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Archive for giugno 2010

Il termine sanscrito mantra significa ‘strumento di pensiero’, e anche ‘ciò che protegge la mente’. La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Non si tratta quindi di un’azione volta all’annullamento dell’ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi così com’è. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. È efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa. La letteratura vedica è costituita da un numero incalcolabile di mantra. Tra questi il Mahamantra o ‘grande mantra’ è il più importante nella spiritualità vaishnava poiché tradizionalmente rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze o shakti. Ogni sillaba è densa di energia spirituale e può trasformare l’energia psichica da disecologica ad ecologica. Il Mahamantra dunque è il Signore supremo fattoSi strumento per consentire agli umani di purificare le proprie menti, provocando in loro un cambiamento di coscienza e fornendo una spinta ascensionale che li rende capaci di spezzare tutti i vincoli egoici, di riarmonizzare le varie istanze interiori e di sviluppare le facoltà superiori latenti. La pura, trascendente, vibrazione del Mahamantra, quando esso viene cantato, invocato o meditato con attitudine adeguata, consente di schiarire il campo mentale, di sentirsi in armonia con tutto il Creato e di provare sentimenti profondi di amore e gratitudine per Dio. Il mantra dunque è la forma sonora della Verità (satya rupa), e nel caso del Mahamantra è così composto:

Hare Krishna Hare Krishna
Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama
Rama Rama Hare Hare

Krishna è un nome di Dio che significa ‘l’Affascinante’, Rama invece si riferisce al Supremo come a ‘Colui che dà piacere’ e Hara (nel mahamantra al vocativo) designa l’energia di Amore di Dio, o Hladini shakti. Dopo la purificazione del cristallo mentale, il campo della coscienza può attingere direttamente dal piano della Realtà e si popola d’immagini, ricordi, visioni, suoni ed emozioni spirituali, così da consentire la consapevolezza dell’individualità ontologica o nitya svarupa(1).

(1) Il corpo spirituale eterno. Per approfondimenti su questo tema si consiglia l’ascolto del seminario residenziale “I Nove Sentieri dell’Amore” tenutosi dal 13 al 17 Aprile 2006 a Siena.

Tratto dal testo ‘Divinità, Umanità e Natura’ di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sui rapporti intrapsichici dell’essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificità di linguaggio così alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente. Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realtà metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi(1) con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realtà ottenuto mediante la meditazione su di un mantra. Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica è definita Nama-smarana e costituisce, in questa Tradizione, l’essenza di tutte le attività religiose, nonché l’esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica Vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija è costituito dal maha-mantra. Le esperienze a livello nama, cioè a livello della conoscenza verbale, a livello rupa(2) ed a livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti(3) che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un’impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell’inconscio. L’intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell’Hari-nama(4) è il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di bloccarne ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra “vritti di ritorno(5)”. La concentrazione sull’Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l’Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondità ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di ‘grazia divina’, ma anche quello di ‘purificazione’). Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l’affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle “di ritorno” prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)(6) che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori vritti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione. Quest’ultima è ovviamente essenziale nella pratica del Nama smarana(7). Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell’io storico. Questo è un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realtà trascendente, ovvero quel “guado coscienziale” che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio. Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una “mono-vritti” dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra, che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza.

(1) Visualizzazione di un certo livello di realtà metafisica.
(2) Lett. ‘forma’, non solo grafica.
(3) Lett. ‘Modificazioni mentali, vibrazioni, vortici’.
(4) Canto dei Nomi divini
(5) Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.
(6) ‘Ricordo’. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri, ‘ricordare’, cui corrisponde etimologicamente l’italiano ‘memoria’.
(7) Letteralmente il ricordo di Dio attraverso il canto dei Suoi Santi Nomi.

Tratto dal testo ‘Divinità, Umanità e Natura’ di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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Il miglior modo per conoscere sé stessi consiste nel frequentare maestri che abbiano già raggiunto un certo livello di illuminazione e possano quindi aiutarci a sviluppare una visione analoga. In seguito, anche autonomamente, seguendo gli insegnamenti e l’esempio di guide esperte, si possono fare pratiche di concentrazione e meditazione con successo. Tali pratiche consentono di entrare in contatto con aspetti sempre più profondi della nostra psiche e di giungere, con il perfezionamento della pratica e in circostanze gradualmente sempre più favorevoli, alla riscoperta della nostra identità di natura spirituale. La meditazione (dhyana) è strumento idoneo per liberare il pensiero ordinario dai suoi condizionamenti e serve dunque a conoscerci sempre più profondamente. Se praticata con serietà e costanza, essa produce un effetto di lucido e luminoso discernimento, permettendo graduali livelli di realizzazione. L’esercizio della meditazione ci mantiene in una continua attenzione che affina la capacità di auto-osservarci e meglio conoscerci sotto molteplici aspetti. Una semplice e pratica esperienza introduttiva alla concentrazione potrebbe essere la seguente: alla sera, prima di coricarvi, col distacco dello spettatore, fate un riassunto mentale della vostra giornata, vi sarà prezioso per valutare la qualità del vostro agire e apportare opportune modifiche al vostro comportamento. La visualizzazione di come ‘vediamo e sentiamo’ ogni singola persona con cui abbiamo avuto a che fare ci fa capire quanto siamo equanimi nei confronti degli altri. Se hai un armadio in disordine, il miglior modo per conoscerne il contenuto è aprirlo e metterlo in ordine. Idem con sé stessi. Attraverso la meditazione possiamo mettere ordine dentro noi stessi, capire le nostre aspirazioni più autentiche e agire per soddisfarle. Solo allora, tendenze, gusti, attrazioni e repulsioni potranno essere trasformati secondo insegnamenti e modelli di comportamento di valore universale. Attraverso un percorso di conoscenza profonda di noi stessi e di compassione verso ogni creatura, possiamo elevare la qualità delle motivazioni e delle finalità di ogni nostro desiderio, pensiero, parola ed azione, per il vero bene nostro e altrui, e avvicinarci a noi stessi e a Dio.

Da una lezione di Marco Ferrini. Per chi volesse approfondire la scienza della meditazione, si consiglia l’ascolto della raccolta di lezioni audio ‘Il Giardino del Santo Nome’ di Marco Ferrini.

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Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi; quest’ultimo non rappresenta neanche l’ombra di tale felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge vengono considerati prodotti illusori della vita umana(1). Quando l’essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione. Colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico e diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. L’involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha. Ananda appartiene all’atman, che costituisce la vera sorgente energetica della persona, di natura puramente spirituale, non fisica o psichica, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono sat e cit. Noi siamo anima, siamo atman. Sat, cit e ananda sono caratteristiche per noi impossibili da perdere, qualsiasi cosa succeda, perché sono intrinseche, inseparabili da ciò che oggettivamente e intimamente siamo, sebbene possano essere più o meno appannate dall’ignoranza, neglette o atrofizzate. Ananda, inoltre, non è semplicemente l’esito di una reazione fisico-chimica. Clinicamente si possono indurre euforia e una vasta gamma di altre emozioni, ma ananda non la si può ottenere per reazione chimica. Una reazione chimica o in generale uno stato mentale o emotivo indotto artificialmente, va monitorato per l’alta probabilità che degeneri in effetti collaterali dannosi: anche un farmaco, se si sbaglia la dose, può uccidere. Ananda, invece, non ha effetti collaterali, è anzi un’energia che non solo è benefica per la persona stessa, ma innesca gradualmente anche l’energia latente della medesima natura, nelle persone circostanti. Individui veramente beati, perché capaci di questo amore divino, costituiscono una risorsa a disposizione di tutti, la loro compagnia è perciò immensamente preziosa. Come si fa a risvegliare ananda? Come si fa a liberare il sé dai condizionamenti? Come giungere all’illuminazione? Innanzitutto frequentando persone che abitualmente vivono con una coscienza risvegliata, virtuosa (sattvica); in sanscrito questo tipo di compagnia è detta satsanga. Sattvaguna è un’energia della natura3 vivendo nella quale si giunge via via a percepire una dimensione che è la più elevata, dalla quale si intuiscono realizzazioni, risposte appaganti a ciò che tutti cerchiamo da sempre: l’amore. Quell’“Amor che move il sole e l’altre stelle” di cui ha parlato anche Dante4 e che è causa e fine di tutto ciò che esiste.

(1) [[Bhagavad-gita V.22: Ye hi samsparsa-ja bhoga duhkha-yonaya eva teady antavantah kaunteya na tesu ramate budhah – La persona liberata non subisce l’attrazione del piacere materiale dei sensi, ma è sempre in una condizione di estasi perché gode di un piacere interiore. Così la persona realizzata prova una felicità senza limiti perché si concentra sul Signore Supremo.]]

Tratto da ‘Pensiero, Emozioni e Realizzazione’.
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Firenze, 30 Maggio 2010 – Ore 16.00
Palazzo Vecchio – Piazza della Signoria, Salone dei Cinquecento, Firenze.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’.
Nella prestigiosa cornice storico-artistica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, Marco Ferrini terrà una conferenza nella quale dialogheranno la Divina Commedia e la Bhagavad-Gita, universali monumenti del pensiero occidentale e orientale che, a distanza di molti secoli, ancora ispirano l’uomo moderno nel suo anelito di evoluzione e realizzazione, sia dal punto di vista laico che religioso. Esplorando le convergenze esistenziali tra queste due opere di filosofia perenne, i partecipanti avranno l’opportunità di fare un viaggio in altre dimensioni che rappresentano differenti livelli di coscienza nella ricerca del senso della vita. La Commedia e la Gita sono un compendio d’insegnamenti cosmogonici, antropologici ed escatologici, di filosofia, psicologia, etica e spiritualità. L’intreccio di queste tematiche esprime la sostanziale continuità tra i diversi piani dell’essere e la fitta serie di corrispondenze fra micro e macrocosmo.Se è vero che un’opera è grande nella misura in cui fornisce strumenti teorici e pratici per poter realizzare livelli alti di consapevolezza, e se offre concetti, suggestioni, modelli di vita adatti ad affrontare e risolvere i problemi esistenziali dell’individuo e quelli più complessi della società, allora non è azzardato affermare che la Commedia e la Gita sono scritti di intramontabile valore.

‘La mia vita non è stata che una serie di tragedie esteriori,
e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile,
è dovuto al’insegnamento della Bhagavad-gita’.
(Mahatma Gandhi)

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