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Un breve video del seminario estivo 2010. Per chi ha partecipato è un bel ricordo immortalato dalla telecamera, e per chi non c’era è un’ottima occasione per rendersi conto di cosa è un seminario del Centro Studi Bhaktivedanta.
Buona visione a tutti voi!

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l’espressione più intima dell’Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l’intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell’anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l’essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione.  Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano, dalle Scritture e dai Maestri, come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all’esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell’essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l’esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell’immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. È per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico – progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi – cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L’evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica, ma il sentimento puro dell’affetto, della devozione, dell’amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell’altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o  penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l’evoluzione ma solo se è guidata dall’Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell’Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell’analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell’Amore, che ricollega all’essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un’ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l’intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell’interlocutore, mentre un’azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all’Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo.  E così avviene che la paura e l’egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all’Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l’esperienza dell’Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro,  non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all’ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l’essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L’azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L’educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa –  se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell’intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell’universo, i tanti talenti che si possono avere – come la perspicacia e la cultura – riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l’essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all’essenza dell’Amore, e così – assieme alla disciplina – arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza  del Divino.

Avritam jñanam etena
Jñanino nitya-vairina

Kama-rupena kaunteya

Duspurenanalena ca


La coscienza dell’uomo è coperta dalla lussuria,
 la sua eterna nemica, insaziabile e bruciante come il fuoco.
(Bhagavad-gita 3.39)

 
Caravaggio, David con la testa di Golia,
Roma, Galleria Borghese.

Premessa.

Michelangelo Merisi, detto da Caravaggio, è quasi universalmente riconosciuto, ai giorni nostri, come uno dei più grandi maestri dell’arte di tutti i tempi, non solo italiana, ma mondiale. Questo fascino straordinario che esercita sulle coscienze contemporanee va però confrontato con opinioni di epoche diverse, così da arricchire la nostra visione sia rispetto alla natura dell’arte del discusso pittore, sia relativamente alla natura della coscienza collettiva contemporanea. La quale per molti aspetti si trova a corrispondere alle tendenze espresse da quest’artista o quanto meno trova nelle sue opere l’apologia di atteggiamenti e punti di vista che si sono imposti come modelli di riferimento e paradigmi su cui fondare le nostre esistenze. Data la rilevanza dell’argomento sarà bene concentrare la nostra attenzione e le nostre riflessioni; aprirci ad una rinnovata indagine sulla reale qualità di quelle opere e di quegli autori da cui ci lasciamo così profondamente suggestionare.


Yad yad acarati shreshtas

Tat tad evetaro janah

Sa yat pramanam kurute

 Lokas tad anuvartate

Qualunque azione compia un leader
la gente segue le sue orme.
Tutto il mondo segue la norma
che egli stabilisce col suo esempio.
(Bhagavad-gita 3.21)
L’opera d’arte e l’artista stesso hanno un ruolo specifico nella società che travalica il campo dell’estetica pura e fine a se stessa: l’opera è il mezzo che trasporta lo spettatore verso le dimensioni coscienziali a cui l’autore è pervenuto. Leggiamo quanto esposto in una carta inedita del cardinale Federico Borromeo presso l’Ambrosiana di Milano:
Nell’ordine delle cose umane hanno osservato gl’huomini scienziati ritrovarsi una certa isquisita corrispondenza, e proporzione, della quale essi dicono così. Che quale è la condizione del terreno, tali i frutti e le biade (…), e quali sono i corpi umani, tale esser suole, naturalmente parlando e per lo più la conditione degli ingegni, et ultimamente quale è poi la conditione degli ingegni, tale esser suole la condizione dei loro componimenti per la qual cosa si ha per vero che i vitji dello scrittore, a un certo ombroso e oscuro lume scrivendo, essi si danno a vedere. Perciò Virgilio si conosce esser stato prudentissimo in ogni atto dello sua vita (…). Nei miei dì conobbi un dipintore in Roma [il Caravaggio], il quale era di sozzi costumi, et andava sempre co’ panni stracciati, e lordi a meraviglia, e si viveva del continuo frà i garzoni delle cucine dei signori di corte. Questo dipintore non fece mai altro, che buono fosse nella sua arte, salvo il rappresentare i tavernieri, et i giocatori, overo le cingare che guardano la mano, overo i baronci, et i fachini, e gli sgraziati che si dormivano la notte per le piazze; et era il più contento huomo del mondo, quando avea dipinto un hosteria, et colà entro chi mangiasse e bevesse. Questo procedeva dai suoi costumi, i quali erano simiglianti ai suoi lavori. Non c’è viaggio che non produca in noi una profonda impressione e che non arricchisca il nostro campo mentale di elementi che possono essere tanto benefici quanto pericolosamente tossici. Siamo, dunque, chiamati alla prudenza e, attraverso una valutazione intelligente, a vincere gli impulsi della mente, sempre pronta a lasciarsi attratte e irretire da argomenti lusinghieri che spesso mirano all’auto-giustificazione, al vittimismo falsamente eroicizante, alla subdola complicità, che tutti giustifica, ma che inquina la coscienza e il suo naturale processo di lotta per la liberazione dai condizionamenti e dagli impulsi più bassi. La “rivoluzione” di Caravaggio è falsa ancor più che inconsistente. Non si è mai occupato di altro o di altri che non fosse il suo successo e il suo prestigio e anche questi messi rigorosamente al servizio, non di una causa superiore (scopo specifico dell’arte autentica), ma della propria vanità e arroganza. Per lui l’arte non è strumento di elevazione da una condizione miserevole di vita, non è l’aspetto luminoso di una personalità altrimenti turbolenta, violenta e disgraziata, ma piuttosto ne condivide i caratteri e ne costituisce una glorificazione. L’autentica rivoluzione è quella che passa per la trasformazione di noi stessi in senso evolutivo, e che ci porta a diventare capaci di beneficare ogni essere vivente con spontaneità ed equanimità. Questa rivoluzione è il frutto di una coerente lotta interiore, che armonizza rigorosamente i mezzi al fine; i valori agli strumenti necessari alla loro attualizzazione, e senza che ci sia contraddizione tra questi elementi. Questa relazione è uno dei principi irrinunciabili e fondanti dell’attività artistica, che meglio di ogni altra esprime la nostra somiglianza con il Creatore Supremo: l’arte dunque è imitazione della Natura, non nelle sue forme esteriori e periture, ma nel Suo modo di operare, nelle sue dinamiche sottili, che sfuggono alla percezione sensoriale. Non ho intenzione di demonizzare Caravaggio o di bandirlo dal consorzio umano, ma credo che sia utile fornire alle persone qualche strumento in più per potersi formare una opinione veramente libera e non dettata dalle pericolose mode e gusti del tempo, che come gli infernali vessilli danteschi conducono le genti lungo un sentiero di morte spirituale, oscuro e insignificante.

E io, che riguardai, vidi un’insegna
che girando correva tanto ratta
che d’ogni posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’io non averei creduto
che morte tanta ne avesse disfatta.
(Inferno III, 52-57)

Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente. Che lo si voglia o no, che ne siamo consapevoli o no – tanto più oggigiorno, cinquant’anni dopo la rivoluzione sessuale e le parole di personaggi come Jack Kerouac – il concetto stesso di “amore” che respiriamo è profondamente diverso da quello che respirava un uomo della Tradizione. Probabilmente non esiste un termine più adulterato nel significato, più abusato nell’essenza, più polisemantico anche quando in un contesto definito. Alzino la mano quanti di noi non si sono ripromessi di non usare mai più tale parola proprio perché atterriti dalla banalità e dalla confusione nella quale l’abbiamo relegata. Ma poi ci siamo ricreduti, e non siamo riusciti a tener fede a questa promessa. Perché? Perché profondamente ne abbiamo bisogno. Nessuno può fare a meno di amare, l’Amore è parte integrante di noi, un’insopprimibile esigenza, qualcosa che non è necessario mettere in agenda per ricordarsi che è estremamente importante nelle nostre altrimenti piccole vite. Non mi sto riferendo soltanto ai rapporti di coppia bensì anche all’amore tra amici, per i familiari, per il prossimo. Già Aristotele insegnò che l’uomo è un essere sociale: non può essere felice se non entra in intima relazione con gli altri esseri. Ma se è vero, come è vero, che nessuno può astenersi dall’amare, lo è anche il fatto che ciascuno di noi ama in modo diverso e con motivazioni diverse. Le motivazioni con le quali ci accostiamo all’amore condizionano in maniera estremamente rilevante le nostre scelte e, dunque, le nostre esistenze. Se guardiamo le relazioni intorno a noi possiamo scorgere innumerevoli sfumature di queste motivazioni e, osservando ancor più da vicino, persino prevedere il futuro di tali incontri affettivi. Alcuni di essi, per esempio, potrebbero facilmente essere stilizzati sulla pagina quadrettata per la partita doppia: affettività basate su bisogni insoddisfatti, chiuse come uccellini che hanno perso la voce in una gabbia con la targhetta do ut des, quasi contratti commerciali a garantire qualche serata di sesso, un’immagine sociale impeccabile o la rata del mutuo parzialmente pagata. È abbastanza matematico: quando vengono meno tali  condizioni desiderabili – e prima o poi vengono sempre meno – la relazione si ripiega su se stessa, si guarda e, non trovando più nulla, se ne va. Quello appena citato è un esempio tanto grossolano quanto purtroppo estremamente diffuso. Chiaramente esistono innumerevoli livelli intermedi, un esempio macroscopico è quello che come motivazione di fondo ha il desiderio di porre fine al senso di solitudine. Potremmo dire che il livello di amore e soddisfazione in tutti questi paradigmi dell’amore è direttamente proporzionale alla rarefazione dell’ego, poiché è l’ego il vero ostacolo all’Amore. Dunque, l’ambiente intorno a noi è inquinato da disvalori prima che dal monossido di carbonio e dai campi elettromagnetici ad alta frequenza, disvalori che derivano da una abissale ignoranza dell’essere umano nel suo insieme e delle leggi invisibili che lo guidano.  L’uomo della Tradizione conosce tali leggi e ne fa il fondamento del suo costruire nel mondo. L’uomo della Tradizione, per esempio, sa che è proprio il tentativo di appagamento senza tenere in adeguata considerazione i bisogni dell’altro che ci condanna ad una soddisfazione superficiale; sa che l’amore, nella sua patetica dimensione di esclusività, non è invero corretto definirlo tale e che quando la funzione Amore è riattivata, si amano tutte le creature. Sa che non conviene mai, bilancio consuntivo alla mano, investire negli attaccamenti, mentre conviene sempre investire nell’Affetto. Sa che l’Amore è la sua funzione più nobile, la sua più grande risorsa, ma anche che per accedervi è necessario elaborare le proprie tendenze, poiché se non impara a canalizzarle in modo opportuno si innescheranno delle dinamiche che corromperanno e disgregheranno questa risorsa, seppur inesauribile, in lui e in coloro che lo circondano.
Estratto da Orizzonti Vedici (Settembre 2010).

Agostino di Ippona (354-430), santo, vescovo, la  sua mensa era parca e frugale, composta di erbaggi e legumi.

Ambrogio di Milano (339-397), santo, vescovo, tra i primi dottori della Chiesa latina, scrittore, fu assertore del regime vegetariano, escludeva dalla sua mensa carne, pesce, uova e latticini, nutrendosi di erbaggi, frutta e verdura. Diceva: “La carne fa cadere anche le aquile che volano”.
Antioco Eremita, visse fino a cento anni nutrendosi di verdure crude e bevendo sola acqua.
Basilio Magno (330-379), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, padre del monachesimo orientale, legislatore monastico. Fondò una comunità di asceti che si nutrivano solo di pane e verdure e bevevano solo acqua.
Benedetto da Norcia (480-547), santo, patriarca del cenobitismo occidentale, nella sua regola il divieto assoluto della carne per i monaci e anche per i bambini.
Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), santo e dottore della Chiesa, si nutriva di pane, latte e zuppa di verdure. Affermava: “Troverete più nelle foreste che nei libri”.
Bonaventura da Potenza (1651…), beato francescano, nella regola dei Certosini da lui fondata l’astinenza totale dalle carni che estese pure ai monaci ammalati: chi disobbediva a questa regola veniva espulso dall’Ordine.
Caterina da Siena (1347-1380), santa, dottore della Chiesa, una delle maggiori scrittrici del XIV secolo, rinunciò alla carne fin da piccola nutrendosi di pane, erbe crude e bevendo solo acqua.
Cesario d’Arles , santo, scrisse due regole, la prima per i monaci, la seconda per le sacre Vergini del monastero di S. Giovanni Battista. In questa regola era assolutamente vietato mangiare carni.
Chiara da Montefalco vissuta nel 13° secolo, si nutriva di frutta ed erbe selvatiche e pur dormendo sopra un giaciglio fatto di sassi si conservò sempre in salute.
Filippo Neri (1515-1595), dopo una visione non mangiò più carne o pesce e si nutrì esclusivamente di pane, erba e qualche f rutto.

Francesca Romana (1384-1440), santa, sposa, madre, vedova esemplare. Operò strepitosi miracoli. Fin da giovanissima si astenne dal vino e dalla carne.
Francesco di Paola (1416-1507), santo, eremita, fondatore dell’Ordine dei Minimi, per la sua dieta parca e frugale fu chiamato dai suoi contemporanei “mangiatore di radici”.
Fulgenzio di Ruspe, visse verso la fine del 5° secolo, santo, monaco e vescovo, non mangiava mai carne.
Giacomo Minore, apostolo, cugino di Gesù vescovo di Gerusalemme. Secondo Eusebio di Cesarea non mangiò mai carne di animali, né bevve vino.
Giovanni Battista, ultimo dei profeti ebrei, detto il precursore di Cristo, si nutriva di focacce e miele.
Giovanni Bono (1169-1249), fondatore dell’ordine degli Eremiti, non mangiava mai carne; consumava in una settimana quello che i loro confratelli mangiavano in un giorno.
Giovanni d’Avila (1499-1569), santo, sacerdote, si nutriva di legumi e frutta.
Giovanni Maria Vianney (1786-1859), santo e guida spirituale, si nutriva quasi essenzialmente di patate.
Girolamo (345-419), santo e dottore della Chiesa, tradusse e revisionò la Bibbia, auspicava il ritorno alla condizione antecedente il Peccato: “L’astinenza dalla carne ricomincia con la venuta di Cristo”.
Giuseppe Cottolengo (1786-1842), santo, fondatore di 4 comunità femminili ed una maschile ove la regola da lui stabilita prescriveva l’obbligo di non consumare carne.
Gregorio da Nazianzeno (329-389), santo, vescovo, dottore della Chiesa orientale, ritenuto il teologo più erudito mai vissuto, si riferisce che mangiasse esclusivamente lupini.
Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), santo, sacerdote, scrittore, non consumava né carne né pesce.
Matteo, apostolo, santo, evangelista. Clemente Alessandrino riporta che si nutriva di frutta, semi ed erbaggi.
Migne (1800-1875), abate francese, riteneva l’astinenza dalla carne ciò che maggiormente contribuiva alla perfezione e alla felicità dell’uomo.

Nicola da Tolentino (1245-1305), santo ed eremita agostiniano, si asteneva da carne, pesce, latticini e dai condimenti con grasso.
Nilo ( 910-1004), santo, mangiava pane, legumi e frutti e beveva solo acqua.
Paconio (292-346), santo, iniziatore della vita cenobitica, fondatore di numerosi monasteri ove i pasti erano a base di erbe, pane, olive,  formaggi con divieto assoluto di carne e vino.
Paolino di Nola (353-431), santo, osservò sempre l’astinenza dalle carni.
Pietro, apostolo, santo. Nei Ricognitinoum libros di Clemente Romano si riferisce che si nutrisse di pane, olive e raramente erbe.
Pietro d’Alcantara (1499-1562), santo, asceta francescano, uno dei più grandi mistici spagnoli, si nutriva tre volte a settimana consumando solo piselli e fave.
Pietro il Galata, consumava solo pane ed acqua.
Pietro Regalado, santo, francescano di stretta osservanza, straordinario taumaturgo, nelle comunità che fondò i membri si nutrivano solo di legumi, estendendosi da carne e vino.
Pio V (1504-1572), santo, vescovo, cardinale e poi papa, si nutriva con erbe e legumi.
Tommaso d’Aquino (1220-1274), santo, massimo rappresentante della Scolastica medioevale, eminente teologo, riteneva che carni, latte e uova costituissero il massimo incentivo alla lussuria.
Vincenzo Ferret (1350-1419) santo domenicano, è considerato il più grande predicatore di tutti i tempi, si asteneva dalla carne.

Franco Libero Manco

PREMESSA
Il Vastu-vidya(1), la millenaria e ancora attuale scienza dell’abitare, frutto maturo dell’albero dei Veda(2), considera la casa come un organismo vivente, cioè un corpo fisico reso vitale dalla presenza del vastu purusha(3). Nell’eco-sistema generale, la casa è vista come microcosmo rispetto al grande Cosmo, col quale si trova in connessione. Secondo il Vastu esiste anche un connubio casa-persona, una corrispondenza speculare fra il corpo della casa e il corpo umano, addirittura un’affinità karmica con la nostra natura psico-fisica individuale. Se un organo o una funzionalità nella fisiologia della casa risulta sofferente, è probabile che un’ analoga patologia  insorga nel corpo della persona che vi abita.

I PIANETI


I saggi illuminati della Tradizione vedica hanno meditato profondamente sul significato dei pianeti nel formulare i principi del Vastu. Ciascuna delle otto principali direzioni cardinali (nord, nord/est, est, sud/est, sud, sud/ovest, ovest, nord/ovest), ovvero ogni specifico settore del raggio cosmico creativo, sono governati da un pianeta, per trasmetterne la forza vibratoria e orbitale in ogni punto del sistema solare, fino dentro la nostra casa. In quella posizione il pianeta risplende in tutta la sua potenza, in sanscrito dig-bala.

Punti cardinali e pianeti nel campo energetico della casa.

Così vengono associati i pianeti e le otto direzioni cardinali:

EST/Sole
SUD-EST/Venere
SUD/Marte
SUD-OVEST/Rahu.
OVEST/Saturno
NORD-OVEST/Luna
NORD/Mercurio
NORD-EST/Giove.
LA PREVENZIONE
Come primo passo, subito metteremo la nostra casa in uno stato di equilibrio energetico, perché non risulti nociva. Questo è necessario nel novantanove per cento delle abitazioni esistenti. Un’abitazione è considerata sana e risanante solo se è in grado di accogliere pienamente, senza “corti circuiti”, le energie di guarigione che ci provengono da quel cosmo, grazie all’azione dei pianeti. Non si può nascondere che ciò risulti più facile  in un’abitazione realizzata ex novo, con un progetto Vastu(4) e  materiali di bio-edilizia. Per le persone comuni il rapporto con i pianeti rimane un fatto misterioso, se non inesistente. Non quando però parliamo del ruolo del Sole o della Luna, nell’economia della nostra vita. Allora tutti capiscono e concordano. Altra cosa se si parla, ad esempio, dell’influenza del pianeta Giove(5), non misurabile e quindi non rilevante.

LA CURA
Quando invece si debba alleviare o guarire una malattia, la terapia della casa Vastu, in sinergia con la diagnosi Ayurveda, applicherà terapie di natura opposta al disturbo, individuando e guarendo la corrispondente area funzionale  sofferente della casa, con rimedi legati alla natura energetica del pianeta dominante. Innalzamento della qualità degli elementi Acqua, Aria, Fuoco, con impiego esperto di luce, pietre, metalli, piante, erbe, cristalli, colori, di forme e geometrie sacre, ma anche una buona conformazione dello spazio domestico, costituiscono i principali strumenti e rimedi Vastu. Questa particolare azione di cura potenzia  le virtù terapeutiche del prana(6), con rapidi benefici sulla qualità della respirazione, e potenziamento apprezzabile di “Luce e Aria”,  parametri essenziali della qualità ambientale. Il Vastu apre la casa al Sacrum,  introducendo anche nel nostro ambiente domestico qualità estetiche, caratterizzate da semplicità, pulizia, luminosità, armonia, essenzialità, che poggiano sulle virtù etiche del cosmo. Il perfetto allineamento dei muri maestri della casa con l’asse geomagnetico nord-sud, verificabili facilmente con una semplice bussola, faciliterebbe un’equilibrata economia energetica, con effetti di benessere psicofisico nei residenti e durabilità delle strutture abitative. Ma quante abitazioni si trovano in questa felice condizione? Meno dell’uno per cento. In passato invece, soprattutto nelle campagne, l’orientamento della casa giocava un ruolo molto importante nella vita quotidiana, in perfetto accordo con l’irraggiamento del Sole, astro dispensatore di vita e di fonti rinnovabili di energia. Se invece la casa non è ben orientata, allora le energie dei pianeti sono assorbite dalla casa e dalla persona caoticamente, con effetti di progressiva gravità. Vi sono casi particolarmente pericolosi di orientamento della casa, il più patogeno si avvicina a 45° gradi rispetto agli assi cardinali. In questo caso ho riscontrato l’insorgere di malattie incurabili, crolli improvvisi nelle strutture portanti della casa, crisi relazionali. Possiamo comunque far affidamento sulle nostre qualità interiori, in primis la volontà, per invertire la rotta del nostro destino. I Veda ci vengono incontro, indicando con chiarezza la via per conseguire la piena salute. Il primo passo consiste nel conoscere e saper riconoscere le tre grandi potenze energetiche, che strutturano e sostanziano ogni forma dell’universo fisico (cosmo, pianeti, il nostro corpo psico-fisico, le cose che ci circondano), in sanscrito Guna(7). Ma non basta la conoscenza. Per un vero e duraturo risanamento occorre sviluppare comportamenti conformi o tendenti verso la parte virtuosa dei Guna, in sanscrito “sattva”, adottando  comportamenti, attitudini sane di vita: una corretta alimentazione, pratiche meditative, comportamenti non-violenti, recitazione di mantra, ecc. Così anche la nostra casa ne risentirà positivamente, in un processo di miglioramento sinergico, innescando un circolo virtuoso. Per l’Ayurveda, la scienza indovedica della vita e della salute, i disturbi fisici si manifestano principalmente a causa di fattori di rischio esterni come una dieta sbagliata, o l’esposizione ambientale ad agenti patogeni (inquinamento chimico, elettromagnetico, stress da radiazioni cosmo-telluriche, ecc). I disturbi mentali invece nascono soprattutto da fattori interni come il cattivo uso dell’apparato sensoriale e l’accumulo di emozioni negative.

FISIOLOGIA DEL CORPO UMANO E LE CORRISPONDENTI ZONE DELLA CASA VASTU
Desidero sottolineare ancora che una casa risanata, con qualità Vastu, rappresenta soltanto un piccolo contributo per la cura di gravi patologie, ma, in sinergia con la psicologia Yoga e la scienza Ayurveda, la terapia della casa risulta di grande aiuto nella prevenzione della malattia. Forse a questo punto è necessaria una piccola premessa, che mostri come le scienze indovediche convergano verso lo stesso ambizioso obbiettivo: acquisire salute bio-psico-spirituale, benessere, felicità, longevità, fortuna. Le fondamenta dell’Ayurveda e dell’Architettura Vastu sono sostenute dai cinque grandi elementi della Natura: Etere, Aria, Fuoco, Acqua, Terra. I cinque elementi derivano dai tre guna, ordinati  in sequenza evolutiva. Dal sattva deriva l’etere. Dal rajas derivano l’aria e il fuoco, dal tamas l’acqua e la terra. Quando i cinque elementi si trovano in armonia, equilibrati o nella loro giusta collocazione, imprimono una tendenza verso sattva: se in conflitto, si muovono verso rajas e fanno precipitare verso tamas guna, con effetti patologici importanti. Carenza rilevata dalla diagnosi Ayurveda, può evidenziare la necessità di particolari sostanze nutritive; per esempio, una persona che manchi dell’elemento Fuoco scoprirà come peculiarità del Sole -pianeta collegato all’elemento Fuoco-  il governo della vitamina D, a Marte corrisponde il ferro e a Giove il silicio e il cromo. Come i pianeti agiscono sul funzionamento dell’organismo umano grazie ad una terapia della casa? Come entrare in contatto con il loro potere di guarigione? Secondo la visione della Scienze indovediche, i pianeti presiedono ai vari processi fisiologici del corpo casa-persona, influenzando la produzione naturale di vitamine e minerali, necessari alla nostra crescita e salute, agendo principalmente sulle ghiandole e sugli organi con attività endocrina(8) .

Organismo della casa e l’azione nutritiva dei pianeti.
Quando la casa è orientata con precisione, ben allineata con i punti cardinali, allora assistiamo ad miracolo della natura: le vibrazioni dell’Universo si espandono positivamente nel cosmo della casa, facendolo entrare in risonanza, e con esso risuona il corpo dell’uomo che la abita. Analogie fisiologiche fra il corpo della casa e quello della persona, consentono di poter individuare aree della casa corrispondenti ad organi o a funzioni della fisiologia umana. Ad esempio il cuore della casa, in sanscrito Brahmasthan, è il cuore della persona.
   
Mi è stato sottoposto il caso di una grave malformazione cardiaca in un bambino di due anni. Che rimedio suggerisce il Vastu? Riflettiamo. Poiché ogni problema fisico della persona dipende da uno choc del corpo eterico, l’apporto terapeutico Vastu agirà sulle parti corrispondenti nel corpo eterico della casa e in questo caso sul suo cuore. Ho proposto di concentrare l’intervento Vastu su quello che è il cuore della casa, il Brahmasthan, anch’esso sofferente, con apertura di un  canale di luce fra terra e cielo. Qui ho applicato il simbolo del chakra del cuore (anahata chakra). Ancora, nel caso di tumore osseo, mi è stato chiesto su quale parte della planimetria della casa occorra intervenire prioritariamente? Sia nel caso della cura, sia della prevenzione ho suggerito che si investighi sulla direzione est della casa, la direzione dominata dal Sole, “governatore”, con i suoi raggi ultravioletti, della vitamina D e del metabolismo del calcio, ma anche del potenziamento del sistema immunitario. Già esaminando la planimetria della casa, potremmo avere immediate informazioni importanti sulla salute dell’abitazione e dei residenti e scoprire che non sono presenti finestre rivolte a est, dunque con una parete cieca, che ci priva della luce del mattino, e che magari, come fattore aggravante, la planimetria della casa è mal orientata rispetto agli assi cardinali. Mi si chiede sempre più spesso un suggerimento per la cura di patologie ormai conclamate o incurabili, con una terapia della casa Vastu. Ma è veramente importante comprendere come prevenire sia sempre meglio di curare e che comunque non è mai troppo tardi per introdurre elementi positivi di cambiamento, per un miglioramento dell’ambiente esteriore ed interiore della nostra esistenza.
(1) Termine sanscrito che significa “scienza dell’abitazione”.
(2) Lett. ‘sapienza, conoscenza’. L’insieme delle scritture che la tradizione classica indiana considera di origine rivelata.
(3) Secondo la visione Vastu ogni opera costruita dall’uomo, sia essa una capanna, un palazzo, un tempio, un’abitazione ordinaria o una città, possiede una sua specifica forza vitale, in sanscrito definita Vastu Purusha,  Signore delle abitazioni. L’Uomo cosmico discende e si dispone  con il suo corpo energetico entro i limiti della  casa, sostenendola, vivificandola.
(4) Per approfondimenti sul protocollo Vastu “Il Vastu – La scienza dell’architettura indiana”, Alessandro Checchi, Xenia Edizioni 2009.
(5) In sanscrito Guru, lett. “pesante”.
(6)  Energia vitale primordiale, veicolata dall’aria. Una perfetta casa Vastu non solo realizza un equilibrio emozionale fra Terra e Cielo  ma favorisce un forte flusso di energia pranica (alcuni lo descrivono come una sensazione di vento sottile, altri di respiro cosmico della casa), in grado di scorrere armoniosamente con percorsi sinuosi e di ripulire costantemente i carichi metabolici del sistema casa.
(7) La natura è pervasa da una triplice potentissima energia, i tre Guna, in sanscrito rispettivamente tamas, rajas e sattva. Sattva è la qualità superiore ed ha la natura della luce, della leggerezza, della chiarezza, dell’armonia, dell’equilibrio e dell’intelligenza. Rajas ha la natura dell’energia, dell’azione, della violenza e della passione. Tamas è la qualità inferiore ed ha la natura dell’inerzia, dell’oscurità, dell’ostruzione, della pesantezza e dell’inerzia. Ognuno dei tre Guna è importante e indispensabile nell’economia della nostra vita.
(8) Ghiandole endocrine (ipofisi,  tiroide, paratiroidi, surrenali, ecc.) e organi con attività endocrina (pancreas, gonadi, rene, timo, milza, ecc.) sono organi secretori, deputati alla sintesi e alla liberazione di sostanze utili all’organismo, quali ormoni.

FONTE: http://www.scienzaeconoscenza.it/

Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.  Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda). Rimuovere avidya rappresenta il primo indispensabile passo da compiere per attivare il decondizionamento ed arrivare a quella dimensione in cui si può percepire appieno la nostra natura profonda, ontologica. A tale scopo non è però sufficiente l’informazione teorica che l’essere è di natura spirituale e immortale. Alcuni credono che una volta affrontate certe questioni dal punto di vista concettuale il lavoro sia concluso, ma la realtà è ben diversa. Una conoscenza di questo tipo può rappresentare un buon inizio, ma per dare risultati concreti deve poi essere calata nella pratica, vissuta, sperimentata, fino a diventare, in maniera sostanziale, continua e stabile, qualcosa di luminoso per il ‘sé’ e per la coscienza del soggetto. Soltanto dopo la sperimentazione, la conoscenza acquisita costituirà una conquista ed una consapevolezza stabili. Il vero imperativo della vita consiste dunque nel conoscere chi siamo. Non soltanto i rishi vedici affermavano questa verità, ma anche Socrate, Platone, Lao-Tze e gli illuminati di tutti i tempi e di tutte le tradizioni. Dopo avidya, la seconda causa di condizionamento è asmita, l’identificazione con il corpo e con tutto ciò che ad esso è collegato. Se chiedessi ad alcuni tra voi di presentarsi, qualcuno direbbe: “sono una studentessa” oppure “sono un militare e ho questo grado” oppure: “sono un professore universitario”, “sono un meccanico della Fiat”, “sono un postino”, e così via. Si tratta di identificazioni con il corpo-oggetto, ma l’atman non è oggetto, è soggetto. Se vogliamo liberarci di ciò che ci limita e ci impedisce di avere piena libertà di azione, per prima cosa dobbiamo conoscere l’origine dei nostri condizionamenti. Essi sono generati proprio dall’identificazione con il corpo, con un ambiente, con un colore di pelle, con un ruolo nella società che li crea. La terza e la quarta causa di condizionamento sono raga (attrazione) e dvesha (repulsione). È utile studiarle assieme poiché sono come due facce della stessa medaglia. Gli antichi saggi spiegano infatti che ciò che genera attrazione, poi finirà col generare repulsione, mentre ciò che genera repulsione potrà successivamente generare attrazione. Il saggio si sottrae a questi due condizionamenti trascendendoli entrambi. Raga, si potrebbe tradurre anche con il termine “piacere”; paradossalmente, il cosiddetto piacere diventa causa di condizionamento e presto cede il posto al suo contrario: il dolore. La Bhagavad-gita (V.22) insegna che: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, che sono dovute al contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, questi piaceri hanno un inizio e una fine e l’uomo saggio non trae gioia da essi”. È facile per tutti capire che la repulsione (dvesha) è fonte di sofferenza, ma molti hanno difficoltà a comprendere che anche il piacere può diventare origine di condizionamento e conseguenza di dolore. Questo perché, a causa della natura instabile di questo mondo, non possiamo aspettarci di mantenere per sempre gli oggetti del nostro piacere. Nel momento in cui li perdiamo, proviamo un dolore che è tanto acuto quanto intenso, a causa dell’attaccamento che abbiamo sviluppato per essi. Abhinivesha è la quinta fonte di condizionamento ed è costituita dall’attaccamento alla vita in un determinato corpo, ovvero, tradotto in termini occidentali, dalla paura della morte. Può essere una lucida ossessione giornaliera o rimanere serpeggiante nell’inconscio, ma il concetto che ognuno ha della morte è un condizionamento che dura tutta una vita e anche vita dopo vita. Se si è oppressi da questi condizionamenti, l’armonia è pressoché impossibile, è pura utopia, mentre diventa una dimensione reale quando i condizionamenti vengono meno. L’armonia ha inizio con la comunione di quelle che Jung ha chiamato funzione estrovertita e funzione introvertita. La funzione estrovertita, come già detto, è la caratteristica di proiettarsi nel mondo, di identificarsi, di misurarsi con l’oggetto e di far dipendere massimamente la propria opinione dall’oggetto, di verificare se quello che si sente è vero in base alla risposta che dà l’oggetto. Di per sé questo atteggiamento è già patologico, ma è proprio di una fascia così ampia di popolazione che ormai viene considerato normalità. Nella funzione introvertita l’individuo tende ad avere un riscontro esclusivamente interiore che spesso, nella sua forma patologica, porta ad una negazione del mondo e degli oggetti, quindi di tutto ciò che è esterno a sé. L’armonia è comunione tra le due funzioni estrovertita e introvertita e quindi trascendimento delle stesse, dove l’oggetto e il soggetto partecipano della causa originaria da cui entrambi provengono. Quindi, spirito e materia, essenza e sostanza, tornano ad armonizzarsi sul piano spirituale ed ecco che si ristabilisce la salute psicofisica. In questo modo si spiegano remissioni spontanee di malattie gravissime, guarigioni miracolose e facoltà mentali straordinarie, anche se spesso la persona viene illuminata per breve tempo e poi torna nel grigio della “normalità”.
Tratto da Libertà dalla Solitudine e dalla Sofferenza.