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Archive for the ‘affetto’ Category

Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente. Che lo si voglia o no, che ne siamo consapevoli o no – tanto più oggigiorno, cinquant’anni dopo la rivoluzione sessuale e le parole di personaggi come Jack Kerouac – il concetto stesso di “amore” che respiriamo è profondamente diverso da quello che respirava un uomo della Tradizione. Probabilmente non esiste un termine più adulterato nel significato, più abusato nell’essenza, più polisemantico anche quando in un contesto definito. Alzino la mano quanti di noi non si sono ripromessi di non usare mai più tale parola proprio perché atterriti dalla banalità e dalla confusione nella quale l’abbiamo relegata. Ma poi ci siamo ricreduti, e non siamo riusciti a tener fede a questa promessa. Perché? Perché profondamente ne abbiamo bisogno. Nessuno può fare a meno di amare, l’Amore è parte integrante di noi, un’insopprimibile esigenza, qualcosa che non è necessario mettere in agenda per ricordarsi che è estremamente importante nelle nostre altrimenti piccole vite. Non mi sto riferendo soltanto ai rapporti di coppia bensì anche all’amore tra amici, per i familiari, per il prossimo. Già Aristotele insegnò che l’uomo è un essere sociale: non può essere felice se non entra in intima relazione con gli altri esseri. Ma se è vero, come è vero, che nessuno può astenersi dall’amare, lo è anche il fatto che ciascuno di noi ama in modo diverso e con motivazioni diverse. Le motivazioni con le quali ci accostiamo all’amore condizionano in maniera estremamente rilevante le nostre scelte e, dunque, le nostre esistenze. Se guardiamo le relazioni intorno a noi possiamo scorgere innumerevoli sfumature di queste motivazioni e, osservando ancor più da vicino, persino prevedere il futuro di tali incontri affettivi. Alcuni di essi, per esempio, potrebbero facilmente essere stilizzati sulla pagina quadrettata per la partita doppia: affettività basate su bisogni insoddisfatti, chiuse come uccellini che hanno perso la voce in una gabbia con la targhetta do ut des, quasi contratti commerciali a garantire qualche serata di sesso, un’immagine sociale impeccabile o la rata del mutuo parzialmente pagata. È abbastanza matematico: quando vengono meno tali  condizioni desiderabili – e prima o poi vengono sempre meno – la relazione si ripiega su se stessa, si guarda e, non trovando più nulla, se ne va. Quello appena citato è un esempio tanto grossolano quanto purtroppo estremamente diffuso. Chiaramente esistono innumerevoli livelli intermedi, un esempio macroscopico è quello che come motivazione di fondo ha il desiderio di porre fine al senso di solitudine. Potremmo dire che il livello di amore e soddisfazione in tutti questi paradigmi dell’amore è direttamente proporzionale alla rarefazione dell’ego, poiché è l’ego il vero ostacolo all’Amore. Dunque, l’ambiente intorno a noi è inquinato da disvalori prima che dal monossido di carbonio e dai campi elettromagnetici ad alta frequenza, disvalori che derivano da una abissale ignoranza dell’essere umano nel suo insieme e delle leggi invisibili che lo guidano.  L’uomo della Tradizione conosce tali leggi e ne fa il fondamento del suo costruire nel mondo. L’uomo della Tradizione, per esempio, sa che è proprio il tentativo di appagamento senza tenere in adeguata considerazione i bisogni dell’altro che ci condanna ad una soddisfazione superficiale; sa che l’amore, nella sua patetica dimensione di esclusività, non è invero corretto definirlo tale e che quando la funzione Amore è riattivata, si amano tutte le creature. Sa che non conviene mai, bilancio consuntivo alla mano, investire negli attaccamenti, mentre conviene sempre investire nell’Affetto. Sa che l’Amore è la sua funzione più nobile, la sua più grande risorsa, ma anche che per accedervi è necessario elaborare le proprie tendenze, poiché se non impara a canalizzarle in modo opportuno si innescheranno delle dinamiche che corromperanno e disgregheranno questa risorsa, seppur inesauribile, in lui e in coloro che lo circondano.
Estratto da Orizzonti Vedici (Settembre 2010).

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IL MATRIMONIO E LA FAMIGLIA (PARTE PRIMA).
Da una lezione di Marco Ferrini del 13 Maggio 2008.

Famiglia, matrimonio, figli rappresentano un’unica realtà, costituita da elementi da considerarsi nel loro complesso come inscindibili, se non a costo di gravi errori e conseguenti significativi disagi e sofferenze. Intendiamo spiegare questa complessa realtà secondo gli Shastra o testi del pensiero psicologico e filosofico indovedico e secondo gli insegnamenti e le realizzazioni di vita dei Maestri di tale Tradizione, tenendo di conto che viviamo in un’epoca purtroppo molto inquinata da condizionamenti culturali, sociologici e psicologici. Non è facile sottrarsi alla pressione che essi esercitano, permeando ogni sfera del nostro vivere quotidiano e rafforzando a volte nostre tendenze antiche e malsane abitudini contratte a seguito di errori e di cattive impostazioni nel rapportarci a noi stessi e agli altri. Intendendo valutare alcune caratteristiche determinanti che si consiglia di ben valutare per chi desidera intraprendere la vita matrimoniale, il primo elemento fondamentale da prendere in considerazione è il grado di responsabilità della persona che si pensa come futuro coniuge; una responsabilità ovviamente da misurarsi non soltanto a parole ma soprattutto nella realtà dei fatti e nella storia della vita personale del soggetto. Il livello e la qualità della responsabilità che si è in grado di assumere e mantenere nel tempo sono essenziali per ritenersi idonei al matrimonio. Matrimonio significa prole e prole implica educazione, dunque un intenso, complesso e lungo impegno, che nella società di oggi dura come minimo 30 anni di cure assidue dedicate ai figli. Prendere decisioni impulsive, sulla spinta di passioni non sufficientemente elaborate, e indulgere nella cattiva abitudine di accettare e rifiutare – senza opportuna previa valutazione – la persona del coniuge, non è certa una mentalità che si confà a chi desidera vivere nel benessere, il che implica necessariamente “essere – bene”. Il matrimonio richiede fedeltà, che non è una qualità secondaria ma fondamentale, sia nell’uomo che nella donna. La scelta dello sposo o della sposa dovrebbe essere per la vita. Certo si deve prevedere anche il caso di una donna o di un uomo che si separino dal proprio coniuge e si risposino con un’altra persona, ma ciò non dovrebbe essere un fenomeno diffuso – come invece purtroppo avviene oggi – quanto piuttosto un episodio raro, un’eccezione sulla base di motivazioni veramente serie, non certo per superficialità, instabilità di carattere, vulnerabilità o fragilità affettiva, o per una colpevole negligenza nella fase di valutazione e scelta del coniuge. Fintanto infatti che la mente non viene educata ad un’approfondita analisi e continua ad essere trasportata dagli impulsi che s’impongono alla coscienza, non farà altro che perpetrare l’errore muovendosi acriticamente da un oggetto del desiderio ad un altro e ad un altro ancora. Coloro che hanno tali tendenze e conformazioni caratteriali certo non hanno la maturità sufficiente per intraprendere una vita matrimoniale. La castità è un valore essenziale per il matrimonio, ed è un dovere sia per la moglie che per il marito, ma la castità viene ridicolizzata da coloro che credono che questa dimensione sensibile sia l’unica esistente. Tanti oggi pensano che chi crede ancora nella castità sia vittima di inibizioni o che abbia subito un lavaggio del cervello. Ma chi davvero avrà subito questo lavaggio del cervello? Chi pensa che la vita sia limitata ai bisogni del corpo e che difende il motto: “chi può se la goda”, oppure chi crede in una vita dedicata allo sviluppo della persona nel suo complesso, sul piano fisico, psichico e spirituale? Chi sceglie quest’ultima via s’impegna in una disciplina che non è repressiva, che non nega la soddisfazione dei desideri primari assurgendo a castigo paranoico, ma li trasforma e li sublima fino a renderli propedeutici a tappe evolutive ulteriori. Il bisogno di affetto deve essere assolutamente soddisfatto, così come il bisogno di amare ed essere amati, ma per soddisfarli veramente occorre capire qual è la modalità migliore, più idonea e benefica. Se uno mi parlasse di una disciplina di vita che include la rinuncia all’amare e all’amore, definirei quella cosiddetta disciplina una sorta di attacco terroristico, poiché uccide l’essenza stessa della persona; essa sarebbe di fatto insostenibile, come se ci obbligassero ad una dieta che prevede la completa astensione dal cibo. Scambiare affetto è essenziale sul piano psicologico, così come amare è prerogativa irrinunciabile sul piano spirituale. Ma per riuscire davvero ad amare occorre scoprire l’autentico significato di Amore, che non può essere disgiunto dalla consapevolezza dell’esistenza di un Ordine cosmo-etico che regola la vita di tutte le creature, e per il quale vige la legge psicologica della reciprocità, per cui ogni azione che compiamo influenza la nostra coscienza e quel che facciamo agli altri ritorna inesorabilmente su di noi, nel bene e nel male, poiché l’inconscio – come un grande ed infallibile orecchio interno – registra ogni nostro movimento, fisico e mentale. Per questo le Upanishad affermano che comportandosi male si diventa male e si diventa bene se si agisce nel bene.

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