismo standardizzato ed immergendolo nella dimensione terrena, facendolo interagire con essa, a sottolineare quella presenza del divino nell’immanente che caratterizzerà il messaggio e la vita di S. Francesco. I colori di Giotto, che sono solo l’ombra di quelli che ottocento anni fa fecero sbalordire il mondo intero, rappresentano al meglio, con il loro splendore, quella dimensione spirituale che trascende la materia e la innalza ad un livello di purezza straordinario. Non sono più i colori codificati delle icone medioevali, ma ne conservano e ne perpetuano la capacita di esprimere la dimensione suprema e di immergere e avvolgere gli ambienti e le figure in quella auto luminescenza che è propria di questa residenza superiore e che non può dipendere da nessuna sorgente di luce materiale. Dante, prima di chiunque altro, seppe apprezzare questa elevatissima capacità di Giotto di infondere lo Spirito nelle sue opere e per questo talento lo celebrerà nella sua Divina Commedia come colui che seppe superare il suo stesso maestro, il grande e riconosciutissimo Cimabue. La sintonia tra queste tre straordinarie personalità, seppure collocate a differenti gradi di evoluzione, è ribadita da quel comune sentire che permette di considerare le opere -che siano espressioni delle arti o differenti frutti della coscienza- spirituali, nella misura in cui sviluppano Amore per Dio e gusto per i piaceri celestiali. Ciascuno di noi è chiamato a esprimere il suo amore agendo nel mondo e sforzandosi di praticare i sentimenti più elevati in questa dimensione turbolenta: conquistando attimo dopo attimo il nostro territorio interiore, sottraendolo alle tenebre dell’invidia e del rancore e ritrovando in noi la luce della speranza e della bellezza che tutto avvolge, e che fa risplendere la Verità al di sopra di ogni ombra e oltre ogni impedimento. È in questa luce che risiedono i tesori che da sempre muovono l’irrefrenabile ricerca dello spirito: l’eternità, la beatitudine, la consapevolezza e, al di sopra di tutto, l’Amore universale per il Creato, per tutte le Creature e per il Creatore.

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Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell’efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”).  La tradizione indovedica, con la sua mole di letteratura sull’argomento – inspiegabilmente ignorata dalle università occidentali – offre contributi preziosi e necessari alla comprensione delle dinamiche affettive e relazionali, dei risvolti emotivi e dei sentimenti ad esse sottesi, fornendo teorie, strumenti e metodi di crescita psicologica e spirituale. Un monumento alla scienza psicologica come la Bhagavad-gita, ad esempio, utilizzando il linguaggio del mito e del racconto, ci svela le cinque verità fondamentali sulla condizione degli esseri viventi: Dio (Ishvara), l’individuo (jiva), la natura (prakriti), il tempo (kala) e l’azione (karma) e attraverso un avvincente dialogo tra coscienza superiore (Krishna) e coscienza condizionata (Arjuna), svela via via tutti i segreti di una conoscenza confidenziale, intima e spirituale, intrisa di passaggi gioiosi che parlano direttamente al cuore del lettore. Pronunciate da Dio in Persona, le parole che compongono gli shloka della Bhagavad-gita contengono una potenza rivelatrice che illumina concetti portanti della scienza psicologica. Ad esempio, sul ruolo della volontà e del senso di responsabilità rispetto alle azioni che l’essere umano compie, sul senso di colpa che le accompagna, sulla natura dell’identità individuale, il terzo capitolo offre svariati temi di riflessione, come il rapporto tra io (falso ego) e anima spirituale, l’influenza dei guna (gli attributi della materia) sul comportamento, la condizione esistenziale di chi agisce lasciandosi guidare da una coscienza materiale: 
“Sviata per l’influenza del falso ego, l’anima spirituale, crede di essere l’autrice delle proprie azioni,
che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale.”
(Bhagavad-gita III.27)
In merito all’esercizio della libertà nel rispetto di un ordine etico superiore (il dharma) e alla necessità per l’individuo di mantenere e coltivare il collegamento con il mondo dello spirito e con la sua vera natura, troviamo varie e articolate spiegazioni. 
“È molto meglio compiere il proprio dovere, anche se in modo imperfetto, che compiere perfettamente quello altrui.
È meglio fallire nel compimento del proprio dovere che impegnarsi nei doveri di altri perché seguire la via altrui è pericoloso.”
(Bhagavad-gita III.35)
Riguardo al tema dei rapporti, tutta l’opera è un costante richiamo alla felicità che deriva da un’unione salda ed elevata con tutte le creature:

“Chi vede in ogni essere l’Anima Suprema, ovunque la stessa, non si lascia trascinare dalla mente alla degradazione.
Si avvicina così alla destinazione spirituale.”
(Bhagavad-gita XIII.29)

E anche: 
“Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri viventi e vede tutti gli esseri viventi in Me.
In verità, la persona realizzata vede Me, il Signore Supremo, in ogni luogo.”
(Bhagavad-gita VI.29)
Il dialogo tra Arjuna e Krishna possiede l’eco di una psicoterapia perfetta, fatta di tempismo (rassicurazione e consolazione iniziale, seguita da ritmi incalzanti ed esortazioni, in un generale clima di accettazione e comprensione) che si conclude così: 

“Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale.
Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio.”
(Bhagavad-gita XVIII.63)
Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada scrive, nell’Introduzione a La Bhagavad-gita così com’è: “La Bhagavad-gita (conosciuta anche come Gitopanishad) è considerata una delle maggiori Upanishad e costituisce l’essenza della conoscenza vedica. [….] Che cosa si propone la Bhagavad-gita? Il suo fine è quello di liberare gli uomini dall’ignoranza a cui li ha costretti l’esistenza materiale. Ogni giorno l’uomo si trova alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, sta per affrontare una guerra fratricida; deve o non deve combattere? Chiuso nel suo profondo dilemma, egli cerca una soluzione rivolgendosi a Krishna, che gli espone allora la Bhagavad-gita. Come Arjuna, anche noi siamo immersi nell’angoscia a causa dell’esistenza materiale, che consideriamo come l’unica realtà. Ma noi non siamo fatti per soffrire, perché siamo eterni e la nostra vita in questo mondo illusorio (asat) è solo passeggera. Tutti gli esseri umani soffrono, ma ben pochi indagano sulla loro vera natura o sulla ragione della sofferenza. Nessuno sarà veramente perfetto se non si chiede il perché della sofferenza, se non la rifiuta e sceglie di porvi rimedio. Possiamo considerarci uomini solo quando questa domanda si affaccia alla nostra mente”. Una psicoterapia che non si interroghi sulle qualità dell’anima e sul vero scopo dell’esistenza umana rischia evidentemente di rimanere impantanata in questioni di statistica e di calcoli delle probabilità, allontanandosi dal suo vero senso e dalla sua funzione. Il sistema di pensiero bhaktivedantico, basato su una tradizione millenaria e sostenuto da teorie e da tecniche collaudate nel corso dei secoli, da grandi rishi, offre la certezza di una conoscenza pura ed eterna, fonte d’ispirazione e di gioia per la conquista di una salute fondata sull’Amore.
“Le vostre cure non serviranno a niente se non ci metterete amore”.
 (San Pio) 
“Nessuna medicina è in grado di curare ciò che la felicità non riesce a curare .
 (Gabriel Garcia Marquez)

“La medicina migliore per l’uomo è l’uomo stesso. Il massimo grado di medicina è l’amore”.
(Paracelso)

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Tutta l’opera fu intrapresa non per un fine speculativo,
ma per un fine pratico… il fine del tutto e della parte
è di rimuovere coloro che vivono in questa vita
dallo stato di miseria e di guidarli allo stato di beatitudine.
(Dante, Epistola a Cangrande).

 Giotto – San Francesco predica agli uccelli, 1297 ca. (Assisi Basilica Superiore).

Suggestionati dall’agiografia ufficiale, ai più sfugge completamente il ruolo che S. Francesco ebbe nel manifestare rinnovati principi culturali. Non a caso uso il termine rinnovati, in quanto espressione di quella forma universale di pensiero e di azione, di quella visione unitaria, coerente e perfetta che spesso viene indicata con il termine di Filosofia Perenne e che ciclicamente si riaffaccia al mondo restituendogli freschezza originaria. Dante e Giotto, tra gli altri, furono colti dagli splendori di questa visione che, seppur in sintonia con le visioni gnostiche che emergevano dalle università di Parigi e di Bologna -espressioni prime della filosofia scolastica- le superano e trascendono per una molto maggiore presa sull’agire e sulle immediate rispondenze nel mondo. Francesco, grazie ai poteri mistici di cui è portatore, coglie di prima mano la verità di un disegno divino che regola il cosmo e che permette di contestualizzare tutti gli esseri al suo interno, ciascuno di loro percepito come tassello fondamentale. L’Anima Mundi, che è forma originaria, e l’Anima Suprema, che si manifesta in ogni angolo e in ogni essere, si mostrano ai suoi occhi direttamente. Il dialogo universale è lo strumento che egli adotta per rispondere alle necessità di questa rete che, proprio grazie all’intervento di personalità come la sua -dedite al servizio al Signore, attraverso il servizio al Creato e alle creature- si rinnova e si mantiene; com’è anche funzione del rito e per certi aspetti fondamentali dell’arte, che rinnova e celebra la creazione originaria producendo secondo i principi della Natura. Da questa visione scaturisce quell’Amore, quella dedizione, quell’affetto distaccato per quanto il Signore ci ha donato, come strumento di salvazione e di correzione: il distacco dalle cose del mondo corrisponde al più elevato sentimento di affetto e cura. Da qui nascono una visione di religiosità strettamente collegata alle cose del mondo e una visione di spiritualità che non è mai dimentica della posizione dell’uomo tra terra e cielo. Questo è l’ambiente dove si sviluppa e manifesta il sentimento della bhakti, del puro Amore per Dio e per le Sue energie e manifestazioni.

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Bhagavad Gita, Antropologia di una Civiltà.
La Visione e la Promessa dell’Amore nella Bhagavad-gita.
Il Seminario ci ha offerto l’opportunità di stabilire e consolidare tra noi profonde relazioni di amicizia. Per condividere le nostre impressioni, testimonianze e memorie, possiamo scrivere qui i nostri commenti.

Se vuoi fare domande non espresse in sede di Seminario o chiedere l’approfondimento di un tema che più ti ha stimolato, puoi scriverci. Saremo felici di risponderti.

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